IL LIBRO / Don Milani e quel suo inno alla libertà di coscienza. “Abbasso tutte le guerre”, l’edizione critica di Lettera ai Giudici e Lettera ai Cappellani militari

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Di Antonella Palermo

Oggi è (ancora) lecito leggere Don Milani a scuola? E chi lo cita, lo ha letto veramente? Sono alcune delle domande emerse nell’ambito della presentazione, giovedì 19 marzo alla Pontificia Università Gregoriana, a Roma, del volume “Abbasso tutte le guerre”, edizione critica a cura di Sergio Tanzarella di Lettera ai giudici e Lettera ai Cappellani militari, di don Lorenzo Milani (Edizioni Il Pozzo di Giacobbe, 2025). L’evento, moderato dal professor Ambrogio Bongiovanni, direttore del Centro Studi interreligiosi dell’ateneo, è andato al cuore dell’insegnamento del prete fiorentino della cui opera sono stati letti ampi brani dalla brava attrice Adonella Monaco.

Sul rischio che don Milani sia citato a memoria e “arruolato nel presente senza troppi scrupoli” si è espresso il gesuita René Micallef, professore straordinario della Gregoriana, specializzato in Etica dei processi di Pace. Riconoscendo assai prezioso il lavoro condotto dall’autore Tanzarella, il religioso è preoccupato, tuttavia, circa il fatto che il titolo del libro possa cedere a semplificazioni da marketing. “Che tipo di pacifismo era infatti quello di Don Milani?”, si è chiesto. Il maestro sacerdote usava un metodo rigoroso e appassionato che applicò anche nel passare al setaccio guerra per guerra giudicandole praticamente tutte un fallimento, ad eccezione per la Resistenza italiana. Un pacifismo, dunque, sull’onda di un’emozione collettiva per cui, al tempo, molti si sentivano obbligati, in un certo senso, a condividere certi slogan? Oppure, un pacifismo ragionato, che non si prestava a obbedire in automatico e in modo aprioristico, che lasciava spazio al pensiero, alla coscienza?

“Milani, pienamente in sintonia con il Concilio, voleva che l’uomo riflettesse”, ha scandito Micallef. Per Milani, ha precisato ancora il gesuita maltese, l’obiettore di coscienza non era un pavido e il suo modo di essere patriota era tale per cui non demonizzava l’alterità, restava umile e dialogico, oltre ogni atteggiamento xenofobo che oggi, invece, sta spaccando l’Europa. In un’epoca, quella attuale, in cui l’architettura costruita dopo il ’45 sul fondamento del diritto internazionale è fortemente sotto pressione, in cui si tratta l’esaltazione della forza e della violenza con troppa disinvoltura, il monito di Milani è quanto mai calzante. Resta solo, secondo il teologo, il dubbio che il ritorno a guerre insensate non generi, per converso, una sorta di “pacifismo riduttivo” che scalza del tutto la coscienza, appunto, insieme alla riserva di una “guerra giusta” nel caso di difesa degli oppressi.

Su una linea analoga sembra essere Rocco D’Ambrosio, sacerdote e docente di Filosofia politica nella medesima università, presidente dell’associazione Cercasi un fine. Ha elogiato il fatto stesso che questo libro esista, poiché oggi è un segno controcorrente: non sono consueti infatti gli strumenti critici, si ricorre più sbrigativamente a frasi estrapolate dai contesti che si postano sui social e finisce là, pena il rischio di diffondere – come accaduto proprio nel caso dell’opera di Don Milani – a cascata errori su errori per cui poi alla fonte non si attinge più. “Io del pacifismo in Italia non capisco più niente, sono completamente disorientato. Gli stessi movimenti sono dentro il rischio della polarizzazione. Siamo arrivati alle tifoserie da stadio”, ha ammesso.

“Questa edizione critica delle Lettere di Don Milani mostra, invece, che si può anche essere estremisti ma non polarizzati. Perché Milani – ha proseguito – non ha mai avuto l’intento di andare contro qualcuno. Il lavoro che fa Tanzarella serve a spiegare che Milani aveva una coerenza che poggiava su Vangelo e Costituzione”. Una postura, questa, oggi molto rara. “Se sia lecito difendersi quando si è aggrediti resta un mio problema, io dico che esiste un diritto sacrosanto a difendersi”, ha confidato D’Ambrosio. E, sul piano più strettamente spirituale, ha aggiunto: “Milani è una persona che aiuta a scrollarci di dosso le forme borghesi di vivere la fede. Insomma, il suo radicalismo evangelico fa bene a purificare un po’ la fede”.

Il rigore non è un merito, è un dovere, ha osservato Sergio Tanzarella, professore invitato all’Ateneo guidato dai gesuiti e docente di Storia della Chiesa alla Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Luigi. Curatore dell’intera opera di Don Milani, ha maturato il convincimento che le sue Lettere non fossero state lette dai più, anzi, nemmeno da quegli intellettuali che si fregiavano di averlo fatto. “Ci sono un sacco di milaniani senza Don Milani. Del resto, se così non fosse stato, non avremmo avuto tante scelte di morte, contrarie a quando andava predicando”.

C’è da dire, tuttavia, che c’è tutto un mondo, soprattutto nelle periferie, scuole e parrocchie, profondamente e seriamente innervato dall’insegnamento del prete della Scuola di Barbiana. Il quale aveva messo su un impianto di meritocrazia, ha spiegato Tanzarella, che non aveva nulla a che fare con quello che oggi si fa passare per merito. Un antesignano, un profeta: “Che un prete scriva lettere infarcite di Costituzione nel 1965 è un fatto straordinario, caso raro, rarissimo, quasi unico. Sono un inno alla libertà e alla formazione della coscienza. E mi pare che oggi, la teologia sia in ritardo – ha concluso l’autore – nel ripensarsi alla luce della urgenza della pace”.

[Foto: Tra Cielo e Terra]