
Guerre dimenticate, “i giornalisti non rinuncino a gettare luce su quanto accade, pena il radicalizzarsi dei conflitti”

Forum al Vicariato di Roma promosso dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio e da Articolo 21.
Di Antonella Palermo
Le parole per costruire ponti e non muri. Un reciproco impegno che si è ribadito giovedì 30 ottobre a Roma, nella sede del Palazzo Apostolico Lateranense, nell’ambito di un corso di formazione per giornalisti promosso dall’Ordine dei giornalisti del Lazio – rappresentato dal presidente Guido D’Ubaldo – in collaborazione con il Vicariato di Roma e Articolo21.
Nell’aprire l’incontro, è stato il comboniano Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali e dell’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese della diocesi di Roma, a dare la chiave interpretativa delle lacune e distorsioni che caratterizzano buona parte dell’attuale scenario informativo italiano: “È stucchevole – ha detto – il modo in cui molte testate giornalistiche trattano le periferie del mondo”. Osservando che è necessario operare un vero “decentramento narrativo”, ha fornito alcuni dati anche alla luce del suo lungo impegno missionario in Africa e della sua passata guida all’Agenzia Misna che ha cessato l’attività dieci anni fa. Ha accennato, per esempio, a quella che ritiene essere l’emergenza prioritaria di oggi: il Sudan, dove la guerra ha generato 25 milioni di profughi e un numero di sfollati pari a circa un terzo della popolazione.
Alludendo al Piano Mattei, Albanese ha accolto con favore che possa servire a parlare di Africa ma, ha precisato, “la prima forma di solidarietà è dare voce a chi non ce l’ha. Non è ammissibile che mandiamo fior di cronisti sulle coste del Belpaese e che non si dica niente su una catastrofe umanitaria come quella in corso in quest’area del villaggio globale”. Da giornalista, ha insistito che questa non è una semplice professione, ma un servizio al bene comune dei popoli. “Informarsi è un dovere, essere informati è un diritto e la negazione di queste due cose è dittatura”.
Il continente africano occupa l’1,5 percento di spazio nell’informazione italiana, si passa al 7 percento quando si tratta di migranti. A riportarlo è stato Beppe Giulietti, coordinatore di Articolo21, che ha evidenziato l’imprescindibilità di raccontare le periferie del mondo: “Se non la conosci, la periferia ti arriva addosso”. Sudan, Sud Sudan, Congo, Myanmar, Siria, Iran… solo alcuni dei contesti bellici o post-bellici più preoccupanti, che dovrebbero mobilitare intere schiere di giornalisti e risorse e invece no.
“La Siria, per esempio, ha avuto tanti giornalisti morti quanto la Palestina”, ha ricordato precisando che non si tratta di additare il servizio pubblico perché il fenomeno è trasversale. Da qui un’ampia riflessione che ha preso spunto dal magistero dei pontefici sulla comunicazione sociale, in particolare dai Messaggi di Papa Francesco per le Giornate dedicate, a giudizio di Giulietti carichi di profezia, quella che già il cardinale Martini esprimeva per esempio nella Lettera pastorale “Il lembo del mantello” risalente ai primi anni Novanta ma più che mai attuale quanto ad audacia per il racconto della verità, senza censure.
“Ogni volta che interi mondi non si possono esprimere vivranno sempre nel terrore, nel radicalismo”, ha spiegato Giulietti, che ha richiamato l’attenzione anche sulla Carta di Assisi nonché su quell’intervento di Leone XIV, nell’ottobre scorso, in cui esortava a liberare i giornalisti imprigionati perché “fare il giornalista non può mai essere considerato un crimine, ma un diritto da proteggere”. Un tema cruciale e gravissimo che a Gaza trova il suo apice emblematico, un vero “giornalisticidio”. Purtroppo, è stato lamentato, il divieto di accesso della stampa internazionale nella Striscia calpesta ogni diritto ad essere informati ed espone i locali in una maniera inaccettabile. Bisogna battersi per rompere questo muro. E intanto è stato apprezzato l’interesse misto a cautela già espresso da Papa Leone a proposito dell’Intelligenza Artificiale che rischia, ha osservato Giulietti, di minare le professionalità: “Non dobbiamo farci usurpare il mestiere”.

“Dopo il conflitto in ex-Jugoslavia – ancora le parole del coordinatore di Articolo21 -, l’Ue fece un piano di ricostruzione dei media decidendo che ‘restituire le parole’ fosse una priorità. Mi chiedo se oggi non sia un aspetto assolutamente prioritario. Forse sarebbe il caso di aprire un Osservatorio su queste cose”. Il problema è che il bavaglio ai giornalisti è sempre più stretto, e l’aumento eclatante delle querele intimidatorie parla chiaro. “Oggi è passato un orientamento per cui chi viene ucciso è il pensiero critico e il giornalismo in quanto tale. Oggi ciò che è fastidioso sono le domande. Mi piacerebbe vedere un giorno – ha auspicato – una manifestazione sul pensiero critico e la Carta costituzionale al di là di ogni bandiera”.
Il giornalista Enzo Nucci, a lungo corrispondente Rai da Nairobi (una sede la cui apertura fu possibile grazie alla sinergia tra Tavola della pace e missionari), ha attribuito il ‘giornalisticidio’ in Palestina a una vera e propria strategia messa in atto attraverso la persecuzione dei colleghi palestinesi: “Un fenomeno che non ha precedenti. Il numero è superiore a quello registrato dalla guerra civile americana ad oggi”.
Sull’Africa cancellata dai media generalisti, ha aggiunto Nucci, è inquietante constatare che a nessuno possa interessare il fatto che per il 2026, 3 milioni 200 mila persone saranno costrette a lasciare le loro abitazioni a causa dei cambiamenti climatici. Così come a pochissimi interessano i movimenti giovanili che stanno destabilizzando antichi e pervicaci regimi e che proprio nell’Africa hanno la loro culla, dalla Nigeria all’Uganda, dal Madagascar al Kenya. Realtà che rifiutano la strutturazione, causa prevedibile di un loro futuro incerto, ma che stanno dando uno scossone enorme ad apparati che sembrano inamovibili. Chi racconta tutto ciò? Chi racconta i retroscena della decolonizzazione nel Sahel?
Sulle parole che possono essere delle armi – sia vengano usate contro la deontologia professionale, sia non vengano usate affatto, in modo da alimentare voragini informative su aree umane e geografiche che dovrebbero invece meritare un altissimo profilo -, è intervenuta Anna Laura Bussa. Con uno sguardo sul mondo vasto e assai documentato, la giornalista Ansa mette il dito nella piaga: “L’errore più grave quando si è sul campo è raccontare la guerra come fosse una partita di calcio”. Ha citato Johan Galtung, fondatore del Peace Research Institute Oslo, del Journal of peace research e direttore della rete “Transcend International: A peace and development network” per la risoluzione dei conflitti. Convinto che si deve dare voce alla società civile per fornire strumenti di azione e dialogo, sosteneva che esiste una volenza diretta, una strutturale e una culturale e che, pertanto, bisogna smantellare le narrazioni che giustificano il conflitto.
Haiti, Yemen, Darfur… tutti Paesi che si aggiungono alla lista dei dimenticati, oppure di cui ci si occupa per fare propaganda scatenando gli istinti più brutali che non fanno altro che generare altra violenza. E poi ancora i lager in Libia, le ingiustizie in Arabia Saudita, il sanguinoso conflitto in Sri Lanka che dal 1983 al 2009 causò oltre trentamila incarcerati. In pochissimi ne parlarono quando invece le tracce di quella guerra sono ancora pesantissime. “La persona è trattata come un fastidio da eliminare e le parole dell’odio resteranno solo ruspe capaci di scavare voragini di dolore che porteranno alla barbarie culturale. Bisogna continuare a difendere il compito di mediatore del giornalista – ha incalzato Bussa -, avendo come stella polare solo la verità, pur scomoda che sia”.
Mentre, da un lato, è incoraggiante che la Rai abbia deciso di riaprire una sede in Sudamerica per illuminare quella parte di mondo in preda a un crogiolo di evoluzioni (o involuzioni) socio-politiche, dall’altro lato è deprimente, è emerso nel corso del dibattito, l’appiattimento dell’informazione in Italia quando si considera lo spropositato tempo dedicato dal servizio pubblico alla cronaca nazionale. Quasi uno strumento di distrazione di massa – ha sottolineato Roberto Natale, ex presidente della Fnsi, tanto che l’attenzione del 65 percento degli italiani sembra essere catturata solo da questo ambito e per nulla dagli esteri. Altri vulnus che sono stati messi in risalto riguardano il fatto che in Commissione vigilanza Rai è fermo l’atto di indirizzo ‘no peace, no panel’ in virtù del quale il servizio pubblico è tenuto a organizzare dibattiti tv sull’attualità internazionale solo se sono invitate anche le voci della Tavola della pace accanto a quelle degli esperti di strategie militari. Di armi, peraltro, poco si parla sugli organi di informazione. L’invito dall’Ordine dei Giornalisti è a tematizzare molto di più questo problema con tutte le implicazioni a livello di peso economico nel Paese.

Il giornalista Riccardo Cristiano, a lungo in Rai anche come vaticanista, è intervenuto su quella che ha definito la conquista ideologica dello spazio religioso. Dalla Russia all’Iran, ha spiegato che il conflitto interessa a livello mediatico se si può leggere ideologicamente. Con un’esperienza sul campo intensissima, soprattutto nell’area mediorientale, Lucia Goracci, corrispondente del Tg3, si è soffermata, tra i vari aspetti, anche sulla progressiva erosione esercitata dagli influencer sui giornalisti. “Il nostro compito è andare. Stiamo perdendo l’obiettivo di raccontare effettivamente come stanno le cose. Stiamo rinunciando a viaggi che l’unità di crisi della Farnesina sconsiglia. Non conoscendo ‘il nemico’ è facile parlare per clichè”. Perché, ha spiegato, il giornalismo non ha né amici né nemici.
Goracci ha ricordato lo storico viaggio in Iraq di Papa Francesco: “Arrivò come ‘pellegrino penitente’, anche a nome di chi non aveva chiesto scusa agli iracheni. Estremamente efficace nei simboli, disarmava le parole, le disintossicava, non ne aveva paura”. Quell’essersi spinto fino a Mosul ovest, la parte non cristiana, è stata una vera lezione di comunicazione. “Sul mercato dell’informazione oggi c’è invece una proliferazione di mercenari”, ha chiosato padre Albanese. “Dovremmo avere il coraggio di levare la nostra indignazione, bisogna pensare qualche iniziativa, qualche campagna. Perché oggi ci stiamo confrontando con il pensiero unico. Compito dei giornalisti è ricucire lo strappo che si è venuto a creare tra progresso e regresso, tra benessere e malessere. Bisogna insomma ricreare fraternità”.
[Foto: Scienza & Pace Magazine, Antonella Palermo]



