
LA TESTIMONIANZA / Parroco di Mostar, “sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi. La fede ci ha aiutato a superare gli orrori”

Pubblichiamo la testimonianza sulla guerra in Bosnia di Don Pero Miličević, Parroco di SS. Luca e Marco Evangelisti, a Mostar, durante la presentazione ai giornalisti, presso la Sala stampa della Santa Sede, del Messaggio di papa Leone XIV per la prossima Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2026). Il sacerdote, “vent’anni dopo l’uscita dal campo sono tornato nel luogo in cui eravamo stati imprigionati. Le lacrime scorrevano, ma questo mi ha aiutato a ritrovare la pace. Non è l’aumento degli armamenti ciò che la garantisce, ma cuori disposti ad accoglierla”.
È un onore essere qui per presentare il Messaggio del Papa per la 59ª Giornata Mondiale della Pace. Il messaggio che il Papa invia al mondo annuncia Colui che ci ha portato la pace e per mezzo del quale è giunta fino a noi: è la pace di Cristo Risorto che ci dona la forza di vincere le tenebre dell’inquietudine ed entrare nella luce. Nella mia vita ho sperimentato ciò che il Papa sottolinea: “vedere la luce e credere in essa è necessario per non sprofondare nel buio”.
Trentadue anni fa ho fatto esperienza del buio e del male della guerra. Vivevo in un villaggio di nome Doljani, nel comune di Jablanica. Mia madre Ruža ha dato alla luce nove figli: Branka, Miroslav, Branko, Damir, Dijana, Ivan, Anto, Marinko e Pero. L’infanzia felice di un bambino di sette anni si è spenta il 28 luglio 1993, quando le unità militari musulmane dell’Esercito della Bosnia ed Erzegovina hanno attaccato il nostro villaggio. Uccisero 39 persone. Ricordo quel giorno; stavo giocando accanto alla casa con mio fratello gemello Marinko e il fratello maggiore Anto. Il gioco fu interrotto da una raffica di colpi. I proiettili ci sono passati sopra la testa.
Quando mia madre e mia sorella se ne accorsero ci portarono in casa per salvarci dalla morte. Mio padre Andrija in quel momento non era a casa, era andato ad aiutare mia zia nel lavoro dei campi e là quel giorno fu ucciso.
Aveva 45 anni. Mia madre rimase vedova a 44 anni con 9 figli, 7 minorenni. Quel giorno morirono anche la sorella di mia madre, zia Pava, bruciata nella sua casa dopo essere stata uccisa sulla soglia, e tre figli dell’altra sorella di mia madre, zia Kata: Pero, Ivica e Jure Soldo. Ivica era sposato da soli undici giorni e Jure era un giovane di ventun anni. Quando ne muore uno è già terribile, figurarsi tre figli. Non so come il suo cuore non si sia spezzato per il dolore. La terza sorella di mia madre, Anica, sopravvisse nascondendosi in montagna. Quel giorno morirono anche Ruža, cugina di mia madre, e Slavko, mio cugino. Sembrava che tutto il male del mondo si fosse abbattuto su di noi e devo ammettere che non è facile ricordarlo.
Lo stesso giorno, mia madre e noi figli minorenni fummo condotti in un campo di prigionia chiamato “Museo”, a Jablanica, insieme a trecento cattolici croati. Restammo prigionieri per sette mesi. Durante la prigionia, bisognava custodire la pace nel cuore e non pensare alla vendetta. Ma, come ricorda il Papa nel Messaggio, citando sant’Agostino sulla necessità di creare un’amicizia indissolubile con la pace, così anche noi costruivamo la pace con Colui che è la nostra pace. Nel campo, nei momenti di inquietudine interiore ciò che ci sosteneva era la preghiera quotidiana del Rosario che nostra madre ci aveva insegnato. Ci dava speranza. Quando fummo catturati non sapevamo che nostro padre era stato ucciso, lo abbiamo saputo mesi dopo.
Il periodo trascorso in prigionia è stato duro. Non avevamo abbastanza cibo, non c’era alcuna igiene e dormivamo su fredde lastre di pietra granitica. Dopo essere usciti dal campo abbiamo seppellito le ossa di nostro padre, il suo corpo era rimasto insepolto per sette mesi. Molti hanno chiesto a mia madre e a tutti noi come avessimo potuto sopportare tutto questo. Non avremmo mai resistito senza la fede, la preghiera e il bisogno di pace. Proprio quell’educazione nella fede in Dio ci ha nutriti e aiutati a superare gli orrori di cui siamo stati testimoni.
C’è stata rabbia per tutto ciò che ho vissuto? Sì. Ma quando sono diventato sacerdote, nel 2012, e ho iniziato a confessare i fedeli, ho capito quanto sia necessario avere la pace interiore e che la pace non si può raggiungere senza perdono, senza confrontarsi con ciò che si è vissuto.
Come sottolinea il Papa nel suo messaggio: “Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica”. La pace deve essere vissuta, coltivata e custodita. Perciò vent’anni dopo l’uscita dal campo sono tornato nel luogo in cui eravamo stati imprigionati. Le lacrime scorrevano, ma questo mi ha aiutato a ritrovare la pace. Non ero l’unico ad averne bisogno. Altri bambini, durante la guerra, hanno vissuto gli stessi orrori. Per questo ho deciso di raccontare la mia storia, perché desidero risvegliare la consapevolezza che il male si vince con il bene e con il perdono, non con la vendetta e le armi. Come dice il Papa: “la bontà è disarmante”, con essa si ottiene la pace.
Non è l’aumento degli armamenti ciò che la garantisce, ma cuori disposti ad accoglierla, con la consapevolezza che è un dono da condividere. Cristo porta la pace al mondo non con le armi ma con l’amore, la misericordia e la giustizia. Proprio la giustizia è ciò che l’uomo cerca, la pace è allo stesso tempo è un’“opera della giustizia” (Is 32,7).
Il Papa evidenzia: “Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti”. La bontà, l’amore, la diplomazia, le iniziative spirituali e culturali che mantengono viva la speranza della pace.
[Foto: Bitno.net]



