
L’Europa e l’ombra della guerra

Dall’aumento della spesa militare ai dibattiti sul ripristino della leva, fino ai piani di mobilitazione tedeschi, il riarmo europeo avanza. Cresce intanto il timore di una pace imposta all’Ucraina, alle prese con lo scandalo corruzione che la scuote dalle fondamenta. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.
Quando pochi giorni fa il generale Fabien Mandon, Capo di Stato Maggiore francese, ha detto che il suo Paese deve essere pronto ad “accettare di perdere i propri figli” di fronte alla minaccia rappresentata dalla Russia, le sue parole sono state un elettroshock per l’opinione pubblica francese. In un discorso davanti all’assemblea dei sindaci l’alto graduato ha aggiunto che “ciò che ci manca (…) è la forza di carattere per accettare la sofferenza per proteggere ciò che siamo”. Parole che hanno sollevato polemiche, ma che non mancano di rivelare un’allarmante verità: le prospettive di una pace imposta all’Ucraina, rese più realistiche dai dettagli trapelati nelle ultime settimane intorno ai negoziati in corso, hanno riacceso in Europa il timore di un possibile conflitto contro Mosca. Le democrazie europee hanno trascorso gran parte degli ultimi trent’anni godendo dei dividendi di pace derivanti dalla fine della Guerra Fredda e dall’ombrello di protezione fornito dagli Usa. I bilanci militari si sono ridotti, il numero di truppe e carri armati è diminuito. Ma dopo l’invasione russa dell’Ucraina e il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, i campanelli d’allarme hanno preso a suonare energicamente. Sebbene ufficialmente in guerra siano solo Kiev e Mosca, il continente è ormai entrato in una corsa agli armamenti che sta rimodellando bilanci e spingendo i governi a riformulare le priorità di spesa. L’acquisto di ordigni e mezzi militari è aumentato, anche se in modo disuguale, mentre ci si domanda se – in caso di attacco – il continente sarebbe pronto a difendersi. Tutto questo avviene mentre la precarietà della situazione a Pokrovsk, la fine degli aiuti americani e la pressione diplomatica che circonda il negoziato – senza Kiev e senza gli europei – alimentano i timori di una “pace del più forte” che incoraggi le ambizioni di Putin ben oltre l’Ucraina.
Germania, hub Nato?
Che i governi europei si stiano preparando a gestire un conflitto non è una mera supposizione. Il Wall Street Journal ha rivelato l’esistenza di un piano – Operationsplan Deutschland, abbreviato in Oplan Deu – messo a punto dalle autorità tedesche per prepararsi all’eventualità di una guerra con la Russia. Il documento, classificato, conta 1200 pagine. Al suo interno si descrive in dettaglio come trasportare fino a 800mila soldati tedeschi, statunitensi e di altre forze Nato, verso un’ipotetica linea del fronte sul confine est. Il piano descrive i porti, i fiumi, le ferrovie e le strade che i mezzi dovrebbero percorrere, e come dovrebbero essere riforniti e protetti durante il tragitto. I funzionari tedeschi hanno affermato di aspettarsi che la Russia sia pronta e disposta ad attaccare la Nato nel 2029. Tuttavia, una serie di episodi di spionaggio, sabotaggi e intrusioni nello spazio aereo in Europa, molti dei quali attribuiti a Mosca dai servizi segreti occidentali, suggeriscono che potrebbe prepararsi ad attaccare prima. Nelle ultime settimane, l’avvistamento di droni in siti sensibili in tutta l’Unione Europea, ha portato diversi leader a dichiarare che la Russia sta combattendo una guerra ibrida che va oltre i confini dell’Ucraina, dove lo scandalo corruzione ha portato, nelle ultime ore, alle dimissioni di Andriy Yermak, potente capo dello Staff del presidente Volodymyr Zelensky. Alcuni analisti ritengono possibile, in questo clima d’incertezza, che un cessate il fuoco in Ucraina, dato per prossimo dagli Stati Uniti, potrebbe liberare tempo e risorse per la Russia, consentendole di preparare un’azione contro i paesi membri della Nato in Europa.
Chi combatterà per l’Europa?
Se i bilanci sono un indicatore della volontà di una società di difendersi, un’altra misura più diretta è quanto sono disposti i cittadini a prestare servizio nelle forze armate. Secondo un recente sondaggio di Gallup la risposta in molti paesi europei sembra essere: non molto. In media, meno di un terzo dei cittadini dell’Ue si dichiara disposto a combattere per il proprio paese in una guerra (lo stesso sondaggio ha rilevato che le percentuali negli Stati Uniti e in India sono rispettivamente del 41% e del 76%). La questione di come reclutare centinaia di migliaia di soldati sta suscitando ampio dibattito: in Germania, i progetti di reintrodurre il servizio militare obbligatorio, abolito oltre un decennio fa, sono stati abbandonati dopo aspri disaccordi. In Francia, Emmanuel Macron ha reso noto un nuovo programma di reclutamento volontario, la cui elaborazione è stata lunga e che sarà aperto principalmente ai diciottenni e diciannovenni. L’obiettivo è di iscrivere 3mila persone la prossima estate, e fino a 50mila nel 2035. La vicinanza alla Russia altera non poco la sensibilità sul tema: in Lettonia il servizio militare è obbligatorio come in Finlandia, Norvegia e Danimarca, che l’hanno recentemente esteso anche alle donne. La Svezia l’ha reintrodotto nel 2017. Estonia e Lituania hanno tutte varianti della leva obbligatoria. In Polonia, dove non c’è leva militare obbligatoria, si sta progettando di far sì che ogni uomo riceva un addestramento militare.
Ma la guerra è davvero inevitabile?
Se riuscissero a rafforzare la resilienza dell’Europa, i pianificatori pensano che non solo garantirebbero la vittoria, ma renderebbero anche meno probabile la guerra. Ma affinché Oplan Deu possa funzionare serve un coinvolgimento che va oltre l’esercito: amministrazioni locali, apparati civili, infrastrutture pubbliche, industria. Una mobilitazione che – come osservava il Wall Street Journal – richiama la logica della Guerra Fredda, pur in un contesto molto diverso, con infrastrutture spesso obsolete, normative inadeguate e un apparato militare più piccolo. Durante la Guerra Fredda autostrade, ponti, stazioni e porti erano progettati come risorse ‘dual use’, usate per scopi civili nella vita di tutti i giorni ma militari, se necessario. Le strade, per esempio, erano costruite per rendere possibili atterraggi di emergenza: i guardrail potevano essere rimossi e una torre di controllo mobile poteva essere installata in pochi minuti. I tunnel e i ponti costruiti dalla fine della Guerra Fredda, invece, non sono idonei all’uso militare e gli stress test dimostrano che c’è ancora molto da fare prima che la Germania possa diventare l’hub logistico della Nato. “Dobbiamo reimparare ciò che abbiamo disimparato”, ha affermato Nils Schmid, viceministro della Difesa. “Dobbiamo far tornare in vita le persone in pensione per farci raccontare come facevamo allora”, ha aggiunto ironicamente. Eppure, una domanda resta cruciale: prepararsi alla guerra serve davvero a evitarla, o rischia di alimentare la stessa spirale che si vorrebbe scongiurare? I Romani avrebbero detto si vis pacem, para bellum. Web Du Bois, secoli dopo, ribatteva che “la causa della guerra è la preparazione alla guerra”. È in quell’enigma che si gioca il futuro della sicurezza europea.
Il commento di Antonio Missiroli, ISPI Senior Advisor
“L’effetto congiunto della fine della ‘pace dei trent’anni’ in Europa (dal 2022) e del ritorno di Trump alla Casa Bianca sta cominciando a incidere sulla percezione collettiva della nostra sicurezza – anche se più chiaramente nei paesi a ridosso della guerra russo-ucraina, come dimostrato dalle reazioni alla prospettiva di un ‘riarmo’ europeo. È quindi naturale che si cerchi di stimolare una maggiore consapevolezza delle minacce e delle implicazioni che ne derivano in termini di risorse pubbliche – finanziarie ma anche umane – come testimonia il delicato dibattito in corso ad esempio in Svezia, Germania e ora anche Francia sulla possibile reintroduzione di qualche forma di coscrizione”.
[Fonte e Foto: ISPI]



