L’INTERVISTA / Mons. Crociata, “Draghi ha ragione: l’UE deve federarsi, l’attuale situazione non lascia vie d’uscita”

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Sul recente monito lanciato dall’ex presidente del Consiglio italiano, già presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi – in occasione della cerimonia per il dottorato honoris causa che gli ha conferito l’Università di Lovanio, in Belgio -, che l’unico modo per l’Europa di non soccombere è federarsi, Tra Cielo e Terra ha sentito l’opinione di mons. Mariano Crociata, vescovo di Latina e presidente della Comece, la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità Europea. “Fino solo a pochi anni fa, non avremmo nemmeno lontanamente immaginato una tale deriva che ha capovolto la logica del diritto e delle istituzioni vedendo affermarsi con una naturalezza sconcertante la pura forza”, dice il presidente dei vescovi dell’UE sulle attuali difficoltà del multilateralismo e del diritto internazionale.

Eccellenza, come presidente dei vescovi dell’UE cosa pensa delle recenti affermazioni dell’ex presidente del Consiglio e della Bce, Mario Draghi, secondo cui in un mondo dominato dai rapporti di forza l’unico modo per l’Europa di non soccombere è federarsi? È d’accordo? Ritiene anche Lei quella degli Stati Uniti d’Europa una prospettiva possibile, anzi necessaria?

Non da ora ci siamo espressi nel senso di auspicare una unità non solo di mercato e monetaria, e di materie collegate, tra i Paesi membri dell’Unione Europea. Del resto, l’UE nasce con l’idea di tendere verso una unità sempre maggiore, non solo di tipo economico ma anche politico. Oltretutto non da ora autorevoli osservatori hanno fatto notare che senza una qualche forma di costituzione, e quindi di legittimazione istituzionale, difficilmente l’esperimento europeo sarebbe andato avanti. Adesso ci troviamo in una situazione di grave minaccia per la stessa autonomia economica dell’Unione. Certo si fanno apprezzare le iniziative di ampliamento delle relazioni commerciali, ma il tema decisivo rimane la coerenza e la forza unitaria in ambiti come esteri e difesa. La proposta di una federazione sembra diventare la necessaria conseguenza da trarre in una situazione internazionale che lascia l’UE senza vie d’uscita.

Draghi dice anche che, nell’attuale contesto internazionale, “un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”. Cosa ne pensa?

È facile cogliere nei più diversi ambienti, non solo ecclesiali, l’appello ai valori originari da cui hanno tratto ispirazione e motivazione i padri fondatori di quella che oggi è l’Unione. Quei valori incontravano in qualche modo una adesione all’epoca ampiamente diffusa. Oggi che la situazione si presenta addirittura quasi capovolta, è difficile dire quale sia il grado di condivisione che essi incontrano. Pertanto fare appello solo a parole a quei valori, di questi tempi, rischia di risultare retorico se non addirittura ipocrita.

C’è da dire che oggi essi non hanno meno importanza rispetto al passato, poiché ci rendiamo conto che senza democrazia e libertà, solidarietà e sussidiarietà, stato di diritto e diritti umani, soprattutto persona e comunità, non è possibile alcuna convivenza degna dell’essere umano. Ma essi hanno bisogno di aderire alla realtà concreta fatta anche di interessi legittimi e di scelte in conflitto con altre. Nella correlazione tra interessi e valori diventa possibile salvaguardare gli uni e gli altri.

Riconosciamo la necessità di un’Unione Europea forte, in grado di proteggere, in questi tempi incerti, i propri cittadini e valori in Europa e in tutto il mondo. Non dimentichiamo che la vocazione originaria dell’UE sia quella di essere un progetto di pace. Qualsiasi investimento necessario, proporzionato e adeguato a favore della difesa europea non deve quindi andare a scapito degli sforzi volti a promuovere la dignità umana, la giustizia, lo sviluppo umano integrale e la cura del Creato. Meccanismi di controllo efficaci e un impegno costante nella diplomazia sono essenziali per prevenire una pericolosa corsa agli armamenti che non servirebbe alla causa della pace.

L’attuale quadro internazionale appare effettivamente dominato da rapporti in cui prevale la forza, sia economica che militare. Lei ritiene che l’Europa stia recitando un ruolo adeguato nei vari contesti di crisi, come ad esempio la guerra in Ucraina, il conflitto a Gaza, le varie situazioni di tensione? Che cosa dovrebbe fare di più e di diverso? Pesano troppo le divisioni interne?

Sulla guerra in Ucraina l’UE ha espresso e mantenuto una posizione coerente fin dall’inizio, come ha dimostrato anche il recente significativo impegno economico a favore di quel martoriato Paese.

Non sembra tuttavia che il suo ruolo abbia una qualche forma di incidenza nei colloqui e nelle iniziative diplomatiche, per quanto ci è dato sapere. Cosa che sembra doversi riscontrare anche altrove. Non per questo bisogna sottovalutare tutti i contatti e le iniziative di dialogo che essa riesce a mettere in campo sui diversi fronti. Il problema è dato proprio dalle lacerazioni che la attraversano. Là dove essa non è in grado di prendere una posizione chiara e compatta, difficilmente potrà essere considerata o anche solo ascoltata. Si potrebbe cominciare, “pragmaticamente”, definendo e assumendo una precisa posizione anche solo su una questione cruciale. È necessario un primo passo verso lo sviluppo di una cultura strategica europea condivisa.

Oggi sia il multilateralismo che il rispetto del diritto internazionale sono aspetti sempre più in difficoltà. Come vescovi dell’Ue avete sentito il bisogno di fare una dichiarazione sulla questione della Groenlandia, affinché il futuro dell’isola artica sia deciso dal popolo groenlandese in un quadro di autodeterminazione. Come siamo arrivati al punto che oggi questi valori sono messi apertamente in discussione? Cosa bisogna fare contro questa deriva, pericolosa anche per il moltiplicarsi delle tensioni? E cosa può e deve fare anche la Chiesa?

In effetti, fino solo a pochi anni fa, non avremmo nemmeno lontanamente immaginato una tale deriva che ha capovolto la logica del diritto e delle istituzioni vedendo affermarsi con una naturalezza sconcertante la pura forza contro ogni senso di umanità e di rispetto degli accordi definiti sul piano internazionale. Per la verità segnali ce n’erano da tempo, ma era difficile realizzare un esito come quello a cui assistiamo da qualche anno a questa parte. Il rischio più grande è di passare dallo sconcerto alla rassegnazione e al senso di impotenza di fronte a un regresso morale e civile di tali proporzioni. Ciò che bisogna fare è continuare a credere, riaffermare e dichiarare apertamente, da parte di tutti, il vigore dei principi e dei valori su cui si fonda la nostra civiltà, senza timori e senza infingimenti; e naturalmente anche continuare a perseguirli e attuarli in tutto ciò che dipende da noi. Papa Leone non perde occasione per ribadirlo con chiarezza e determinazione. Noi vescovi europei senza riserve siamo con lui.

[Foto: Ada Lushi/COMECE]