Il card.Scola, “il realismo cristiano, via d’uscita dalla dialettica polarizzante e paralizzante sulle migrazioni”

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Riportiamo l’intervento del cardinale Angelo Scola, pubblicato dalla Fondazione Oasis, alla conferenza internazionale “Cambiare rotta. I migranti e l’Europa”, svoltasi all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

L’evento di oggi rappresenta il proseguimento ideale dell’appello islamo-cristiano che la Fondazione Oasis ha lanciato nel marzo scorso in seguito al tragico naufragio al largo di Cutro. In quel momento, ci era sembrato opportuno evidenziare che cristiani e musulmani hanno una responsabilità particolare verso le migrazioni del Mediterraneo, dal momento che «la maggior parte degli emigranti che cercano di raggiungere l’Europa sono persone di fede cristiana o musulmana, i territori nei quali transitano hanno una significativa presenza cristiana o musulmana e i luoghi da cui s’imbarcano sono perlopiù Paesi a maggioranza musulmana». Come segnalavamo in chiusura del documento, ciò non intende in alcun modo «escludere o negare l’apporto di persone di altre tradizioni religiose e altre convinzioni», ma punta «a fare in modo che un patrimonio spirituale e morale in parte condiviso tra cristiani e musulmani sia messo a servizio della vita buona di tutti». Questa conferenza vuole essere un contributo in questa direzione, e allo stesso tempo esprime la necessità di dare continuità a un lavoro che non può ridursi a prese di posizioni episodiche.

Come avviene con numerose altre questioni, anche il dibattito pubblico sul fenomeno migratorio ha infatti un andamento altalenante. Esplode nei frangenti di particolare drammaticità per poi svanire fino all’emergenza successiva. Cambiare rotta, come recita il titolo di questo incontro, è perciò un invito di ordine culturale prima ancora di essere una proposta rivolta ai decisori politici. Si tratta innanzitutto di risolversi a fare sistematicamente i conti con un fenomeno che non ha più nulla di emergenziale, ma segnerà le nostre società per i prossimi decenni data la clamorosa asimmetria tra un’Europa ancora relativamente stabile e prospera, ma in forte crisi demografica, e un Sud del mondo in cui una popolazione giovane e in crescita aspira a beneficiare anche lei delle condizioni di vita che si trovano in Occidente.

Sin dalla sua origine, Oasis ha posto al centro del suo lavoro proprio il tumultuoso incontro tra popoli e culture in atto a varie latitudini, assumendo il meticciato di civiltà come categoria interpretativa di questo processo[1]. Lo ha fatto nella convinzione che Dio guida la storia con un preciso disegno, cui le movenze della nostra libertà non possono ultimamente resistere. Lo affermava con la sua consueta verve Giorgio La Pira, il “Sindaco Santo” a cui Oasis ha dedicato quest’anno la puntata di un podcast su alcuni grandi protagonisti del dialogo tra le due sponde del Mediterraneo: «Crediamo nella storia che ha un fine. E qual è questo fine? L’unità del mondo, quella che Augusto indicò e Betlemme ha fatto, l’unità di tutti i popoli della terra […] Questo è il fine permanente della storia umana, qualsiasi idea abbiano i capi, le guide o le pseudo guide politiche e istituzionali. Essi, per diritto e per rovescio, si volgono in modo inesorabile, irresistibile verso questo fine. Nonostante quello che possa avvenire di contrasto».  

Tale prospettiva ci libera tanto dalla presunzione di avere in mano il nostro destino quanto dalla rassegnazione di chi subisce passivamente una sorte cieca e insensata, invitandoci piuttosto al faticoso lavoro di lettura delle circostanze storiche.  

Proprio riflettendo sul mistero della storia, all’inizio degli anni ’50 padre Jean Daniélou s’interrogava tra le altre cose sul fenomeno della deportazione e del trasferimento di popolazioni che aveva segnato la prima metà del Novecento. Il futuro cardinale rilevava allora che, dal punto di vista del pensiero biblico, questi movimenti «non sono […] che la manifestazione più acuta d’una instabilità permanente dei popoli, mal dissimulata dallo stato di una civiltà apparente». Questo, continuava Daniélou, «mette in evidenza […] la situazione radicale di dispersione che è quella dell’umanità dopo il peccato. E spezzando il ristretto quadro delle patrie che gli uomini tentano di costruirsi quaggiù, ricorda loro che sono in realtà dei senza patria». Questa condizione di permanente sradicamento e dispersione è, secondo Daniélou, la pena con cui Dio colpisce il tentantivo dell’uomo di ricostruire con le proprie mani quell’unità che gli può venire solo dal Creatore.

Mi pare che questo esercizio di sano realismo cristiano conservi tutta la sua validità anche nella situazione attuale, indicando una via d’uscita dalla dialettica, polarizzante e paralizzante, tra la riaffermazione esasperata delle identità nazionali e l’invocazione utopica di un mondo senza frontiere.

Daniélou concludeva in ogni caso con una considerazione assai netta: «la riapparizione nel nostro tempo della realtà delle deportazioni – oggi possiamo fare la stessa notazione davanti alle migrazioni internazionali – ridà attualità a un’altra antica realtà che ne costituisce la contropartita, quella dell’ospitalità». E aggiungeva una constatazione che non può non interrogarci: «la carenza di ospitalità presso i cristiani di oggi mostra il carattere superficiale del loro cristianesimo».

Si capisce allora che l’atteggiamento con cui ci poniamo di fronte alla sfida dell’immigrazione è un vero e proprio terreno di verifica della consistenza della nostra fede e della sua capacità di incidere sulla vita. Credo che gli interventi del Cardinal Cristóbal Lopez e di Monsignor Martinelli, entrambi pastori di Chiese quasi esclusivamente costituite da migranti, avranno molto da dirci in proposito.

L’ospitalità non può tuttavia essere ridotta alla mera dimensione umanitaria, per quanto decisiva. Sin dall’inizio del suo pontificato, Papa Francesco ci ha più volte richiamati alle nostre responsabilità di fronte all’immane tragedia delle migliaia di persone che annegano nel Mediterraneo. Ma i suoi appelli sono sempre stati accompagnati da un’indicazione di cui non abbiamo forse fatto sufficientemente tesoro. Come ha ripetuto in diverse occasioni, e ribadito nell’enciclica Fratelli Tutti, i «nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, “non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana”».

È un’impresa di alta politica – e sono contento che molti politici si siano coinvolti in questa conferenza – perché coinvolge la dimensione interna degli Stati e i loro rapporti internazionali; riguarda le istituzioni, ma chiama necessariamente in causa anche la società civile; richiede una grande generosità ma esige allo stesso tempo notevole capacità di discernimento tra un’ampia varietà di situazioni umane, culturali e sociali. Sono certo che questo incontro contribuirà a far emergere le ragioni per accettare di misurarci con generosità, consapevolezza e creatività, con questa grande sfida della nostra epoca.

(Fonte: Fondazione Oasis – Angelo Scola; Foto: Chiesa di Milano)