Tra Kiev e Mercosur, l’Europa e l’ambizione mancata

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Dopo una lunga trattativa i leader europei riuniti a Bruxelles hanno deciso: i fondi per l’Ucraina arriveranno tramite debito comune garantito dal bilancio europeo mentre sul Mercosur è tutto rinviato a gennaio. Il focus di Alessia De Luca per l’ISPI.

Dopo una maratona negoziale durata fino a notte fonda il Consiglio europeo ha raggiunto un accordo per continuare a sostenere finanziariamente l’Ucraina: i leader europei hanno concordato un prestito da 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, garantito dal bilancio comune e finanziato attraverso debito europeo. È una decisione che assicura a Kiev una boccata d’ossigeno, evitando il rischio di un collasso finanziario del Paese già dalla prossima primavera, ma che archivia, almeno per ora, il progetto più ambizioso e controverso: il ricorso all’uso degli asset russi congelati in Europa per sostenere la difesa ucraina. Kiev dovrà rimborsare il prestito solo dopo che Mosca avrà pagato le riparazioni di guerra e allora, secondo quanto stabilito, potrà fare ricorso ai beni russi. Ma tempi e modi in cui questo dovrebbe accadere sono poco chiari. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la parola” ha dichiarato il presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa mentre Volodymyr Zelensky, ha definito l’intesa “un sostegno significativo che rafforza realmente la nostra resilienza”. Ma se è vero che l’accordo rappresenta un’ancora di salvezza fondamentale per Kiev e giunge mentre l’Europa cerca di affermare il proprio diritto a intervenire nei colloqui di pace guidati da Washington, il modo in cui si è arrivati a questa decisione non è certo un messaggio di unità e forza da parte dei 27.

Un’Europa a 24?

L’intesa siglata a Bruxelles prevede infatti che l’Unione raccolga 90 miliardi sui mercati dei capitali, con una ‘cooperazione rafforzata’ di 24 Stati membri, mentre Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia che non hanno voluto contribuire, resteranno formalmente fuori dalle garanzie finanziarie. Detto altrimenti i tre Paesi, guidati da governi meno ostili al Cremlino, hanno ottenuto un’esenzione finanziaria purché non opponessero il veto a una decisione che richiede l’unanimità. In un post sui social, il negoziatore economico del Cremlino, Kirill Dmitriev, ha plaudito al fallimento alla decisione di non ricorrere all’uso degli asset russi – per cui la banca centrale russa ha già fatto causa ad Euroclear, l’istituto belga che detiene la fetta più importante delle sue attività nel Continente – aggiungendo che “per il momento, la legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria”. L’Europa dunque ha optato per la via più sicura dal punto di vista legale e politico, ma anche se la sua solidarietà con l’Ucraina rimane notevole, Mosca sarà incoraggiata. Dopo il voto, i leader di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono stati immortalati in un incontro trilaterale dal primo ministro ungherese, Viktor Orban, che ha twittato: “Di nuovo in attività!”.

Cosa cambia?

Se per l’Ucraina in fondo cambia poco negli effetti, all’utilizzo dei fondi russi, la decisione non ha mancato di sollevare interrogativi e qualche recriminazione. Infatti, il complesso schema per l’utilizzo degli asset russi – di cui molto si è parlato nelle ultime settimane –  aveva l’imprimatur di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, e del Cancelliere tedesco Friedrich Merz. Secondo il Financial Times non è escluso che alcuni governi dei 27 non abbiano insistito sugli asset per proteggere eventuali ‘rappresaglie’ da parte di Mosca sulle loro banche o imprese con residui legami in Russia. E nei giorni scorsi, Politico ha rivelato che Donald Trump avrebbe fatto pressione su alcuni leader europei affinché non toccassero i beni russi, sperando di poterli utilizzare in futuro per una ricostruzione dell’Ucraina a guida americana. Inoltre c’è il rischio che il fallimento del blocco dopo ore interminabili di colloqui sarà considerato da Trump come un’ulteriore prova del fatto che “gli europei sono deboli” e che le loro opinioni diverse possono essere tranquillamente ignorate.

Mercosur: tutto rinviato?

La sensazione che l’Europa fatichi ad affermarsi geopoliticamente in un momento in cui sarebbe essenziale farlo è arrivata anche da un altro dossier caldo sul tavolo dei leader presenti al vertice: l’accordo commerciale con il Mercosur. Dopo un negoziato durato 25 anni, il vertice avrebbe dovuto dare il via libera all’intesa per la creazione di un mercato integrato di circa 780 milioni di consumatori – il più ampio al mondo – e von der Leyen avrebbe dovuto recarsi in Brasile questo fine settimana per firmare l’accordo a nome dell’Unione. Ma l’opposizione degli agricoltori – preoccupati da eventuali impennate delle importazioni (magari sottocosto o con minori controlli e vincoli, malgrado le rassicurazioni al riguardo da parte della Commissione Ue) di carne bovina e un’invasione di prodotti agricoli sottocosto ha fatto vacillare i politici. Su pressione di Francia e Italia, mentre fuori dai palazzi europei trattori e camion paralizzavano la capitale belga, la firma è stata rinviata agli inizi di gennaio. Ma c’è il rischio che salti del tutto. Per chi è convinto che – in un periodo di crescente protezionismo e tra crescenti turbolenze – l’Ue non possa permettersi di snobbare mercati alternativi e nuove mete commerciali, è un duro colpo. E quello che avrebbe dovuto essere un test decisivo della credibilità geopolitica e commerciale dell’Unione finisce invece per apparire come un’occasione mancata.

Il commento di Antonio Villafranca. Vice Presidente per la Ricerca ISPI

Per capire perché il prestito all’Ucraina è importante, basta pensare a cosa sarebbe successo in sua assenza. Già dal secondo trimestre del 2026 Kiev avrebbe rischiato il tracollo finanziario. E senza soldi sostenere lo sforzo militare (circa 170 milioni al giorno) sarebbe risultato impossibile. Ovvero, un regalo a Putin sul conflitto e un assist a Trump sull’inutilità (o peggio) dell’Ue. Nel gioco delle parti tra i paesi membri, a colpire è la posizione di 3 paesi dell’est: per loro il prestito non si tradurrà in nessun caso in obblighi finanziari. Il dato di fondo è che loro non condividono le priorità di politica estera dell’Unione. E se non possono bloccare gli altri, quanto meno pensano ai loro soldi.

[Fonte e Foto: ISPI]