
Migranti: le nuove leggi europee sui rimpatri

La scheda di Internazionale.
Il 9 marzo la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (Libe) del parlamento europeo ha approvato gli emendamenti a una proposta della Commissione europea per la revisione delle procedure di rimpatrio nei paesi dell’Unione europea, il cosiddetto regolamento rimpatri. Proposto per la prima volta nel marzo 2025, rischia di rendere possibili deportazioni e violazioni sistematiche dei diritti umani delle persone straniere.
La nuova legge prevede anche la costruzione di “centri di rimpatrio” al di fuori dell’Unione europea, in paesi in cui le persone saranno trasferite con la forza in attesa di essere rimpatriate. Il piano ha suscitato molte critiche.
L’origine del nuovo regolamento – spiega una scheda redatta da Internazionale – risale all’approvazione della direttiva sui rimpatri del 2008, che ha stabilito standard minimi per i paesi dell’Unione europea per la gestione delle persone senza permesso di soggiorno, tra cui un limite di detenzione di sei mesi e procedure in gran parte lasciate alla discrezione degli stati membri. Ma i rimpatri nei paesi dell’Unione rimangono bassi perché mancano accordi di rimpatrio con i paesi di origine.
Sotto la pressione di una nuova retorica sull’invasione dei migranti, nel dicembre 2024 la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato che l’aumento dei rimpatri era una priorità assoluta del suo mandato, promettendo di “trarre insegnamenti dall’accordo Italia-Albania”.
Così l’11 marzo 2025 la Commissaria europea per gli affari interni, Ylva Johansson, ha proposto il nuovo regolamento sui rimpatri, che a differenza della vecchia direttiva, è applicabile direttamente in tutta l’Unione euroepa senza adattamenti nazionali.
Pur essendo un provvedimento distinto, s’inserisce nella serie di misure che entrano in vigore nel 2026 note come Patto europeo sulla migrazione e l’asilo che trasformeranno il sistema di accoglienza e protezione in Europa. Il patto europeo indebolisce i diritti e le garanzie dei richiedenti asilo e prevede un approccio securitario alle frontiere, con la detenzione amministrativa di massa per i richiedenti asilo e procedure accelerate di frontiera per chi arriva da determinati paesi.
Cosa sono i centri di rimpatrio?
Sono strutture costruite in paesi extraeuropei dove le persone irregolari sono trasferite con la forza in attesa di essere rimpatriate. Il processo si basa su accordi bilaterali tra gli stati dell’Unione e i governi ospitanti. I finanziamenti di questo piano proverranno dal fondo di solidarietà europeo, che ammonta a 420 milioni di euro all’anno. Inizialmente la proposta escludeva i minori non accompagnati e le famiglie con bambini dal trasferimento forzato nei centri di rimpatrio, ma l’accordo del Consiglio del dicembre 2025 ha ribaltato questa decisione per le famiglie, consentendo il loro trasferimento nei centri insieme agli adulti.
Le nuove norme si applicheranno a tutti i paesi europei, quindi in base al regolamento sui rimpatri, una domanda di asilo respinta in Grecia attiverà l’espulsione in tutti i paesi dell’Unione europea.
Il regolamento impone un uso esteso di banche dati a livello europeo come Eurodac (che ora memorizza immagini del volto, dati biometrici e alfanumerici a partire dai sei anni di età) e l’interoperabilità con il Sistema d’informazione Schengen per il monitoraggio in tempo reale degli ordini di rimpatrio, delle posizioni e dei rischi di fuga.
In una dichiarazione congiunta pubblicata lo scorso anno, la piattaforma per la cooperazione internazionale sui migranti irregolari (Picum) e oltre 250 organizzazioni hanno messo in guardia contro l’ampia raccolta e condivisione di dati sensibili, inclusi dati sanitari e precedenti penali, con paesi terzi privi di adeguate tutele.
Hanno inoltre espresso preoccupazione per l’uso di tecnologie invasive nei centri di detenzione, come il tracciamento gps, la sorveglianza tramite dispositivi mobili e l’aumento della profilazione razziale. Le organizzazioni per i diritti umani hanno avvertito che la proposta apre la strada alla creazione, da parte degli stati dell’Unione europea, di centri di detenzione all’estero, dove la reclusione arbitraria, i respingimenti a catena verso paesi non sicuri e altre violazioni sono all’ordine del giorno.
La Picum osserva che la proposta favorirebbe anche il sovraffollamento delle strutture, concedendo al contempo poteri “di emergenza” per limitare il controllo giurisdizionale, persino per famiglie e minori.
Silvia Carta, responsabile advocacy della Picum, ha dichiarato: “Questa nuova norma è un chiaro tentativo di esasperare l’ossessione dell’Unione europea per le espulsioni, applicando un approccio discriminatorio e punitivo a qualsiasi persona in situazione irregolare”. Carta ha aggiunto che non vengono prese in considerazione misure che potrebbero realmente favorire l’inclusione sociale e la regolarizzazione. “Al contrario, è probabile che sempre più persone siano rinchiuse nei centri di detenzione per immigrati in tutta Europa, che le famiglie siano separate e che le persone siano trasferite con la forza in paesi che nemmeno conoscono”, ha concluso.
Sos Mediterranee: continuano le morti nel Mediterraneo, ecco come l’Europa ferma i migranti. Tra violenza e mancata trasparenza
Nuova analisi sulla trasparenza del programma SIBMMIL il più importante strumento di collaborazione tra Italia e Libia: quasi la metà del budget stanziato non è tracciabile. Mentre continuano le morti nel Mediterraneo.
Ormai da anni la collaborazione tra Italia e Libia per fermare i migranti in arrivo dal Mediterraneo centrale è una realtà consolidata, rafforzata dal Memorandum di Intesa firmato nel 2017 tra i due Paesi, con il sostegno dell’Unione Europea. Il programma decennale più importante di questa collaborazione è SIBMMIL – Support to Integrated Border and Migration Managementin Libya – che si è concluso lo scorso anno. Grazie alla collaborazione con IrpiMedia, SOS MEDITERRANEE ha analizzato la destinazione e l’utilizzo dei 61,2 milioni di euro stanziati per SIBMMIL. Il tracciamento è stato possibile solo per poco più di 34 milioni. Non si hanno informazioni pubbliche e accessibili per gli altri 27,1 milioni, pari al 44% circa del budget.
Il programma SIBMMIL è anche il programma con cui l’Europa ha finanziato diverse autorità di Tripoli, tra cui la Guardia costiera libica. La stessa Guardia costiera che negli anni ha portato avanti un trend di violenza crescente sia verso le navi umanitarie sia verso le persone migranti: almeno 24 attacchi alle navi umanitarie tra il 2021 e il settembre del 2025. Anche la nave Ocean Viking è stata oggetto degli spari della Guardia costiera libica nell’agosto 2025. A compiere questo attacco, che ad oggi rimane impunito, è stata la motovedetta della Guardia costiera libica Houn 664: una imbarcazione donata dall’Italia nel giugno 2023 proprio nell’ambito di SIBMMIL, grazie a un bando da 3,3 milioni di euro per questa e una seconda motovedetta. IrpiMedia ha ricostruito i movimenti della Houn, che opera tra Tripoli, Al Khoms – porto ad est della capitale libica, con forte presenza turca – e Misurata: oggi sappiamo che in quest’area la motovedetta ha intercettato almeno 321 migranti e il suo equipaggio ha compiuto svariati altri episodi di intimidazione e violenza.
“L’Europa finanzia la Libia sapendo e accettando il rischio, che con le attrezzature fornite, e con le conoscenze acquisite, compirà azioni illegali, violente e discriminatorie contro le persone migranti ma anche contro le navi del soccorso civile – dichiara Valeria Taurino Direttrice di SOS MEDITERRANEE – Nonostante questo, il commissario alla migrazione dell’UE Magnus Brunner ha detto “non abbiamo alternative” al collaborare con le autorità libiche, come se questa fosse una necessità inevitabile invece di una scelta politica precisa che normalizza la violenza e la violazione del diritto pur di tenere le persone lontane dall’Europa. Inoltre, denunciamo la scarsa tracciabilità dei fondi spesi per finanziare la Libia: i cittadini europei hanno il diritto di sapere come vengono utilizzate risorse pubbliche destinate a sostenere attori coinvolti in gravi e documentate violazioni dei diritti umani”.
Nel corso della conferenza stampa che si è tenuta alla Camera lunedì 16 marzo, l’organizzazione ha chiesto un’indagine piena, indipendente e trasparente sull’attacco contro la nave Ocean Viking, per accertare i fatti e garantire che i responsabili diretti degli spari e la relativa catena di comando siano chiamati a rispondere ai sensi del diritto nazionale e internazionale. “Chiediamo inoltre – prosegue Taurino – il rafforzamento dei meccanismi di monitoraggio degli accordi di cooperazione in materia migratoria e di gestione delle frontiere conclusi con Paesi terzi, con particolare riferimento alla cooperazione Italia-Libia. Chiediamo l’accesso alla documentazione rilevante e una valutazione periodica del loro impatto sui diritti fondamentali”.
[Foto: Save the Children]



