Diplomazia e missione della Chiesa. Ecco perché il Papa parla agli Ambasciatori

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Proponiamo l’analisi dell’agenzia vaticana Fides, a firma del direttore Gianni Valente.

Il discorso che ogni anno il Vescovo di Roma rivolge al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede non è una mera esposizione di “opinioni personali” del Pontefice regnante sullo stato del mondo. Nel tempo che stiamo vivendo, appare ancora più evidente che anche il contributo di pensiero critico offerto da Papa Francesco per cogliere la vera natura dei conflitti atroci e dei meccanismi inediti di propaganda in atto sulla scena del mondo riposano su una lunga tradizione. Torna in evidenza la singolarità storica della Santa Sede, riconosciuta da governi del mondo come un soggetto sovrano, accreditato a intervenire diplomaticamente sugli scenari internazionali.

L’opera God’s Diplomats, pubblicata nel 2021 da Victor Gaetan, giornalista, scrittore e analista di lunga esperienza, collaboratore dell’Agenzia Fides, ha evidenziato in maniera efficace e suggestiva tutti i fattori – storici e genetici – che concorrono a determinare la singolarità della rete diplomatica del Papa. Il testo, pubblicato dalla casa editrice statunitense Rowman & Littlefield e corredato di un sottotitolo carico di suggestioni (Pope Francis, Vatican Diplomacy, and America’s Armageddon), si muove in orizzonti larghi, e ragiona sui tempi lunghi, quelli non contemplati dalla dittatura degli instant-book.

Il cattolicesimo – rimarca a più riprese Victor Gaetan – è l’unica comunità universale di fede internazionalmente riconosciuta come “entità sovrana sui generis”, titolare di una “personalità internazionale” che le consente di esercitare prerogative diplomatiche riservate agli Stati sovrani.
La diplomazia pontificia si presenta come una realtà strutturata pienamente immersa nella rete e nella prassi dei rapporti tra soggetti geopolitici. Rispetta le regole e i protocolli del gioco diplomatico. Eppure è segnata da connotati e segue criteri operativi che spesso lasciano trasparire la sorgente intima e misteriosa che alimenta la sua anomalia genetica.

La perdurante proiezione diplomatica del Papato e della Chiesa cattolica è soprattutto un prodotto della storia, e ha preso forma nell’intreccio di circostanze contingenti. Essa è certo anche eredità dei lunghi secoli in cui il Pontefice e lo Stato Pontificio sono stati attori storicamente coinvolti nel sistema di rapporti e conflitti tra Stati premoderni e moderni. Quindi il suo “esserci” non si giustifica con nessun “diritto divino”, e mantiene un suo tratto di accidentalità, di occasionalità. Tutta la rete diplomatica della Santa Sede potrebbe evaporare domani, e la Chiesa cattolica potrebbe continuare a camminare nella storia senza perdere nessun dato essenziale della sua natura sacramentale e apostolica. Ma nel mutare dei tempi, quello strumento non riproducibile con tecniche di ingegneria istituzionale, con tutto il bagaglio della sua vicenda millenaria, può continuare a essere prezioso nei nuovi contesti che la Chiesa è chiamata affrontare lungo la storia.

La singolarità della diplomazia legata alla Sede apostolica si riflette a modo suo anche nei tratti singolari del suo modus operandi. La missione di annunciare il Vangelo, e il riferimento di fondo alla legge naturale, pur nelle tante contraddizioni e in mezzo a tanti tradimenti umani, continuano instancabilmente a funzionare come bussole su cui ricalibrare l’utilizzo dello strumento diplomatico. Una dinamica che riesce a dispiegarsi con più autenticità proprio da quando la Chiesa cattolica è stata liberata dal fardello ingombrante dello Stato Pontificio e del potere temporale dei Papi.

Il singolare modus operandi della diplomazia pontificia si esprime in quelle che Victor Gaetan nel suo volume elenca come le «pratiche di lungo corso» (long standing vatican practices) della iniziativa diplomatica e geopolitica papale: la premura di non farsi schiacciare da una parte o dall’altra nelle situazioni di conflitto; il contributo a superare gli scontri geopolitici senza creare vincitori “trionfalisti” e perdenti umiliati e risentiti, se si vuole davvero custodire la pace dai rigurgiti dell’odio; l’attitudine a cercare e favorire il dialogo con tutti, compresi interlocutori bollati come “impresentabili” nelle Cancellerie delle grandi potenze e nelle istituzioni sovranazionali; la propensione a usare fino allo stremo le risorse umane della pazienza per sciogliere nodi in apparenza inestricabili, senza usare ricatti. La tensione a tessere reti, a cercare “terreni comuni” per provare a comporre interessi diversi e contrastanti, privilegiando sempre le vie e le soluzioni che nel mattatoio della storia risparmiano sofferenza alle persone concrete. «Quando si trattasse di salvare qualche anima, di impedire maggiori danni di anime» affermava Pio XI, il Papa dei Patti Lateranensi che posero fine alla “Questione Romana“, citato da Gaetan «Ci sentiremmo il coraggio di trattare col diavolo in persona» (discorso ai professori e agli alunni del Collegio Mondragone, 14 maggio 1929).

L’intreccio storico tra il ruolo della diplomazia pontificia e la missione di annunciare il Vangelo di Cristo è stato al centro anche di un recente Colloquio internazionale organizzato a Parigi dalle Missions étrangères de Paris (MEP). Il Convegno, svoltosi il 9 dicembre, svoltosi presso la sede delle MEP, e intitolato “La Santa Sede nell’epoca moderna e contemporanea: missione universale, evangelizzazione e diplomazia pontificia” intendeva proprio documentare come la Santa Sede, anche attraverso la diplomazia pontificia, intende portare avanti “la sua alta missione di proclamare il Vangelo e stabilire la pace per tutti, mantenendo la sua neutralità e persino imparzialità”.

Tra i relatori sono stati invitati dei rappresentanti degli Archivi della Santa Sede. Don Flavio Belluomini, Archivista del Dicastero per l’Evangelizzazione, nel suo intervento ha documentato come i rappresentanti della Santa Sede sparsi nel mondo – di per sé dei diplomatici – hanno sempre operato in stretta collaborazione con la Congregazione di Propaganda Fide, che si serviva anche di loro e delle loro reti per tenere i rapporti con i missionari. Già l’8 marzo 1622 ha ricordato tra l’altro don Belluomini – i membri della Congregazione de Propaganda Fide, da poco istituita, avevano individuato nel mondo 13 diverse aree di intervento dell’opera missionaria, e avevano coinvolto nunzi e rappresentanti apostolici nella supervisione di tale opera. La relazione dell’Archivista del Dicastero per l’Evangelizzazione si è concentrata su fatti e esperienze relativi al XVII e XVIII secolo. Dopo di lui, il Professor Claude Prodhomme, della Universitè Lumière Lion 2 ha svolto una relazione sull’attività diplomatica a vantaggio della missione universale della Chiesa nei secoli XIX e XX.

(Fonte: Fides – Gianni Valente; Foto: Vatican Media)