Ucraina: il ‘contropiano’ dell’Europa

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Dopo lo shock del piano Trump, le capitali europee costruiscono una proposta alternativa per evitare che l’Ucraina venga spinta verso una pace negoziata altrove e imposta a Kiev. Il punto di Alessia de Luca per l’ISPI.

I leader europei corrono ai ripari e, dopo lo shock iniziale seguito alla presentazione del piano di Donald Trump per l’Ucraina, propongono un ‘loro’ piano per la pace. La controproposta europea, in realtà è una versione riveduta e corretta del piano americano in 28 punti, da cui sono cancellate le condizioni più dure tra quelle imposte a Kiev. Il documento, riferisce Reuters, propone che l’esercito ucraino sia limitato a 800mila uomini “in tempo di pace”, anziché a 600mila come proposto dal piano statunitense. Afferma inoltre che i negoziati sugli scambi territoriali inizino “dalla linea del fronte”, anziché riconoscere come russe aree del Donbass ancora non espugnate da Mosca. Redatto principalmente da funzionari di Regno Unito, Francia e Germania, il piano europeo propone anche che Kiev riceva una garanzia di sicurezza simile alla clausola dell’articolo 5 della Nato e si oppone alla proposta americana di utilizzare i beni russi congelati nell’Unione europea per ricostruire e investire in Ucraina e che gli Stati Uniti avrebbero ricevuto il 50% dei profitti derivanti da tale iniziativa. Al contrario, prevede che l’Ucraina sarà ricostruita e risarcita “anche attraverso i beni sovrani russi, che rimarranno congelati finché la Russia non risarcirà i danni causati all’Ucraina”. La proposta europea è un tentativo di correggere il testo americano: un documento che incorpora diverse richieste russe di lunga data, violando al contempo le chiare linee rosse di Kiev ed eludendo le preoccupazioni europee in materia di sicurezza. Secondo le richieste di Trump, Kiev avrebbe dovuto accogliere il piano entro il 27 novembre, giorno del Ringraziamento, pena la fine dei rifornimenti e dell’accesso alle  informazioni di intelligence militare Usa.

Diplomazia sul filo del rasoio?

Nonostante le differenze macroscopiche nei due piani, tuttavia, gli europei continuano a plaudere al presidente statunitense. Il Consiglio e la Commissione – con Antonio Costa e Ursula von der Leyen – parlano di “nuovo slancio” e di una “base solida” per andare avanti. Sono dichiarazioni prudenti, pensate per non alimentare la reazione di un Presidente USA che ha legato l’accettazione del suo piano alla prosecuzione del sostegno militare e dell’intelligence per Kiev. La ragione è tanto politica quanto tattica. La posta in gioco per l’Europa è altissima: un irrigidimento della Casa Bianca, in piena fase negoziale, rischierebbe di isolare Kiev e di indebolire l’intera risposta occidentale alla Russia. In questo quadro, non sorprende che Zelensky – sotto pressione – abbia dichiarato di sentirsi stretto fra “perdere la dignità” e “perdere il sostegno del principale alleato”. È una sintesi brutale della condizione diplomatica in cui si trova oggi l’Ucraina. Trump, si sa, sa essere vendicativo e gli europei non possono correre rischi: il piano presentato nei giorni scorsi da Washington somiglia più a una capitolazione dell’Ucraina che alla pace e va assolutamente sventato il rischio che il presidente si impunti per farlo accettare così com’è.

Trump fa dietrofront?

Dopo ore di attività diplomatiche febbrili, Donald Trump è sembrato fare marcia indietro. Tutto sommato, il piano in 28 punti proposto a Kiev – ha fatto sapere – “non è definitivo”. La schiarita è arrivata ieri da Ginevra, dove – dopo ore di negoziato – il Segretario di Stato americano Marco Rubio si è detto ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo “molto presto” annunciando una sorta di riconciliazione con i funzionari ucraini ed europei. “Questo è stato un incontro molto, molto significativo, direi probabilmente il miglior incontro e la migliore giornata che abbiamo avuto finora in tutto questo processo” ha dichiarato Rubio. Anche Andriy Yermak, il principale collaboratore di Zelensky, ha concordato sul fatto che “stiamo procedendo verso una pace giusta e duratura”. I funzionari europei si sono riuniti domenica a Ginevra sperando di convincere gli americani a tenere conto delle preoccupazioni europee nei negoziati. Le capitali del Vecchio Continente hanno ribadito che nessun accordo di pace può essere raggiunto senza il contributo diretto dell’Ucraina. Poiché i colloqui sono destinati a proseguire nei prossimi giorni – Rubio ha affermato che si tratta di un “work in progress” – qualsiasi accordo dovrà essere approvato sia da Zelensky che da Trump, forse in un incontro a Washington. Ma, almeno per ora, la scadenza del Ringraziamento e la minaccia che l’Ucraina perda l’accesso all’intelligence americana e ad armi vitali per la resistenza a Mosca sembrano scongiurate.

Fino alla prossima crisi?

Nonostante la parziale marcia indietro di Trump, il tentativo di imporre una pace “a qualunque costo” ha già provocato danni. Intanto, contribuisce a dividere il fronte europeo già frammentato al suo interno, e poi – ancora più grave – mette a nudo confusione, rivalità e incompetenze all’interno dell’amministrazione Usa. Se Steve Witkoff, sarà chiamato a fare da capro espiatorio, però, è il vicepresidente J.D. Vance – osserva l’Economist – “che ancora una volta emerge come la forza che cerca di far deragliare le relazioni tra America e Ucraina”. A febbraio aveva provocato la lite televisiva tra Trump e Zelensky alla Casa Bianca. Questa volta ha promosso un piano palesemente filo-russo. Quanto a Trump, ha nuovamente tradito i suoi pregiudizi di fondo: simpatia per Mosca e indifferenza per l’Ucraina. Prima dell’ultima piroetta, il presidente aveva accusato le autorità ucraine di mostrare “zero gratitudine” per gli sforzi Usa volti a porre fine alla guerra. Nonostante le premesse, anche questa volta l’Europa è riuscita a evitare una frattura aperta con Washington, costruendo una controproposta capace di disinnescare – almeno per ora – la rigidità del piano statunitense. Ma il modo in cui la crisi è stata gestita rivela un problema più profondo: le stesse dinamiche che l’hanno generata rischiano di ripresentarsi alla prossima occasione e alla prossima crisi.

Il commento di Eleonora Tafuro Ambrosetti, Osservatorio Russia, Caucaso e Asia Centrale ISPI

“Alla ricerca del male minore: questo sembra il principio che ha guidato la controproposta dell’UE. Non certo la “pace giusta” nella sua interezza — quella che Zelensky rivendicava nel suo piano di pace in dieci punti, presentato nel dicembre 2022. Si tratta però di una proposta decisamente più favorevole per l’Ucraina e infatti subito osteggiata dal Cremlino, che l’ha liquidata come “non costruttiva”. Finalmente l’UE sembra voler entrare con decisione nel vivo di un processo diplomatico da cui è rimasta esclusa per troppo tempo. Resta, però, nel caos fluido in cui si stanno muovendo questi negoziati, il dubbio su quanto la voce dell’UE — ormai principale sostenitore di Kiev — verrà effettivamente ascoltata”.

[Fonte e Foto: ISPI]