Giubileo della terra: verso un nuovo umanesimo sostenibile

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A dieci anni dall’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) ha promosso, ieri 23 ottobre nell’Aula dei gruppi parlamentari della Camera dei Deputati, l’incontro conclusivo del percorso “Filo Verde per un Giubileo sostenibile”, realizzato dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA). Il convegno ha intrecciato riflessioni e risultati delle ricerche scientifiche, delle politiche, delle buone pratiche.

Gli obiettivi dell’Agenda 2030 devono coniugarsi in maniera sempre più stretta con i fondamenti della Laudato si’: così Maria Siclari, direttore generale ISPRA, ha sintetizzato i propositi per il futuro, alla fine dei lavori di un convegno che ha impegnato rappresentanti del mondo istituzionale, ecclesiale, imprenditoriale, della comunicazione. Al cuore degli auspici è stata posta una duplice sinergia: tra l’approccio di ecologia integrale, alla base del documento vaticano, che deve tradursi in una centralità crescente dei popoli svantaggiati, e quello di una “cultura del fare”, che potenzi l’uso delle energie rinnovabili, e che si accompagni a un monitoraggio rigoroso e costante dello stato di salute dei territori. Bisogna integrare, insomma, la visione etica magisteriale con quella tecnico-operativa indicata dalle Nazioni Unite.

Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, ha ribadito che la strada è quella di continuare a lavorare sui territori rilevando i dati di suolo ed acque implementando fonti più pulite e sicure. Non basta solo curare la natura, ha detto, bisogna anche aiutare i Paesi meno ricchi a consumare in maniera più sostenibile. La Cop30 in programma in Belem, in Brasile, il prossimo mese, ha aggiunto, pone una sfida rilevante in un quadro internazionale contraddistinto da guerre. L’istinto di soggiogare e dominare l’ambiente, pure presente nel testo biblico, può essere mitigato grazie a una lettura – quella offerta dal cardinale Gianfranco Ravasi, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Cultura e fondatore del Cortile dei Gentili – che guardi a questi atteggiamenti e stili di vita degeneranti in maniera da farne affiorare invece le potenzialità virtuose: ‘dominare’ diventa allora guidare un popolo, farsene pastore, proteggerlo; ‘soggiogare’ diventa mappare, nominare le cose, il creato, essere consapevole della sua bellezza che va coltivata. In gioco c’è l’urgenza di ripristinare l’alleanza con Dio e la natura.

Eppure, guardando a un mondo in fiamme in cui sembra prevalere una concezione predatoria dell’ecosistema, ci si è posti anche la questione relativa a quale possa essere il ruolo dell’informazione. In questo senso, a fornire una chiave di lettura, approfondendo una prospettiva poco esplorata, è stata Antonella Palermo (Vatican News), intervenuta nell’ambito della tavola rotonda, moderata dal giornalista Marco Frittella, “Ambiente e Creato. La visione antropocentrica e i limiti dell’essere umano”, nella quale sono state condivise, sempre dinanzi a un pubblico in cui erano presenti alcuni studenti liceali, esperienze e progetti che ben traducono le ispirazioni e le preoccupazioni della Laudato si’. La giornalista ha insistito proprio sulla relazione tra conflitti e ambiente, tenendo conto di quel concetto fondamentale su cui è costruito il testo dell’enciclica, l’interconnessione, e del filo rosso sotteso nel documento di papa Francesco: la fraternità universale. La guerra avvelena i territori, anche quando non si combatte, ha evidenziato Palermo, perché il settore militare è tra i più inquinanti. Numerosi gli aspetti citati: i mezzi pesanti che danneggiano il suolo, e quindi l’agricoltura; l’inquinamento acustico che si ripercuote sulla biodiversità; le esplosioni di ordigni ad alto impatto che rilasciano gas serra; le armi chimiche che hanno intossicato irreversibilmente ampie regioni teatro di guerre. Si pensi inoltre che 9 dei 10 Paesi responsabili del 60% delle emissioni globali sono anche tra i primi 20 per spesa militare. Discreto spazio è stato dato poi a un ventaglio di situazioni geografiche dove le conseguenze dei conflitti sono disastrose.

A Gaza la guerra ha vanificato i faticosi progressi nell’ambito della gestione dei sistemi idrici e dei rifiuti solidi, con danni incommensurabili, decine di milioni di tonnellate di detriti si mescolano a cadaveri, essi stessi uno ‘scarto bellico’; un territorio a vocazione agricola come quello della Striscia è irrimediabilmente compromesso a causa di residui di esplosioni, per l’enorme massa di macerie che contiene amianto, metalli pesanti, contaminanti legati agli incendi. L’invasione russa in Ucraina ha generato incidenti negli impianti industriali, oltre a impedirne gestione e monitoraggio; ha militarizzato molte aree naturali e impattato in maniera grave su enormi aree agricole; l’uso prolungato di sonar ha danneggiato la vita marina; 139.000 chilometri quadrati (pari al 23 % del territorio nazionale) sono ormai terreno minato che peraltro ostacola il ritorno delle persone nelle proprie case, blocca lo sviluppo dell’agricoltura e alimenta una crisi umanitaria di lungo periodo. La costruzione di numerose dighe, soprattutto da parte della Cina, sul fiume Mekong sta compomettendo la pesca, l’agricoltura (specialmente la coltivazione del riso), la sicurezza alimentare e l’ambiente nei Paesi a valle, come Laos, Cambogia e Vietnam. Nella regione del Nord Kivu, in Repubblica Democratica del Congo, il trentennale conflitto minaccia anche il Parco nazionale Virunga, la più antica area protetta del continente africano, patrimonio Unesco. Sono infatti proprio le aree protette a diventare basi operative di retrovia ideali per i gruppi armati: ormai, l’iconico vulcano del Monte Nyiragongo è stato quasi spogliato degli alberi. Il lago Ciad, al confine tra Niger, Ciad, Camerun e Nigeria, ha perso il 90% del suo volume, dai 25.000 chilometri quadrati degli anni 1960 ai meno di 1.500 attuali: una perdita che significa distruzione dell’economia agro-pastorale, con conseguente escalation del malcontento sociale. Una miscela perfetta, questa, per alimentare gruppi armati e terroristi, che saccheggiano case e bestiame creando peraltro l’instabilità necessaria a coprire il traffico di droga, di armi e di rapimenti. Un circuito vizioso che accade anche in America latina, in Perù, Bolivia, Cile e Colombia, dove il neo-estrattivismo comporta l’esproprio dei territori alle comunità che a sua volta genera forti tensioni, violenze, conflitti e repressioni.

Il monito a porre un argine a questi fenomeni è stato ribadito in moltissime occasioni da papa Francesco che, come ha sottolineato Giulia Bonella, direttore della Tenuta presidenziale di Castel Porziano, si è sempre trovato in profonda sintonia con la sensibilità verso la tutela della casa comune manifestata dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Sottoposta a una crisi non solo ambientale ma anche sociale ed economica, e ripresa peraltro nella Esortazione apostolica Laudate Deum, la cura del creato è stata a cuore a entrambi, avvertita come responsabilità forte a cui imprescindibilmente far fronte. E che la giornata di convegno sia coincisa con la storica visita in Vaticano di Re Carlo III che, insieme a Leone XIV ha pregato, prima in Cappella Sistina, poi nella basilica di San Paolo Fuori le Mura, esprimendo proprio il desiderio di perseverare nel solco di questa cura, fa ben sperare. Del resto, la stessa Chiesa cattolica italiana è impegnata, lo ha illustrato Alessandro Caffi, dirigente per la Gestione delle Risorse Finanziarie e Progetti Speciali CEI, in un progetto avviato in collaborazione con il Ministero per l’Ambiente di creazione di comunità energetiche che sfruttino sempre più il rinnovabile nonché nella mappatura del consumo del patrimonio immobiliare della Chiesa. L’auspicio è che trovi finalmente compimento, ha chiosato Antonella Palermo, ciò che nella Laudato si’ è denunciato in modo così cristallino: “La politica e l’economia tendono a incolparsi reciprocamente per quanto riguarda la povertà e il degrado ambientale. Mentre gli uni si affannano solo per l’utile economico e gli altri sono ossessionati solo dal conservare o accrescere il potere, quello che ci resta sono guerre o accordi ambigui dove ciò che meno interessa alle due parti è preservare l’ambiente e avere cura dei più deboli”.

[Foto: ISPRA]