
Sanzioni sugli insediamenti, Londra prepara la stretta e Israele la risposta

Aveva promesso azioni più incisive contro Gerusalemme, e ora sta preparando il terreno. Il primo ministro britannico Andy Burnham, che ha ereditato da Keir Starmer la guida del governo laburista, si appresta a varare un pacchetto di misure economiche senza precedenti contro il mondo degli insediamenti israeliani. Al vaglio di Londra, secondo quanto anticipato dal Times, ci sono «un divieto di importazione dei prodotti provenienti dagli insediamenti in Cisgiordania e sanzioni personali contro figure di spicco del movimento dei coloni».
Ad accelerare i provvedimenti di Londra, scrivono i media locali, è stata l’approvazione da parte del governo Netanyahu del piano urbanistico per l’area E1, che prevede migliaia di alloggi in una striscia di terra a est di Gerusalemme, tra la capitale israeliana e l’insediamento di Ma’ale Adumim. L’edificazione in quest’area è da tre decenni una linea rossa per l’Unione europea: saldando Gerusalemme al grande insediamento, il progetto spezzerebbe la continuità territoriale tra il nord e il sud della Cisgiordania e isolerebbe Gerusalemme Est, compromettendo le basi di un futuro Stato palestinese. Anche per questo, sottolinea la testata economica Globes, i precedenti governi israeliani, pur avendo il piano nel cassetto, si erano finora astenuti dal portarlo avanti.
Burnham intende adottare una linea «più decisa» rispetto al predecessore, accusato dalla sinistra del partito di un «approccio troppo amichevole» verso Israele. La pressione arriva anche dai banchi laburisti: centoquaranta parlamentari, circa un terzo del gruppo, hanno firmato una lettera per chiedere provvedimenti severi. Un dibattito era atteso al congresso di settembre, ma il premier vorrebbe annunciare le sanzioni prima, per togliere la questione dall’ordine del giorno.
Il gruppo Labour Friends of Israel, pur sostenendo misure mirate contro gli estremisti israeliani violenti, ha messo in guardia: un boicottaggio commerciale generalizzato sarebbe «devastante per l’interesse nazionale britannico, per gli ebrei britannici e per i lavoratori palestinesi». Il nodo è la difficoltà di distinguere, sul piano doganale, le merci prodotte negli insediamenti da quelle israeliane in senso stretto: Israele esporta verso la Gran Bretagna beni per circa 2 miliardi di dollari l’anno. C’è poi il timore di un’interferenza nelle elezioni israeliane del 27 ottobre: sanzioni non mirate, sostiene il gruppo, rischierebbero di rafforzare la «mentalità da assedio» della destra, danneggiando l’opposizione, oggi in testa nei sondaggi.
La risposta di Gerusalemme
A fronte delle sanzioni di Londra, il governo israeliano sta valutando una risposta già adottata nei confronti di Spagna e Paesi Bassi: l’espulsione dei rappresentanti britannici dal Centro di Coordinamento civile-militare di Kiryat Gat, l’organismo istituito nell’ambito del piano di pace per Gaza voluto da l presidente Usa Donald Trump. E non solo il Regno Unito potrebbe essere colpito: misure analoghe sarebbero al vaglio anche contro Germania e Italia, secondo quanto rivela il Financial Times, sebbene un funzionario italiano abbia respinto l’ipotesi di una rimozione dei due Paesi dal comitato.
Nei mesi scorsi Israele ha già allontanato dal quartier generale i rappresentanti di Spagna, citando il «pregiudizio ossessivo e anti-israeliano» di Madrid, e dei Paesi Bassi, questi ultimi dopo l’approvazione di una legge – in vigore a partire dal 22 settembre – che vieta l’importazione, l’acquisto e la vendita di prodotti degli insediamenti, con pene fino a sei anni di carcere.
L’espulsione di rappresentanti di Paesi a lungo considerati alleati è la misura del deterioramento nei rapporti tra Israele e le potenze occidentali, dopo la guerra su più fronti e alla luce delle iniziative del governo in Cisgiordania, fa notare Globes. Qualsiasi nuova rimozione, però, richiederebbe con ogni probabilità il via libera del Consiglio di Pace guidato dagli Stati Uniti, l’organismo che sovrintende alla ricostruzione di Gaza. Una fonte israeliana, sentita da Ynet, rivendica il «pieno diritto sovrano» di decidere chi possa restare sul territorio dello Stato ebraico.
[Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche]



