25 Aprile: suore partigiane, 80 anni fa c’erano anche loro. La Resistenza ‘disarmata’ delle religiose italiane

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ROMA, 25 APRILE – Tra i cattolici e la “gente di Chiesa” che nei 20 mesi dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945 parteciparono alla Resistenza e contribuirono alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo, ci furono anche molte suore. Un aspetto poco sottolineato, anche nel mondo ecclesiale, ma che in tempi recenti è uscito da una sorta di cono d’ombra.

Ad accendere una luce su questo particolare lato della lotta di liberazione fu dapprima il convegno “Le suore e la Resistenza” del 22 aprile 2009, promosso dalla Fondazione culturale Ambrosianeum di Milano, in collaborazione con l’Azione Cattolica ambrosiana. E i contributi di quell’evento – quasi quattrocento pagine che mettono in luce un apporto, nei giorni della Liberazione, fino ad allora scarsamente riconosciuto, eppure spesso fondamentale – finirono nel saggio “Antifascismo e Resistenza in Italia – Storia delle donne” a cura di Giorgio Vecchio, ordinario di Storia Contemporanea all’Università di Parma, edito da In Dialogo nel 2010.

Tra l’altro, nella parte finale del libro, Gianfranco Maris (Presidente nazionale ANED, Associazione ex deportati), ricordando una novizia non ancora suora Carmelitana, detenuta a Verona per avere dato rifugio nelle cascine della sua famiglia a ex prigionieri militari inglesi, scrive: “La storia della Resistenza non armata può sicuramente includere anche questa Carmelitana tra i suoi combattenti, perché anche le idee, i convincimenti e la fede sono armi con le quali si possono combattere guerre giuste”.

Maris aggiunge anche che è molto importante l’indagine sulla “Resistenza non armata” per capire che, quando si dice “valori della Resistenza trasferiti nella nostra Costituzione”, si parla di quei valori per i quali pure le suore seppero operare scelte coraggiose.

Nei vari interventi dei relatori sono ricordati i tanti (non violenti) atti di coraggio delle religiose italiane, divenute di volta in volta soccorritrici, infermiere, informatrici e, spesso, punto di riferimento nei propri istituti di attività clandestina della Resistenza. Non episodi sporadici, singole azioni di carità, ma “aiuti portati con piena consapevolezza agli eventi storici che interessavano l’Italia, segno di una partecipazione corale a una ribellione corale”.

Tra i nomi e le storie ricordate, c’è madre Imelde Ranucci delle Francescane dell’Immacolata di Palagano (Appennino modenese). Per lei tutto inizia il 16 settembre 1943, quando riceve la visita di un prete che le lascia in custodia una dottoressa polacca israelitica. In seguito arriveranno, per periodi più o meno lunghi, giovani partigiani da nascondere.

A Noventa Vicentina, suor Fedora Casol, delle Suore Elisabettine, aprì le porte della scuola materna a partigiani, ebrei e russi, consentendo che vi fosse installato un ufficio anagrafico clandestino e che vi fossero custodite armi.

A Livorno, riunioni clandestine della Resistenza, mascherate come adunanze dell’Apostolato della Preghiera, ebbero luogo nel convento delle Suore Mantellate dell’Ambrogiana.

A Prato i dirigenti del CLN furono nascosti e operarono clandestinamente a partire dal convento di San Niccolò.

A proposito di fughe, vanno ricordate le suore dell’asilo di San Bartolomeo a Como le quali, recandosi quotidianamente alla palestra che fungeva da carcere politico, facilitarono diverse evasioni, compresa quella di Enrico Mattei.

La figura che più di tutte risalta è quella di suor Enrichetta Alfieri “L’Angelo di San Vittore”, morta il 23 novembre 1951, in fama di santità (il lungo e severo Processo canonico giunse a conclusione con la beatificazione suor Enrichetta il 26 giugno 2011). La religiosa sfidava i nazisti e i fascisti nel carcere milanese, e tra i suoi ‘salvati’ ci furono Mike Bongiorno e Indro Montanelli.

Infoltre, non si può dimenticare che l’opera preziosa delle suore per il salvataggio degli ebrei, tra il 1943 e il 1945, può essere ricostruita a partire dal libro “I giusti d’Italia”, promosso dalla fondazione Yad Vashem. In quel libro sono numerose le religiose insignite del titolo di “Giuste”.

A riportare più recentemente l’attenzione sulle “suore partigiane”, diverse delle quali furnono anche arrestate e internate, è stato un intervento di Grazia Loparco sull’Osservatore Romano del 30 dicembre, dal titolo “Come si può dimenticare?”. Le religiose attive nella Resistenza sono ancora un oggetto di ricerca in parte inedito, e le citazioni sono relativamente poche, anche perché si tratta di storia orale e se le interessate non hanno lasciato diari e non ci sono notizie di onori resi anche alla memoria, i nomi in qualche modo “scompaiono”.

Certo le chiese locali non erano pronte a registrare le azioni che allora – tra il 1942 e il ‘45 – erano trasgressive due volte. L’orecchio della storica sente ancora i vescovi brontolare di qualche “sorella” (“questa benedetta donna mi farà impazzire”), ma non indagano mentre lei porta dentro il santo abito dalle ampie tasche messaggi ai carcerati politici.

L’articolo ci dà ancora qualche nome: una che ebbe il massimo riconoscimento della medaglia d’oro nel 1962 e i suoi resti riposano nel sacrario dei caduti per la Resistenza fu suor Serafina (Giacomina) Gazzoli per aver prestato assistenza ai partigiani dell’Astigiano.

A Carrara va ricordata suor Antonia Deidda che, intervistata, racconta: “la nostra attività patriottica ebbe inizio l’8 settembre ’43, nel campo di concentramento di Marina di Carrara”, dove lei e altre consorelle portarono abiti civili per far fuggire i militari e a ripararsi in famiglie. Diedero aiuto anche a disertori repubblichini, aiutate da un carabiniere a contatto con la formazione Lino Parodi e con Bernardo Zuccolini, il primo partigiano con cui erano entrate in contatto e al quale trovarono un’abitazione
sicura per evitare la vigilanza. Non mancarono i problemi quando l’attività del convento fu nota alla superiora. Nelle carceri l’abito religioso nascondeva messaggi, medicinali, biancheria pulita per i detenuti politici.

Nella Casa dello Studente di Genova furono portate le detenute e le condannate a morte o alla deportazione nei lager, casi gravissimi poi commutati in detenzione in ospedale psichiatrico a Milano per intervento dei vescovi sollecitati dalla citata suor Enrichetta Alfieri, da suor Paola Nervi e suor Donatella Castrezzati.

Conosciute come presenti sul campo come staffette e persino come agenti dei servizi segreti partigiani: suor Carla De Noni che si presentava con il rosario in mano a negoziare tra le parti per evitare rastrellamenti di massa, fucilazioni, eccidi; ancora suor Imelde Ranuzzi di Palagano (Modena), madre Iole Zini a Villa Minozzo (Reggio Emilia), Caterina Bianciardi a Castellina in Chianti. Suor Castrezzati, la Madre Superiora delle Suore delle Poverelle che nascose ebrei e perseguitati politici nel suo istituto per anziani a Milano, dichiarò che in più luoghi erano state “Partigiane di Cristo”.

Tra almeno altre venti che ebbero riconoscimento e premi suor Maria Pidemia Ferrari, suor Maria Angela Goglia, impegnate per la partecipazione al voto del ’46. L’articolo ricorda infine, doverosamente, i nomi di 29 Giuste tra le Nazioni iscritte nello Yad Vashem e 20 che ricevettero medaglie ed encomi.

[Fonti: Anpi, Noi Donne, Viandanti, L’Osservatore Romano; Foto: L’Osservatore Romano]