
Gallagher, "l'ordine mondiale è a una prova severa, valorizzare le fedi per la pace"

Il segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali interviene al convegno Religioni e Diplomazia, a Roma, sottolineando il ruolo prezioso delle comunità religiose nel parlare alle coscienze, e quindi, nel contribuire a placare le tensioni tra i popoli. A condizione che il culto non diventi una bandiera: così diverrebbe "il censimento di un fronte". Il cardinale Reina insiste sul bisogno che si disarmi il linguaggio: "sottrarre il nome di Dio alle logiche della guerra".
Di Antonella Palermo, da Vatican News
Un incontro fra tutti i leader religiosi per dare attuazione, nel breve termine, all'impegno - sancito in un documento presentato questo pomeriggio dall'associazione internazionale Carità Politica -, di promuovere scambi culturali e azioni congiunte per riattivare il dialogo e il riavvicinamento dei popoli. È quanto si propone di avviare, nei prossimi mesi, questa realtà che, a trent'anni dalla sua fondazione, si è ritrovata oggi, 29 settembre, a Palazzo San Calisto a Roma nella giornata centrale del convegno di tre giorni - si chiude domani - per riflettere sui rapporti tra religioni e diplomazia in un'epoca in cui, secondo quanto recita l'appello, è opportuno dare nuovo slancio all'Europa, affinché la tradizione religiosa che ha ispirato la cultura e la vita del continente continui a far parte della sua anima. Evidenti gli echi dei messaggi lanciati da Leone XIV, soprattutto nella tappa di Metz, nel suo viaggio apostolico in Francia appena concluso.
A suggellare la sessione pomeridiana dell'iniziativa è l'intervento di monsignor Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, la cui premessa è che il fattore religioso, in un mondo multipolare, non si è ritirato ma si è ridistribuito, e che questo fenomeno non deve essere considerato - come invece spesso accade - un problema, per di più legato a ordine o sicurezza, bensì deve essere contemplato nell'ambito di un atto di realismo.
L'appartenenza religiosa non si riduca a bandiera
"È in questa prospettiva, e non in quella del contenimento, che a mio avviso va impostato il rapporto fra religioni e diplomazia", scandisce il diplomatico vaticano che ricorda, per esempio, le celebrazioni dell'anniversario degli attentati dell'11 settembre 2001: non sarebbe possibile tacere sulle ombre di quello che è stato un atto compiuto all'epoca per una deformazione di una religione, dall'altra parte, tuttavia, "sarebbe un errore ricavarne un giudizio sulle religioni in quanto tali". Evitare che l’appartenenza si riduca a "bandiera che distingue i nostri dai loro" dice Gallagher: "Non vi potrà mai essere un’identificazione assoluta fra etnia o popolo, da un lato, e appartenenza religiosa, dall’altro. Ogni volta che questa identificazione viene predicata, la religione cessa di essere una risposta alla domanda sul senso e diventa il censimento di un fronte". Secondo il rappresentante vaticano, "l’antidoto non è l’attenuazione delle identità, ma la loro maturità: si dialoga davvero soltanto quando si sa chi si è, fermi nelle proprie convinzioni e insieme aperti a comprendere quelle dell’altro".
La libertà religiosa, barometro della libertà di una società
Le comunità religiose sono portatrici di "forze morali", di un bene che giova all’intera società, insiste Gallagher. Sono risorse, precisa, di cui la diplomazia farebbe bene ad avvalersi per placare tensioni, prevenire radicalizzazioni e promuovere una cultura di stima reciproca. A patto, ulteriore specificazione, che restino libere, non "arruolate a un potere", altrimenti diventano uno strumento. "La libertà di religione o di credo è cartina di tornasole del rispetto di tutti gli altri diritti umani, perché ne è insieme la sintesi e la chiave di volta". Le violazioni di questo diritto fanno leva sulla considerazione del fattore religioso come fatto esclusivamente privato, mentre non è così e in virtù di ciò è necessario garantire la professione della fede pubblicamente, anche perché "la libertà religiosa non è un privilegio dei credenti". Prosegue monsignor Gallagher: "Chi difende la libertà religiosa di un altro, quale che sia la fede di quell’altro, difende in realtà anche la propria; e una società che smette di riconoscere quel limite non diventa più neutrale: diventa soltanto meno libera".
Valorizzare il contributo delle comunità religiose alla pace
L'intervento di Gallagher si sofferma inoltre sull’azione diplomatica della Santa Sede fondata sulla persuasione che serve a favorire le condizioni nelle quali la pace diventa possibile. Un'attività che trova supporto nella rete capillare che incessantemente difende e promuove la dignità umana in tutte le sue dimensioni: aspetto che già significa prevenire la violenza, "perché significa rimuoverne molte delle cause". Quanto alle comunità religiose, aggiunge Gallagher, il loro contributo alla pace resta in larga misura da valorizzare in quanto, pur non essendo soggetti di diritto internazionale, non siedendo ai tavoli negoziali, non firmando trattati, hanno la capacità di parlare alle coscienze. Cosa assai preziosa.
In un'epoca, quella attuale, in cui l’ordine internazionale attraversa una delle sue prove più severe dal dopoguerra, è l'amara constatazione di Gallagher, un compito fondamentale è chiarire il senso che ciascuno attribuisce alle proprie parole, primo passo verso ciò che il Papa indica come condizione di ogni vero incontro. Con questo presupposto, e con una buona dose di umiltà e coraggio, si potranno evitare fraintendimenti e si potrà più agevolmente perseguire un'autentica pace tra le nazioni.
Disarmare il linguaggio
E proprio sul linguaggio insiste nel suo intervento il cardinale Baldo Reina, Vicario Generale del Papa per la Diocesi di Roma: "Disarmare implica certamente deporre le armi, ma prima ancora sottrarre le relazioni internazionali alla convinzione che la forza costituisca l'ultima e decisiva misura dei rapporti tra i popoli. Vuol dire - afferma il porporato - restituire alla parola, al negoziato e alle istituzioni internazionali la capacità di prevenire l'irreparabile". La responsabilità delle religioni, in questo ambito, è altissima in quanto capaci di generare fraternità. Fondamentale è dunque disarmare il linguaggio, "sottrarre il nome di Dio alle logiche della guerra" e "rifiutare ogni tentativo di conferire una legittimazione religiosa all'odio".
Il negoziato non è una forma di debolezza
"La parola religiosa - prosegue il cardinale -, quando rimane fedele alla propria sorgente, ricorda che nessun popolo è assoluto, nessuna nazione può trasformarsi in un idolo e nessuna identità può affermarsi attraverso la negazione dell'altro". Reina si sofferma sulla vocazione universale di Roma che "deve incarnarsi nelle strade, nelle parrocchie, nelle scuole, nelle opere sociali, nell'accoglienza". Sul ruolo delle periferie, in particolare, insiste perché là, in questi "ultimi presidi di prossimità", si rivela preziosa la funzione delle religioni svolgono spesso una funzione preziosa. "Anche questo è dipliomazia: è la costruzione paziente di legami laddove il tessuto sociale rischia di lacerarsi", scandisce. Il negoziato è un esercizio di responsabilità, "non una forma di debolezza", precisa e la conversione alla pace richiede di "distinguere la mediazione dall'equidistanza morale".
Roma continui ad essere laboratorio di convivenza
In un tempo in la forza sembra nuovamente pretendere il primato sul diritto, c'è bisogno di custodire i luoghi del possibile, conclude il Vicario, dove le differenze possano trasformarsi da linee di separazione in occasioni di conoscenza reciproca. In questo senso, "Roma stessa deve continuare a imparare: dal mondo, dalle Chiese sorelle, dalle altre confessioni religiose, dai popoli, dai migranti, dai poveri e da quanti continuano a chiedere pace e giustizia". L'auspicio del cardinale per dare concretezza alla parola pace è che Roma faccia così della propria centralità uno spazio di ospitalità, che continui ad essere un laboratorio operoso e un cantiere vivace in cui è possibile imparare "l'arte della convivenza pacifica, del dialogo possibile e della giustizia che promuove la dignità di ogni persona umana".
Imparare da Roma si può e ne è convinto il professor Carlo Torti, direttore dell'Unità operativa complessa Malattie infettive della Fondazione Policlinico Gemelli, che illustra il progetto Africa dell'Ateneo con il quale sostiene 40 Paesi del continente in stretta collaborazione con il Ministero degli Esteri italiano. Perché "la salute non ha confini" e la sfida fondamentale è "costruire legami e creare comunità". Una prova tangibile di questa urgenza di cooperazione giunge anche dalla condivisione dell'ambasciatore di Angola presso la Santa Sede, Carlos Alberto Saraiva De Carvalho Fonseca, che fa memoria del viaggio apostolico di Leone XIV nel Paese e di quanti frutti benefici e impulsi positivi ha innescato. Dell'importanza di considerare le religioni non un retaggio del passato di cui disfarsi con facilità ma una risorsa per promuovere la dignità umana parla anche l'ambasciatore di Türkiye presso la Santa Sede, Fahrettin Altun: "La dignità umana arriva prima delle nostre identità politiche. La diplomazia è l'arte di riconoscere l'esistenza dell'altro. Solo con il dialogo sincero si può garantire una buona convivenza", le sue parole. Da parte sua, Brian Francis Burch, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, rilancia il ruolo della democrazia che, nutrita dai valori della fede, è terreno in cui le buone relazioni tra Stati possono edificarsi.
[Fonte e Foto: Vatican News]



