Iran, l’Europa divisa e i rischi della guerra

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Dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, l’Ue fatica a trovare una linea comune. La Spagna guida il fronte critico, Berlino si allinea, mentre i rischi ricadono soprattutto sull’Europa. Il punto di Alessia De Luca per l’ISPI.

Per settimane i leader europei hanno osservato con crescente preoccupazione il rafforzamento militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, seguendo al tempo stesso le dichiarazioni contraddittorie del presidente americano Donald Trump, oscillanti tra aperture al dialogo e minacce nei confronti di Teheran. Da quando, cinque giorni fa, Washington e Tel Aviv hanno sferrato l’attacco, però, l’Unione Europea è apparsa scoordinata sul piano istituzionale, divisa al suo interno e sostanzialmente priva di influenza sul corso degli eventi. Nelle prime ore del conflitto – e soprattutto dopo la risposta iraniana nei Paesi limitrofi – le capitali europee si sono comprensibilmente concentrate sulla sicurezza dei propri cittadini nella regione, interrogandosi su come evacuare decine di migliaia di persone rimaste bloccate tra alberghi e aeroporti. Subito dopo è emersa la preoccupazione per le conseguenze economiche della crisi: la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo fondamentale per i commerci globali, e l’impatto sui prezzi dell’energia. Sul piano politico, però, l’Europa fatica a trovare una voce comune. Francia, Germania e Regno Unito – che non fa più parte dell’Unione, ma resta uno dei principali attori europei – hanno diffuso una dichiarazione congiunta avvertendo di essere pronti a intraprendere “azioni difensive” qualora Teheran non interrompa quelli che definiscono “attacchi indiscriminati”. Parallelamente, una dichiarazione dei ministri degli Esteri dei Paesi membri non si è spinta fino a evocare un cambio di regime in Iran, posizione invece apertamente sostenuta dalla presidente della Commissione europea. “È urgente una transizione credibile in Iran”, ha scritto Ursula von der Leyen sui social, attirandosi non poche critiche. Su tutti pesa una preoccupazione politica evidente: non alienarsi Donald Trump, allontanandolo ancora di più da un altro conflitto che riguarda direttamente l’Europa: la guerra in Ucraina.

C’è chi dice no?

Non tutti gli europei, però, sono pronti a chinare il capo per timore delle ritorsioni di Washington. A guidare il fronte più critico nei confronti della linea americana è Madrid. “La posizione della Spagna si riassume in queste parole: no alla guerra”, ha detto il premier Pedro Sánchez in un discorso alla nazione dai toni durissimi, dopo le minacce ricevute da Trump in seguito al rifiuto spagnolo di autorizzare ai jet americani l’uso delle basi di Morón e Rota per operazioni contro l’Iran. “Non saremo complici di qualcosa di negativo semplicemente per paura di rappresaglie”, ha dichiarato il leader della Moncloa. “È così che iniziano i grandi disastri dell’umanità. Non si può giocare alla roulette russa con il destino di milioni di persone” ha aggiunto Sanchez, richiamando esplicitamente il precedente della guerra in Iraq, che a suo avviso ha provocato “un drastico aumento del terrorismo jihadista, una grave crisi migratoria nel Mediterraneo orientale e un aumento generalizzato dei prezzi dell’energia e del costo della vita”. Il messaggio politico è stato sintetizzato in modo netto: “No alla violazione del diritto internazionale. No all’idea che il mondo possa risolvere i propri problemi solo con conflitti armati”. In definitiva, ha concluso Sánchez, “la posizione del governo spagnolo si riassume in quattro parole: no a la guerra”. Il premier ha inoltre esortato Stati Uniti, Israele e Iran a cessare immediatamente le ostilità “prima che sia troppo tardi”.

L’Europa costretta a schierarsi?

La reazione di Trump all’opposizione spagnola è stata immediata. Il presidente americano non digerisce facilmente i rifiuti, soprattutto quando arrivano da un Paese che considera già poco collaborativo. “La Spagna è terribile”, ha dichiarato durante una conferenza stampa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz. “È un grande popolo, ma non ha una buona guida”, ha dichiarato, aggiungendo di aver dato istruzioni al segretario al Tesoro Scott Bessent affinché “tagli tutti gli affari” con Madrid. “Taglieremo tutti i commerci con la Spagna. Non vogliamo avere nulla a che fare con la Spagna”, ha detto. Lo scontro ha avuto però l’effetto di costringere la Commissione europea a prendere posizione. In una nota ufficiale Bruxelles ha ricordato che la politica commerciale è competenza esclusiva dell’Unione e che la Commissione “garantirà la piena tutela degli interessi di tutti gli Stati membri”. Attraverso la politica commerciale comune, si legge nel comunicato, l’Ue è pronta ad agire “se necessario” per difendere i propri interessi. Di segno diverso l’atteggiamento del cancelliere tedesco Merz, che ha minimizzato le critiche alla condotta americana, affermando che richiamare il diritto internazionale “è irrilevante” in questa fase e che gli europei dovrebbero smettere di essere troppo critici nei confronti della condotta degli Stati Uniti perché condividono molti degli obiettivi del loro alleato, pur non essendo stati in grado di raggiungerli da soli.

Quali valori far valere?

Questo ragionamento, tuttavia, trascura alcune considerazioni fondamentali. A cinque giorni dall’inizio degli attacchi, nulla indica ancora che gli attacchi porteranno a un rovesciamento della leadership iraniana e all’eliminazione della minaccia balistica della Repubblica Islamica. Teheran, infatti, percepisce la guerra come una minaccia esistenziale e ha risposto con quasi tutte le opzioni di escalation a sua disposizione. Inoltre, bloccando lo Stretto di Hormuz e prendendo di mira infrastrutture civili ed energetiche nei paesi del Golfo ha già provocato un’impennata dei prezzi dell’energia che preoccupa i Paesi europei. Come se non bastasse, droni da combattimento hanno già violato lo spazio aereo di Cipro, membro dell’Unione. E, se il regime dovesse sopravvivere all’offensiva, sarebbe improbabile che si dimostri ansioso di negoziare un accordo con l’Occidente. Ma le conseguenze non sono solo strategiche. Il conflitto rischia di aggravare la già profonda sfiducia tra Iran, Europa e Stati Uniti, di aumentare il numero di sfollati e di generare nuovi flussi, aumentando la pressione migratoria verso le coste europee. Resta poi una questione più ampia, che riguarda la credibilità stessa dell’Europa. Da anni i suoi leader rivendicano l’esistenza di una comunità politica fondata su valori condivisi e sul rispetto di un ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, l’ambiguità mostrata da alcune capitali europee di fronte alla legalità di recenti operazioni militari statunitensi – in Iran come in altri contesti – mina alla base quel principio che l’Unione dichiara di voler difendere. Se l’Europa intende davvero presentarsi come garante di un sistema internazionale, allora la questione non può essere elusa: quali sono, esattamente, le regole che si intendono far valere?

[Fonte e Foto: ISPI]