
L’ANALISI / Il Papa americano e le “radici giudaico-cristiane” dell’Europa

CITTA’ DEL VATICANO, 12 DIC – Ci voleva un Papa americano per ricordare alla politica del Vecchio Continente di non perdere di vista le “radici giudaico-cristiane” dell’Europa? La domanda appare legittima dopo il discorso rivolto mercoledì da Leone XIV nella Sala Clementina alla delegazione del Gruppo “European Conservatives and Reformists” del Parlamento Europeo.
“Ripeto volentieri l’appello dei miei predecessori più recenti, secondo cui l’identità europea può essere compresa e promossa solo in riferimento alle sue radici giudaico-cristiane”, ha subito detto papa Leone, nel suo discorso, agli europarlamentari presenti, rappresentativi di varie appartenenze politiche. “Il fine di proteggere l’eredità religiosa di questo continente, però, non è semplicemente quello di salvaguardare i diritti delle sue comunità cristiane, né si tratta in primo luogo di preservare particolari abitudini o tradizioni sociali, che comunque variano da un posto all’altro e nella storia. È soprattutto un riconoscimento di un fatto”, ha specificato.
Inoltre, “tutti sono beneficiari del contributo che i membri delle comunità cristiane hanno dato e continuano a dare per il bene della società europea”. Basti ricordare, secondo papa Prevost, “alcuni sviluppi importanti della civiltà occidentale”, specialmente “i tesori culturali delle sue imponenti cattedrali, l’arte e la musica sublime e i progressi nella scienza, per non parlare della crescita e della diffusione delle università”. Sono sviluppi che, per l’attuale Pontefice, “creano un legame intrinseco tra il cristianesimo e la storia europea, una storia che deve essere apprezzata e celebrata”.
Toni e accenti che uno magari non si aspetterebbe da un Papa nato a Chicago, poi diventato missionario in Perù, nonché vescovo a Chiclayo. Ma l’aspetto maggiormente da notare è che questi stessi toni e accenti, più che al predecessore immediato di Leone, Francesco, ugualmente proveniente dalle Americhe per quanto figlio di italiani, si collegano a quelli del bavarese Benedetto XVI, per il quale la questione della “radici giudaico-cristiane” dell’Europa fu un vero cavallo di battaglia. Complici all’epoca, in particolare, le discussioni pro o contro il loro inserimento nel Preambolo della Costituzione europea.
Ma già prima del Conclave dell’aprile 2005, quando si parlava del ‘papabile’ Ratzinger, si collegava la sua eventuale elezione con la necessità di un nuovo annuncio del Vangelo in Europa, proprio sulla base delle convinzioni che l’allora cardinale aveva più volte espresso, in sintonia, in questo come in molti altri casi, con quanto affermava Giovanni Paolo II. Per papa Wojtyla, il Vecchio Continente, attraverso l’Ue, doveva riconoscere le sue radici cristiane non solo per l’effettiva influenza che la storia riconosce al cristianesimo nella formazione delle culture europee, ma anche per esprimere un ‘dover essere’.
L’Europa infatti, a suo avviso, doveva tornare ad essere portatrice nel mondo di quei valori di tolleranza, rispetto dei diritti umani e preoccupazione per i deboli che trovavano il loro fondamento proprio nella cultura che aveva le sue radici nel cristianesimo. E il 27 aprile del 2005, alla sua prima udienza generale, quando volle spiegare ai fedeli il perché della scelta del suo nome, Benedetto XVI lo fece collegandolo al patrono d’Europa, che con la ”progressiva espansione” dell’Ordine religioso da lui fondato ”ha esercitato un influsso enorme nella diffusione del cristianesimo in tutto il Continente” e ”costituisce un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà”.
L’accento sulle radici cristiane europee ha poi percorso con convinzione tutto il pontificato di Joseph Ratzinger. Non che con Bergoglio sia poi sparito, anzi, ma non è stato più un’urgenza né una priorità. Si vada col pensiero solo agli interventi principali di papa Francesco in presenza delle autorità europee: quelli nella sua visita alle istituzioni europee di Strasburgo (Parlamento Europeo e Consiglio d’Europa), il 25 novembre 2014, e il discorso in Vaticano per il conferimento del premio Carlo Magno, del 6 maggio 2016.
Nel primo caso – a parte i richiami su un’Europa “stanca e invecchiata”, “malata di solitudine” e sulla necessità di “accogliere i migranti” – vi fu l’accenno al fatto che un’Europa “che sia in grado di fare tesoro delle proprie radici religiose, sapendone cogliere la ricchezza e le potenzialità'”, può essere “più facilmente immune dai tanti estremismi che dilagano nel mondo odierno, anche per il grande vuoto ideale a cui assistiamo nel cosiddetto Occidente”. Perché “è proprio l’oblio di Dio, e non la sua glorificazione, a generare la violenza”, aggiunse il Pontefice. Inoltre, “un’Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello ‘spirito umanistico’ che pure ama e difende”. E in questo senso “ritengo fondamentale non solo il patrimonio che il cristianesimo ha lasciato nel passato alla formazione socioculturale del continente, bensì soprattutto il contributo che intende dare oggi e nel futuro alla sua crescita”.
Nel secondo caso, per il premio Carlo Magno, Bergoglio accennò invece al fatto che “solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa”. Nient’altro su questo tema: anzi, molto significativamente papa Francesco sottolineò che “l’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale”. Per il resto, richiami a “uno “slancio nuovo e coraggioso” per l’Europa, che sappia “costruire ponti e abbattere muri”, ed essere “madre accogliente”, perché “migrare non è un delitto”: considerazioni peraltro quanto mai attuali anche oggi. Se vogliamo, per quanto riguarda il Vecchio Continente, al Papa argentino stava molto più a cuore ad esempio lanciare appelli sul fatto che in molti Paesi, tra cui l’Italia, non si fanno più figli: una cosa che ripeteva a ogni pié sospinto.
Colpisce, quindi, che un altro Papa proveniente dalle Americhe torni ora con rinnovata determinazione sul tema delle “radici giudaico-cristiane”, sulle quali si innerva poi un patrimonio di valori, compresi quelli che in altri anni venivano definiti “non negoziabili”. In modo particolare, ha detto ancora Leone XIV agli europarlamentari “Conservatori e Riformisti”, “penso ai ricchi principi etici e ai modelli di pensiero che costituiscono il patrimonio intellettuale dell’Europa cristiana”.
“Questi – ha sottolineato – sono essenziali per salvaguardare i diritti donati da Dio e la dignità inerente di ogni persona umana, dal concepimento fino alla morte naturale”. “Sono fondamentali anche per rispondere alle sfide presentate da povertà, esclusione sociale, privazione economica, come anche dalla crisi climatica, dalla violenza e dalle guerre in corso”, ha aggiunto. E “assicurare che la voce della Chiesa continui a essere udita, non ultimo attraverso la sua dottrina sociale, non significa ripristinare un’epoca del passato, ma garantire che risorse fondamentali per la cooperazione futura e l’integrazione non vadano perse”.
E quanto le considerazioni di Prevost rimandino ancora alla visione di papa Ratzinger lo testimonia la stessa citazione che ha voluto esplicitare, ribadendo “l’importanza di quello che Papa Benedetto XVI ha indicato come dialogo necessario tra ‘il mondo della ragione ed il mondo della fede – il mondo della secolarità razionale e il mondo del credo religioso’ (Incontro con le Autorità civili, Westminster Hall, Londra, 17 settembre 2010)”. Di fatto, ha aggiunto, “questa conversazione pubblica, nella quale i politici svolgono un ruolo molto importante, è essenziale per il rispetto della competenza specifica di ognuno, come anche per fornire ciò di cui l’altro ha bisogno, ovvero un ruolo mutuamente ‘purificatore’ per assicurare che nessuno cada preda di distorsioni (cfr. Ibidem)”.
“È mia preghiera che voi facciate la vostra parte impegnandovi positivamente in questo importante dialogo, non solo per il bene della gente in Europa, ma anche per l’intera famiglia umana”, ha concluso papa Leone. E di fronte alla tante “distorsioni” di oggi, che oltre a creare mille turbolenze rischiano anche di sgretolare l’Unione tanto faticosamente costruita nel Vecchio Continente, le sollecitazioni del Pontefice potrebbero magari aprire gli occhi e illuminare la mente a più di un responsabile nel contesto internazionale.
[Foto: Vatican Media]


