Inchiesta Lavialibera sul Green Deal: “in Europa dietrofront sulle politiche ambientali, festeggia solo il potere”

Condividi l'articolo sui canali social

Inchiesta de Lavialibera, periodico di Libera e Gruppo Abele , sui contenuti del Green Deal che lentamente si sta dissolvendo sotto i colpi delle lobby industriali e delle destre. Due su tre degli oltre 27mila incontri tenutisi dall’avvio del secondo mandato Von Der Leyen hanno coinvolto aziende o associazioni industriali e commerciali, solo il 15 per cento organizzazioni non governative e meno del 5 per cento sindacati e ordini professionali. Dei 37 incontri sulle direttive sulla sostenibilità, 36 sono stati con aziende, nessuno con organizzazioni della società civile. Luigi Ciotti: “I grandi gruppi politici ed economici non intendono rinunciare ai loro profitti e frenano sulla conversione ecologica. A pagarne le conseguenze saranno le fasce più fragili della popolazione”.

Il 2025 è stato l’anno di maggiore retromarcia dell’Europa sulle politiche ambientali. Anche se negli ultimi quarant’anni, inquinamento cambiamento climatico hanno causato 250mila morti nel continente, i programmi ambiziosi contenuti nel Green deal varato nel 2019 si stanno lentamente dissolvendo sotto i colpi delle lobby industriali e delle destre.  Per fortuna c’è chi non si arrende, come i 57 paesi “volenterosi” che si sono riuniti a Santa Marta, in Colombia, per insistere sulla transizione energetica e proporre delle soluzioni alternative per l’uscita dal fossile. L’ultimo numero de lavialibera , il periodico di Libera a Gruppo Abele, dal titolo “Santa Marta aiutaci tu” racconta proprio le due facce di questa partita, ancora tutta da giocare. 

L’inchiesta curata da Paolo Valenti si sofferma, in particolare, sugli incontri sempre più numerosi tra i membri della commissione europea e i lobbisti industriali e commerciali, che finiscono per influenzare le politiche comunitarie. Due su tre degli oltre 27mila incontri tenutisi dall’avvio del secondo mandato Von Der Leyen nel dicembre 2024 hanno coinvolto aziende o associazioni industriali e commerciali, solo il 15 per cento organizzazioni non governative e meno del 5 per cento sindacati e ordini professionali. Un divario già visibile nel primo mandato (2019-2024), che però si è notevolmente ampliato nel secondo.  In particolare, le lobby si concentrano sui pacchetti legislativi Omnibus, volti a ridurre i costi amministrativi e gli obblighi di informazione per le imprese dell’Unione.

L’ong Corporate Europe observatory (Ceo) ha analizzato i registri degli incontri avvenuti nel 2025 tra membri della commissione titolari dei pacchetti e i rappresentanti di interessi: l’86 per cento ha visto come interlocutori aziende o associazioni industriali e commerciali, il 7,5 per cento organizzazioni della società civile e poco più dell’1 per cento sindacati e ordini professionali.  Il caso più eclatante riguarda il primo Omnibus, il cui obiettivo è semplificare le direttive sugli obblighi di rendicontazione e vigilanza in materia di sostenibilità ambientale e sociale imposti alle aziende, uno dei pilastri del Green deal. Documenti ottenuti dall’ong Reclaim Finance mostrano che il commissario all’industria Stéphane Séjourné ha incontrato 37 portatori d’interesse prima di presentare la proposta: 36 erano rappresentanti dell’industria e della finanza, uno un ente di ricerca. 

“La situazione peggiora – scrive Luigi Ciotti, nell’editoriale  del numero – anche perché i grandi gruppi di potere politico ed economico non hanno intenzione di cedere un’unghia dei propri profitti o della propria influenza. Ma anche perché la maggior parte dei cittadini e delle cittadine fa resistenza rispetto all’idea di cambiare in maniera radicale le proprie abitudini di vita. Se le politiche fanno passi indietro e in pochi si scandalizzano significa che siamo di fronte a un più generale arretramento della consapevolezza e del senso civico. Tutti, o quasi, preferiamo chiudere un occhio, anzi due, e andare a sbattere contro le conseguenze certe ma apparentemente ancora lontane del cambiamento climatico, piuttosto che guardare in faccia la realtà e invertire la rotta. Mettiamo la politica di fronte alle sue responsabilità – conclude Luigi Ciotti – e dimostriamoci pronti a frenare, noi per primi, quell’inerzia che genera scelte perdenti per (quasi) tutti i cittadini e le cittadine d’Europa”.

Ma non tutto è perduto. Gli attivisti del clima, realtà come ReCommon o i “volenterosi di Santa Marta”, che ad aprile si sono riuniti in Colombia con l’ambizione di costruire un’alternativa solida e concreta alle Cop per il clima, non si arrendono ai potenti. Ne scrivono, Natalie Sclippa, Marta Abbà, Antonello Pasini e Vittorio Martone.  È “il potere delle minoranze”, scrive la direttrice Elena Ciccarello, “perché a volte basta raggiungere una massa critica sufficiente a rendere il vecchio equilibrio instabile. I movimenti, gli attivisti, i paesi di Santa Marta che raccontiamo su questo numero stanno cercando di superare una certa soglia perché si generi un equilibrio diverso. Sta a noi decidere da che parte stare”.

Nel resto del numero, la fotoinchiesta di Stefano Stranges e Lidia Ginestra Giuffrida ci porta in Libano, dove migranti e rifugiati sono le vittime meno visibili del conflitto scatenato da Israele nella terra dei cedri. Nell’intervista con il presente un impiegato di InvestCloud, società statunitense con sede a Mestre, svela alcuni retroscena dietro la decisione dell’azienda di rimpiazzare decine di impiegati con l’Intelligenza artificiale.

[Foto: lavialibera]