Il Concistoro, “la polarizzazione rende difficile la governabilità e la convivenza, sempre più violenza come mezzo di risoluzione delle controversie”

Condividi l'articolo sui canali social

La sintesi dei lavori della prima giornata, divisa in due sessioni di lavoro, del Concistoro straordinario con papa Leone XIV e i cardinali di tutto il mondo.

CITTA’ DEL VATICANO – Dopo la celebrazione della Messa nella Basilica di San Pietro, ieri alle 9:30 nell’Aula Paolo VI è iniziata la prima sessione del Concistoro Straordinario. Erano presenti 178 cardinali, riuniti nei tavoli secondo i gruppi di lavoro di appartenenza, 8 di Cardinali Elettori Ordinari (inclusi Nunzi e Cardinali Elettori che hanno concluso il servizio come Ordinari) e 10 gruppi di Cardinali Elettori della Curia Romana e Cardinali Non Elettori.

Dopo il canto del Veni Creator, il Cardinale Rueda Aparicio, che ha moderato questa prima sessione, ha dato inizio ai lavori e dato la parola al Cardinale Re, Decano del Collegio Cardinalizio, per il suo saluto. Successivamente ha preso la parola papa Leone XIV con un intervento introduttivo. 

Al termine dell’intervento, il Cardinale Rueda Aparicio ha sottolineato la richiesta di aiuto del Papa rivolta ai cardinali, e assicurato il loro sostegno, con fede, gioia e disponibilità. Il Cardinale ha poi presentato brevemente la sessione “In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?”. Infine ha dato la parola al Cardinale Ryś, che ha offerto una meditazione biblica per introdurre la riflessione nei gruppi di lavoro sulle “sofferenze, tensioni e interrogativi che attraversano oggi i popoli e le comunità ecclesiali” e sui “segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione da portare all’ascolto comune”.

Dopo un prolungato momento di preghiera silenziosa, i Cardinali, suddivisi nei diversi gruppi, hanno avuto modo di condividere il proprio pensiero secondo le modalità indicate.

Ciascun gruppo ha definito quando effettuare una breve pausa nel proprio lavoro e alle 12:10 in assemblea plenaria i segretari di alcuni dei gruppi, tutti gli 8 del primo insieme e 4 del secondo, hanno riferito riguardo alla propria riflessione condivisa. 

Tutti i gruppi hanno sottolineato in termini profondamente consapevoli la sofferenza vissuta dagli uomini e dalle donne in questo tempo di profonde trasformazioni sociali. 

Tra i temi emersi in risposta alla prima domanda, sono la crescente polarizzazioni all’interno delle società e comunità, generatrice di tensioni politiche e di violenza, e alimentata dalle fratture sociali, come dall’uso di informazioni false e da una comunicazione diffusa che non favorisce l’incontro; si è sottolineato come la polarizzazione renda difficile la governabilità e la convivenza, come cresca la violenza come mezzo di risoluzione delle controversie, sfociando in antagonismi personali, aggressività, o, a livello internazionale, nelle guerre e nei conflitti. Vari dei gruppi hanno evidenziato come molti luoghi del pianeta soffrano per il mancato rispetto delle minoranze, religiose ed etniche, che mette in crisi la libertà religiosa e sfocia in ostilità, o persino violenza, particolarmente contro la Chiesa; in questo senso alcuni dei gruppi hanno citato anche il crescere dell’antisemitismo.

Molti dei gruppi di lavoro hanno parlato dell’individualismo esasperato, della crisi della famiglia, soprattutto della solitudine, degli anziani come dei giovani, come causa di mali ancora peggiori, della crescita dei suicidi e dell’uso delle droghe. In questa prospettiva molto si è parlato dei giovani, anche nel contesto delle crisi economiche, finanziarie, del mercato del lavoro. Al cuore di molti degli interventi era la consapevolezza di un generale senso di sfiducia, di fatalismo, di impotenza verso le istituzioni, la democrazia e il futuro, legate anche al calo delle nascite, alla crescita di gruppi criminali, della delinquenza giovanile, del narcotraffico. E in questo senso vari dei gruppi hanno sottolineato il ruolo del secolarismo, della perdita di valori trascendenti e spirituali, del senso della vita, come il diffondersi di un senso di stanchezza, dell’assenza di una prospettiva di verità segnino l’incapacità di riconoscere l’alterità e di costruire rapporti e relazioni.

Si è parlato della necessità di misurarsi in maniera umana e cristiana con il fenomeno migratorio, che cambia il volto di popoli, società e comunità, rendendo urgente il bisogno di reali politiche di integrazione, mentre sorgono nuove forme di esclusione, ed è stata citata la crisi ecologica, come la corruzione e la sofferenza della vita nelle grandi città.

Di fronte a questi scenari, alla sofferenza descritta a tanti livelli, tutti i gruppi hanno evidenziato come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente – anche ristrutturando le parrocchie – capace di riconoscere i propri errori e rendere la sofferenza un momento di crescita, di ricordare al mondo che siamo una famiglia umana. In questo quadro è emersa anche una forte consapevolezza della responsabilità affidata alla Chiesa nel momento storico attuale.

Numerosi gruppi hanno osservato che, mentre molte istituzioni attraversano una crisi di credibilità, la Chiesa si sente chiamata a parlare con autorevolezza in favore della dignità della persona, della pace, della riconciliazione e del bene comune. E specie nei contesti in cui è vicina alla sofferenza della gente, cresce la consapevolezza di come vi si possa trovare la credibilità che manca in altre istituzioni. La Chiesa è esperta di relazioni autentiche e guarda al mondo con compassione: vede giovani che hanno una sete crescente di Vangelo, con cui costruire un mondo migliore tramite la vicinanza; vede come la sinodalità sia un cammino provvidenziale per la Chiesa e l’umanità per trovare le risposte che il mondo cerca; come la carità e la promozione della solidarietà siano una testimonianza autentica di uomini e donne, laici e laiche generosi; come i migranti possano essere benedizione per le comunità che li accolgono; lavora per la pace e il coinvolgimento di tutti in comunità di fede. In questo senso è stato citato anche il valore della testimonianza della Chiesa quando è minoranza, piccolo gregge in tanti popoli del mondo. Vari gruppi hanno sottolineato il senso dell’educazione, come luogo in cui ricostruire il bene comune, e la crescita delle vocazioni, e descritto la devozione popolare e la festa della fede del popolo di Dio come segni di speranza. 

Si è parlato di come siano segno in questo senso tutti gli sforzi tesi al rifiuto della violenza, al dialogo, come quello ecumenico ed interreligioso, e del ruolo fondamentale della preghiera nel sostenere la pace. Nella stessa prospettiva, alcuni gruppi hanno citato il recente Viaggio del Santo Padre in Spagna, e le parole di Papa Leone, voce leale e libera in questo tempo. 

Papa Leone si è fermato fino all’inizio dei lavori di gruppo, per poi fare ritorno prima della ripresa della plenaria. Al termine delle relazioni dei gruppi è intervenuto brevemente ringraziando i presenti e sottolineando nuovamente il valore della partecipazione e del dialogo. Ha citato la meditazione di Sua Eminenza il Cardinale Ryś, l’immagine dell’uomo vittima, quasi morto: “Se non siamo ciechi, è vero che c’è tanta sofferenza”. La solitudine, la sofferenza, diceva il Papa, sono come il risultato di questa società, una sfida a cui la Chiesa risponde invitando tutti alla comunione, non solo aprendo le chiese e celebrando i sacramenti, ma creando occasioni e esperienze di incontro.  

La Sessione è terminata con la preghiera dell’Angelus e l’appuntamento per il pomeriggio è stato fissato alle 16:00.

La Sessione di ieri pomeriggio ha avuto inizio alle 16:00 nell’Aula Paolo VI, con la moderazione del Cardinale Siongco David, che nell’aprire i lavori ha ricordato la dolorosa situazione del Venezuela e le tante vittime del terremoto delle scorse ore.

Dopo la preghiera comune, il Cardinale ha introdotto la Sessione, dal tema “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”, dedicata alla riflessione sul capitolo V dell’Enciclica Magnifica humanitas, per poi dare la parola al Cardinale Fernandez, per la sua relazione introduttiva. Al termine, dopo un tempo di silenzio e preghiera, riprendendo la parola, il Cardinale David ha aperto i lavori nei gruppi, secondo le modalità definite, che sono durati, con una pausa, fino alle ore 18:20.

Papa Leone, presente per l’inizio della sessione, vi ha fatto ritorno per la plenaria. Undici gruppi hanno riferito in Aula, gli 8 del primo insieme e 3 del secondo.

Gli interventi di tutti i gruppi hanno manifestato una grave consapevolezza delle criticità del tempo presente, della forza disumanizzante della cultura della potenza, della sua universalità, della tentazione di conformarsi alle logiche dei potenti, di normalizzare la guerra e la polarizzazione che portano a un abbassamento della soglia di tolleranza nei confronti della violenza e a una pericolosa semplificazione nella ricerca di soluzioni. Tutti i gruppi inoltre hanno espresso la profonda e urgente responsabilità della costruzione della pace e della civiltà dell’amore. In molti hanno sottolineato come questa necessiti di una testimonianza credibile, anzitutto nella Chiesa, di una lingua diversa che guardi a tutti come persone, non “altri”, un linguaggio fatto di ascolto, di perdono, di riconciliazione, di giustizia riparativa, di gesti, capace di toccare il cuore degli uomini e delle donne, di chi è in conflitto e aprirlo alla comprensione delle ferite generate dal conflitto stesso, una lingua che faciliti la ricerca dell’unità nella Chiesa. In questo senso vari gruppi hanno sottolineato come tale testimonianza debba essere unita, di tutti i cristiani, per essere credibile. Nello stesso contesto si è parlato della necessità del dialogo con altre fedi e religioni, particolarmente con l’Islam, del coinvolgimento delle istituzioni internazionali, e, in un tempo in cui la globalizzazione dell’indifferenza rende insofferenti alla sofferenza altrui, della chiamata ad ogni uomo e ad ogni donna ad assumersi la responsabilità della costruzione della pace. In questa prospettiva, tutti i gruppi evidenziavano la centralità della fede in Cristo, del Vangelo che cambia il mondo quando non si accetta che sia solo teoria, e della vocazione originaria della Chiesa, perché esistono situazioni che per essere affrontate hanno bisogno dell’intervento di Dio. Alcuni gruppi in questa chiave segnalavano il lavoro della Chiesa in Terra Santa e in Est Europa. 

Si è parlato del ruolo del potere politico, libero dal collegamento tossico con il potere economico, della famiglia e dell’educazione, della fatica ad uscire dalla logica delle risposte immediate, piuttosto che della realizzazione di progetti duraturi, di un’audace opera di evangelizzazione, perché la determinazione viene dal Vangelo, dalla vita e dalla fede. Vari gruppi hanno citato il ruolo della diplomazia della Santa Sede e dei Nunzi nel far sentire la voce della Chiesa. 

Numerosi gruppi hanno condiviso la necessità di superare la logica della guerra giusta, poiché il vangelo non si impone con la forza, e di parlare piuttosto di diritto ad una difesa proporzionata.

Da molte delle relazioni emergeva una profonda gratitudine al Santo Padre per l’Enciclica e l’impegno unanime a sostenerlo e unirsi al suo appello per la pace e alla sua condanna della guerra. In questo quadro si inserisce anche la riflessione sul munus petrino, garanzia dell’indipendenza della Chiesa dall’autorità politica, e il bisogno di gesti che in questo tempo possano essere icone di pace. 

Al termine delle relazioni dei gruppi di lavoro, il tempo rimanente è stato dedicato ad alcuni interventi personali sulle tematiche della sessione. I Cardinali hanno parlato della testimonianza cristiana come via per cambiare la mentalità e la cultura, hanno ringraziato nuovamente per lo spazio di condivisione e comunione rappresentato dal Concistoro, della necessità di lavorare insieme ai leader delle altre religioni per affermare la civiltà dell’amore, di come le parole severe del Papa nell’Enciclica sul ritardo della Chiesa nel condannare la schiavitù abbiano aperto il cuore di milioni di persone al Vangelo, portando luce e speranza alla Chiesa, di come l’Enciclica sia una chiamata personale rivolta a tutti, ma anzitutto al Collegio Cardinalizio, ad assumere la responsabilità della costruzione della pace, delle attese degli uomini e delle donne e del bisogno di simboli, come fu l’Incontro di Preghiera per la Pace convocato da Giovanni Paolo II ad Assisi nel 1986. 

Al termine della Sessione, attorno alle 19:30, Papa Leone ha guidato la preghiera conclusiva.

[Foto: Vatican Media]