Aggiornamenti Sociali, “la scelta di difendere il lavoro”

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Nella sua newsletter dei ritmi sostenibili, “Rallentare”, la rivista dei gesuiti del centro San Fedele di Milano, Aggiornamenti Sociali, parla di lavoro, di scioperi e di “weekend lungo”.

A dicembre, la velocità del tempo sembra cambiare. Secondi, minuti e ore si rincorrono più rapidamente, inseguendo scadenze e scambi di auguri. La pausa natalizia impone ritmi frenetici soprattutto a chi produce beni, offre servizi, spedisce regali. E proprio l’ultima cosa che si desidera, in questa corsa alla fine dell’anno (spoiler: la fine dell’anno non è la fine del mondo), è incappare in proteste sindacali o scioperi che ci costringono a fermarci. E anche quest’anno dicembre non ha fatto eccezione: da Nord a Sud si sono svolti diversi scioperi di categoria, culminati con lo sciopero generale del 12 dicembre scorso, che ha scatenato molte polemiche.

Ma perché scioperare nel mese di dicembre? C’è una scadenza fissa, in questo tempo dell’anno:  in Parlamento si discute la Legge di Bilancio, la “Legge” con la L maiuscola. Si accendono vecchi e nuovi dibattiti sull’economia del Paese, le tasse e le condizioni di vita della popolazione. I giornali si chiedono, in tono tra l’angosciato e l’ironico: “Quali regali farà trovare il Governo sotto l’albero degli italiani?”

La fine dell’anno in realtà è un’occasione importante per farsi sentire dal decisore pubblico e provare a incidere sulle sue scelte, e non è un caso che si svolgano scioperi, presidi e manifestazioni. Ma come sono vissute queste azioni? Che clima circonda e alimenta il confronto tra mondi e settori in disaccordo?

Oggi osserviamo una dura messa in discussione e banalizzazione delle mobilitazioni promosse dalla società civile, in particolare dai sindacati. “Weekend lungo”: così Giorgia Meloni ha apostrofato lo sciopero di venerdì 12 dicembre 2025 contro la finanziaria. Ironizzando sul giorno scelto per gli scioperi, la Presidente del Consiglio ha delegittimato alla radice le ragioni della protesta, esasperando ulteriormente la polarizzazione che caratterizza questa stagione politica.

Inevitabilmente, la formula “weekend lungo” ha scatenato un acceso dibattito su giornali, tv e social media, tra sostenitori e oppositori della veridicità assoluta dell’affermazione. Senza schierarci su nessun fronte, possiamo però fermarci a riflettere sul valore profondo che ci lega al lavoro e sulle motivazioni che spingono a interrompere volontariamente, anche solo per un giorno, proprio quell’attività che caratterizza ciascuno di noi. Il lavoro, di per sé, ricopre infatti un ruolo talmente importante per la persona, quasi identitario, che non è possibile ignorare quanto influisca nella costruzione delle relazioni sociali e politiche. “Cosa fai nella vita?” è una delle domande rompighiaccio nelle conversazioni tra sconosciuti e, non a caso, l’art.1 della Costituzione definisce l’Italia “una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”.

Il lavoro riguarda gran parte del nostro tempo di vita, descrive le nostre scelte personali – dove abitare, se e come costruire una famiglia e con quali risorse – e diventa quindi un elemento cruciale per rapportarci con gli altri e con le istituzioni pubbliche o private. È facile identificarci con il lavoro che svolgiamo, dando alle mansioni di ogni giorno la capacità di definire i confini della nostra esistenza. Ma non è così, non siamo il nostro lavoro, più in generale non siamo soltanto ciò che facciamo. A volte è necessario coltivare questa consapevolezza per vivere appieno questa e le altre dimensioni della vita. Per non ritenersi privi di identità quando si è dis-occupati o in-occupati, quando la scelta di non lavorare non dipende per forza da noi.

Tuttavia, pur essendo consapevoli di non essere “solo” lavoratori, sappiamo bene di essere considerati in funzione delle ore spese nelle logiche del mercato, soprattutto da parte dell’azienda per cui operiamo. Ed è in quel contesto che il nostro tempo, quando si sceglie consapevolmente di sottrarlo al lavoro, diventa uno strumento di lotta e di rivendicazione per il riconoscimento dei propri diritti e per migliorare la propria condizione. Perché vale la pena ribadire l’ovvio: si sciopera perché non si è soddisfatti delle condizioni in cui si lavora, dalla scarsa sicurezza ai salari reali troppo bassi (l’Italia ha un triste primato in Europa: siamo uno dei pochi Paesi dove i salari da trent’anni non fanno che perdere potere d’acquisto).

Non a caso, il primo sciopero della storia di cui abbiamo notizia risale intorno al 1150 a.C., quando gli operai del villaggio di Deir el-Medine, nell’Antico Egitto, incrociarono le braccia per parecchi giorni a causa dei ritardi nel pagamento dei salari al grido “abbiamo fame!”. Nei secoli successivi, le proteste dei lavoratori si sono ampliate nel numero dei partecipanti e negli obiettivi da raggiungere, andando oltre alla soddisfazione di bisogni primari come la fame. Emblematico, durante le proteste delle lavoratrici dell’industria tessile di Lawrence (Massachusetts) nel 1912, lo slogan “vogliamo il pane, ma anche le rose”. Parole tese ad affermare che la vita non è il lavoro, e viceversa.

Oggi, però, la reazione prevalente in diversi ambiti del Paese è di fastidio, se non di totale indifferenza, nei confronti degli scioperi, frutto dello spostamento dell’attenzione delle persone dalla dimensione collettiva a quella individuale. Di fatto, anche a causa della riduzione del peso delle fabbriche nell’economia e alla frammentazione e dispersione delle attività lavorative, gli scioperi di oggi sono di minore impatto sociale e politico rispetto a quelli del Novecento, in particolare a quelli che hanno caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta, quando in Italia venne approvato lo Statuto dei Lavoratori.

In questo clima, le parole di Giorgia Meloni hanno trovato terreno fertile in vari strati della popolazione, alimentando però la disinformazione sul funzionamento stesso di uno sciopero. Prima di tutto, aderire a uno sciopero significa rinunciare alla paga della giornata, e non è una cosa indifferente. A prescindere dalle ragioni dello sciopero, più o meno condivisibili, la mobilitazione è sempre un sacrificio – in termini economici – per il lavoratore. Senza dimenticare che il 30,9% (dati Eurostat) dei dipendenti italiani lavora abitualmente il sabato o la domenica. Quindi no: non è un giorno festivo retribuito, non si guadagna alcun “weekend lungo”.

In secondo luogo, la scelta del venerdì come giorno ideale per gli scioperi generali ha diverse motivazioni. Da un lato storiche: il venerdì rappresentava la giornata ideale per bloccare dal punto di vista logistico consegne e rifornimenti, creando maggiori disagi nelle fabbriche. Dall’altro lato, le ragioni sono prevalentemente organizzative e comunicative: è più semplice coordinare gli spostamenti degli scioperanti verso la fine della settimana, è maggiore l’impatto in diversi settori e si ottiene più rilevanza mediatica anche nei giorni successivi.

Infine, torniamo su quell’aspetto delle proteste dei lavoratori che tanto infastidisce: lo sciopero crea disagi. Ma non può essere diversamente, non può esistere sciopero “ben fatto” che non produca difficoltà a imprese, servizi e cittadinanza. Perché è proprio generando problemi che si toccano gli interessi di aziende e politica, si esprime con massima chiarezza quanto sia determinante la presenza delle persone sul posto di lavoro e si ottiene maggior peso negoziale.

La scelta di non lavorare per difendere il proprio lavoro assume conseguenze sulle vite degli altri, coinvolge esistenze diverse, allarga la considerazione delle battaglie sociali e politiche. Se è giusto poter essere in disaccordo con le motivazioni di uno sciopero e di conseguenza contestarlo, è fondamentale non mettere in discussione lo strumento, non sbeffeggiarlo e delegittimarlo. Allo stesso tempo è necessario utilizzarlo con saggezza: gli scioperi a ripetizione e con scarsa adesione finiscono per danneggiare proprio lo sciopero, minando la sua credibilità e forza. Attaccando e “abusando” di questo strumento depotenziamo la democrazia stessa, che vede nello sciopero l’espressione dei diritti dei lavoratori, la loro lotta per una vita dignitosa.

La conflittualità è sana ed è generativa quando si realizza nel merito dei contenuti, non nel dileggio dei contenitori. Per questo, la prossima volta che il nostro treno sarà cancellato per uno sciopero o troveremo la strada occupata da un corteo sindacale, non fermiamoci alla sensazione di fastidio e compiamo un passo ulteriore: prendiamoci del tempo per provare a comprendere le ragioni di quella mobilitazione. Potremo non essere d’accordo, ma daremo un senso a quello che spesso resta un avviso a margine del notiziario. Capiremo quanto la lotta di persone che non conosciamo, la loro scelta di difendere il proprio lavoro e rinunciare a una parte dello stipendio, si intrecci con la vita di tutti.

[Foto: CGIL Liguria]