
La “pace” di Putin

Per la prima volta dall’inizio dell’invasione, Putin lascia intendere che il conflitto potrebbe avviarsi a conclusione. L’Europa ascolta, ma non si fida, e ha buone ragioni per non farlo. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Per la prima volta dall’inizio del conflitto in Ucraina, Vladimir Putin lascia intendere che le ostilità potrebbero essere prossime a una conclusione. A margine della parata militare per la Giornata della Vittoria a Mosca, il presidente russo ha dichiarato: “Penso che la questione stia giungendo al termine”, aggiungendo di essere disposto a negoziare “nuovi accordi di sicurezza per l’Europa” e indicando nell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder il suo interlocutore privilegiato. Nel consueto registro della narrazione bellica del Cremlino, Putin ha ribadito che la Russia combatte una guerra “giusta” contro un’Ucraina definita “forza aggressiva, armata e sostenuta dall’intero blocco della Nato”. Quanto all’ipotesi di un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, anche qui Putin si è mostrato flessibile condizionando un incontro al preventivo raggiungimento di un accordo: “È possibile anche in un paese terzo, ma solo dopo che saranno stati raggiunti accordi definitivi su un trattato di pace in una prospettiva storica a lungo termine – deve essere un passo finale”. Parole che suonano più come una presa di posizione negoziale che come una reale apertura.
Una parata sottotono?
La cornice scelta da Putin per queste dichiarazioni non è priva di significato. Secondo numerosi osservatori, la parata del 9 maggio nella Piazza Rossa è stata la più dimessa degli ultimi anni. Pochi leader stranieri, accesso negato a numerose testate giornalistiche internazionali, e soprattutto è mancato l’elemento che da decenni costituisce il cuore simbolico dell’evento: nessun carro armato, nessun lanciarazzi, nessun missile balistico intercontinentale ha sfilato lungo il percorso. Il Cremlino ha giustificato l’assenza con i timori di un possibile attacco ucraino, un’ammissione implicita di vulnerabilità che stride con la retorica della ‘potenza invincibile’. Il segnale complessivo è quello di un regime che vuole proiettare sicurezza ma al tempo stesso non può – o non vuole – correre rischi. Intanto, un cessate il fuoco di tre giorni, mediato dagli Stati Uniti, ha garantito che la cerimonia si svolgesse senza incidenti. Ma l’intesa ha retto appena: Mosca e Kiev si sono reciprocamente accusate di violazioni ripetute, e la tregua si è esaurita senza lasciare traccia di un percorso negoziale credibile.
L’Europa è scettica?
Le parole di Putin sono state accolte in Europa con attenzione, ma anche con una diffidenza ben motivata dalla storia recente. Il divario tra la retorica della pace e le condizioni sul campo resta abissale: Mosca continua a insistere sulla cessione dell’intero Donbass e sull’esclusione permanente dell’Ucraina dalla Nato, mentre Kiev si rifiuta di cedere i propri territori e chiede garanzie di sicurezza vincolanti come condizione preliminare a qualsiasi intesa. In questo contesto, la scelta di indicare Schröder come mediatore – figura da anni legata a Mosca attraverso i consigli di amministrazione di Nord Stream e Rosneft, e considerata da gran parte degli analisti tutt’altro che specchiata – è stata letta come un ulteriore segnale della scarsa serietà dell’apertura del Cremlino. “Non sarebbe molto saggio – ha commentato l’Alta rappresentante per la politica estera europea Kaja Kallas – Penso che Schroeder sia stato un lobbista, un lobbista di alto livello per le aziende statali russe, quindi è chiaro perché Putin voglia che sia lui la persona in questione, in modo da poter sedere da entrambe le parti del tavolo”. Quanto al presidente del Consiglio Antonio Costa ha ribadito che l’obiettivo dell’Ue rimane “una pace giusta e duratura”, precisando però che senza voler “disturbare l’iniziativa del presidente Trump”, al momento opportuno, sarà necessario aprire un canale diretto con Mosca sulle questioni di sicurezza comuni. Secondo il Financial Times i 27 stanno accelerando le discussioni interne su quale messaggio trasmettere alla Russia, e attraverso chi farlo.
Né vincitori né vinti?
Quattro anni di guerra – decine di migliaia di morti, intere regioni dell’Ucraina orientale ridotte a macerie, un’economia russa convertita in economia di guerra e dissanguata dalle sanzioni occidentali – dovrebbero insegnare a non leggere le dichiarazioni del Cremlino come indicatori affidabili di una svolta in vista. I principali consiglieri di Putin hanno sottolineato che il Cremlino continua a chiedere il ritiro delle truppe ucraine dalla regione orientale del Donbass come condizione preliminare per i futuri negoziati. E il presidente russo secondo il quotidiano britannico The Guardian “resta determinato a impadronirsi con la forza delle restanti parti della regione entro l’anno, prima dell’inizio di qualsiasi negoziato”. Allo stato attuale, la Russia controlla circa un quinto del territorio ucraino, ma non è riuscita a completare la conquista del Donbass; le controffensive di Kiev, a loro volta, non hanno riconquistato le aree chiave. Il fronte è in stallo ormai da mesi. Putin ha spiegato che un accordo di pace “dovrebbe essere concepito sulla base di una lunga prospettiva storica”, una frase che suggerisce la necessità che l’Ucraina rimanga nell’orbita di Mosca. Sul campo, però, quella storia non si sta scrivendo come Mosca aveva previsto. Ottantuno anni fa, l’Unione Sovietica, vinse la Seconda Guerra Mondiale, al prezzo di venti milioni di morti. Oggi la Russia celebra quella vittoria mentre combatte un paese che non riesce a sottomettere. E, almeno per il momento, non può ostentare alcun segno di vittoria.
Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI
“Il diavolo è nei dettagli – e se guardiamo ai dettagli delle “aperture” della Russia su Ucraina, non possiamo che avere dubbi sulla loro reale portata. Perché se è vero che Putin non si era mai detto pronto a incontrare Zelensky – leader illegittimo per il Cremlino – in un paese “neutrale”, è anche vero che la condizione posta per farlo è la firma di un accordo di pace che risolva le “cause profonde” del conflitto: nel linguaggio di Mosca, questo equivale a una resa dell’Ucraina”.
[Fonte e Foto: ISPI]



