Oscar Cullmann e il rapporto tra fede e politica

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La Chiesa, come Cristo, non deve chiudersi nell’oasi sacrale e deve divenire spina nel fianco della politica, senza concordismi e collusioni. All’inizio del nuovo anno, il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura, introduce alla figura di Oscar Cullmann, grande teologo luterano. Leggiamo la sua recensione del libro di Cullmann “Dio e Cesare” (Ave, pagg. 142, euro 14) pubblicata domenica 14 gennaio dal Domenicale del Sole 24 Ore.

Ormai è trascorsa una sessantina d’anni, eppure ho ancora nella memoria visiva la figura e nell’orecchio il francese venato di tonalità sassoni di quel grande teologo luterano nato a Strasburgo nel 1902. Sto evocando Oscar Cullmann che allora era a Roma, invitato come osservatore al Concilio Vaticano II, mentre io ero giovane studente di teologia all’Università Gregoriana. Come altri personaggi protestanti e ortodossi ospiti all’assise conciliare, egli aveva tenuto una conferenza in un’istituzione cattolica e molti di noi, studenti ai primi passi in quella disciplina, eravamo accorsi ad ascoltarlo.

Naturalmente, solo anni dopo, leggendo le sue opere, avrei compreso appieno l’originalità del suo pensiero che, per altro, si era sviluppato in una lunga carriera accademica da Strasburgo a Basilea, dalla Sorbona all’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Una carriera accompagnata da una vasta bibliografia distribuita nell’arco di un’esistenza che attraverserà tutto il ’900 (morirà, infatti, a Chamonix nel 1999, all’ombra del Monte Bianco). Di Cullmann mi colpì sempre una sua opera del 1946, Cristo e il tempo (tradotta dal Mulino nel 1946), il cui centro tematico era alla base anche di quella lontana conferenza.

A differenza di un suo celebre collega, il tedesco Rudolf Bultmann, che aveva estenuato quasi a dissolvere la dimensione storica di Cristo e della sua salvezza riducendola a un evento esistenziale di fede personale, il teologo alsaziano aveva esaltato la storicità di Gesù e dei fatti salvifici, innestati in una trama direzionale che dalla creazione procede attraverso le vicende dell’Israele biblico, si manifesta nelle origini e nei secoli successivi cristiani e si innalza fino alla parousía, ossia la «venuta» finale del Cristo a suggello della redenzione. Siamo ben lontani dalla «morsa di un eterno circolo», come insegnava la concezione greca ciclica del tempo, una visione della storia che ignorava l’attesa, a differenza del cristiano che vive in tensione tra un «già» presente e un «non ancora» (l’escatologia), un primo adempimento e una pienezza futura.

Curiosa era l’immagine «bellica» da lui adottata: ci può essere in una guerra una battaglia decisiva, ma il conflitto può trascinarsi ancora a lungo prima di approdare al conclusivo Victory Day. Fuor di metafora, «il travolgente avvenimento di Cristo» nella croce e risurrezione incarna la battaglia decisiva, ma la vittoria definitiva è ancora da attendere, nella citata parousía finale. È in questo quadro dal forte impianto storico tridimensionale (passato-presente-futuro) che si colloca un saggio ora riproposto, estratto dalla raccolta dei suoi Studi di teologia biblica (Ave 1969). Il tema, infatti, coinvolge necessariamente la storia ed è il rapporto tra fede e politica, tra Dio e Cesare, per ricorrere al famoso lapidario detto di Cristo: «Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio» (Matteo 22,21, un vero e proprio tweet di soli 54 caratteri, spazi compresi, nell’originale greco del Vangelo).

Si pensi a quanto è stato scritto, detto, pensato, elaborato, affermato e negato attorno a questo motto, a partire da quel gioiello del II sec. che è la Lettera a Diogneto sul rapporto tra cristiani e mondo (sono nel mondo senza essere del mondo, ma ne sono l’anima). A guidare il lettore nella concezione cullmanniana è ora il gesuita Francesco Occhetta con una preziosa introduzione, capace di cogliere la nervatura del saggio senza esaurirne la ricchezza, spingendo così il lettore a seguire il testo. Esso è costruito quasi a polittico ove entrano in scena Gesù e il movimento antiromano degli zeloti, la sua condanna alla pena capitale da parte dello Stato romano, la sorprendente posizione di Paolo (e di Luca) – di taglio sostanzialmente positivo – nei confronti dell’impero e quella radicale negativa dell’Apocalisse giovannea.

Si provi, infatti, a leggere in parallelo il c. 13 della Lettera ai Romani e il c. 13 (o altri) dell’Apocalisse: nel primo caso lo Stato è rispettato come strumento di Dio, nel secondo è semplicemente un essere diabolico. Cullmann, attraverso lo spoglio della varia documentazione delle origini cristiane, e tenendo come bussola il citato detto evangelico, delinea la sfida che la Chiesa ha di fronte a sé nel succedersi dei secoli e nel mutare delle coordinate storico-culturali. Da un lato, come Cristo, non deve alienarsi serrandosi nell’esclusivismo dell’oasi sacrale; d’altro conto, dev’essere attrice nella società divenendo come una spina nel fianco della politica, senza concordismi interessati e collusioni, ma anche senza rigetti radicali.

Come scrive il teologo alsaziano, nel cristianesimo a dominare è l’attesa della pienezza finale e quindi è importante impugnare il vessillo dei valori spirituali, morali e umani; ma questa opzione «non è per nulla nel senso di un rifiuto aprioristico dello Stato come tale». La Chiesa deve rifiutare ogni collateralismo e compromesso ma anche ogni forma di anarchismo e zelotismo o isolazionismo. La sua speranza e il suo progetto sono più alti e, come annota p. Occhetta, essa «è chiamata a essere voce della coscienza morale che distingue il bene dal male e le scelte umane da quelle dis-umane».

(Fonte: Il Sole 24 Ore – Gianfranco Ravasi; Foto: Cortile dei Gentili)