
Ddl immigrazione: le reazioni del mondo cattolico e laico

Da Perego a Zuppi, dalle ONG ai giuristi. Si punta il dito sull’inumanità e incostituzionalità della norma voluta dal Consiglio dei ministri. Il servizio di Nigrizia, la rivista dei Missionari Comboniani.
Dalla Conferenza episcopale italiana (CEI) a Mediterranea, da Fondazione Migrantes all’ASGI. Il ddl immigrazione approvato dal Consiglio dei ministri fa discutere e reagire il mondo cattolico come quello civile.
Tante le voci che si levano con preoccupazione davanti a una stretta inumana, incomprensibile, anticostituzionale e contraria al diritto internazionale.
Tant’è vero che le varie realtà giuridiche iniziano a studiarne i profili per poter procedere a studiarne i profili d’illegittimità per poter procedere a ricorsi alla Corte costituzionale.
Monsignor Giancarlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della Fondazione Migrantes, sottolinea preoccupato come il ddl metta “prima la tutela dei confini e poi la tutela delle persone”.
Ma non solo, ne rimarca il profilo anticostituzionale: “È in contraddizione con l’articolo 10 della Costituzione che dice che lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica”.
Per chi ha fatto della frase “no muri, ma ponti” un monito e un impegno del mondo cattolico, è difficile accettare un disegno di legge che “fa del Mediterraneo sostanzialmente un muro, il che è anche per le frontiere terrestri perché ciò che si dice per il Mediterraneo vale anche per le frontiere terrestri”.
A fargli da eco Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della CEI, che si sofferma su una realtà strutturale com’è la migrazione che ha necessità di una risposta strutturale:
“C’è la necessità della gestione di un fenomeno epocale, gigantesco anche per i numeri, per quello che comporta, e quindi bisogna saperlo gestire insieme. Molte volte non si è gestito, si è soltanto subìto. Bisogna gestirlo guardando avanti, al futuro, mettendo al centro la persona, coniugando la sicurezza con l’accoglienza. Crediamo che le due dimensioni siano complementari, perché c’è sicurezza quando c’è accoglienza”.
Chiamate in causa sul soccorso di vite su cui pende la minaccia del blocco navale mentre si hanno persone migranti a bordo, le ONG che vedono nel ddl “nuove misure che non puntano a governare i flussi ma a colpire navi umanitarie”, scrivono una nota congiunta.
Alarm Phone, Emergency, Medici senza Frontiere, Mediterranea Saving Humans, Open Arms, ResQ People Saving People, Sea-Watch, Sos Humanity e Sos Mediterranee definiscono il disegno di legge “un grave arretramento nella tutela dei diritti fondamentali”, nonché “una compressione del diritto di asilo”.
E continuano: “Troviamo inaccettabile che il governo consideri una minaccia alla sicurezza nazionale le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo e le persone che tentano di salvarle”.
E ancora: “Queste norme non rendono lo stato più sicuro. A mettere in pericolo lo stato di diritto è invece il governo che sceglie di sospendere la legalità nelle città e in mare, di limitare il diritto d’asilo, di criminalizzare chi manifesta o chi salva vite”.
E sul rispetto al diritto internazionale entrano in campo i giuristi: la loro preoccupazione è che, per come è stato formulato il ddl, vi possa essere un nuovo richiamo della CEDU, la Commissione europea dei diritti umani, che da tempo la stessa Europa mette in discussione perché diventa un deterrente allo smantellamento dei diritti di chi emigra e a diversi passaggi dello stesso Piano di migrazione e asilo che entrerà in vigore a giugno.
D’altra parte l’ASGI, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, da tempo, sottolineava la preoccupazione riguardo alla stretta sulla protezione complementare, al blocco navale – come possibilità di interdire l’attraversamento delle acque territoriali italiane per un periodo limitato in caso di “minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale” o di “pressione migratoria eccezionale” – e soprattutto alle norme che riguardano i Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR) e l’impossibilità di accedervi per poter verificare la violazione dei diritti.
[Fonte: Nigrizia; Foto: Commander, U.S. Naval Forces Europe-Africa/U.S. 6th Fleet/Flickr]



