Il Papa agli europarlamentari del Partito Popolare, “no a una politica urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni delle persone”

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Udienza nella Sala Clementina. “Il progetto europeo nato per evitare che si ripetano le guerre: cercare l’unità, non il conflitto che porta alla distruzione”.

CITTA’ DEL VATICANO, 25 APRILE – “Il progetto europeo, sorto dalle ceneri della seconda Guerra mondiale, nasce certamente da una necessità pratica – evitare che si ripeta un tale conflitto -, ma è altrettanto intriso di un orizzonte ideale, ossia della volontà di dare vita a una collaborazione che ponesse fine a secoli di divisioni e consentisse ai popoli del continente di riscoprire il patrimonio umano, culturale e religioso che li accomuna”. Si è rivolto così papa Leone XIV agli europarlamentari del Partito Popolare Europe ricevuti oggi in udienza nella Sala Clementina, guidati dal loro presidente  Manfred Weber e da Mairead McGuinness, inviata speciale dell’Ue, responsabile per la promozione della libertà di religione o fede fuori dall’Unione Europea.

Il Pontefice ha ricordato che il Ppe “trae la propria ispirazione politica da personalità come Adenauer, De Gasperi e Schuman, unanimemente ritenuti i Padri fondatori dell’Europa contemporanea”. E che tali “Padri fondatori erano animati dalla loro fede personale e consideravano i principi cristiani un fattore comune e unificante, che poteva contribuire ad archiviare lo spirito revanscista e conflittuale che aveva portato alla Seconda Guerra Mondiale”.

Citando l’espressione cara a papa Francesco “l’unità è superiore al conflitto”, papa Leone ha sottolineato che “la ricerca dell’unità ha il coraggio di andare oltre la superficie conflittuale e di apprezzare gli altri nella loro dignità più profonda, consentendo così di dare vita a qualcosa di nuovo e costruttivo, mentre il conflitto esalta le divergenze, la ricerca e l’affermazione del potere e porta alla distruzione”.

Inoltre, “il compito precipuo di ogni azione politica è quello di offrire un orizzonte ideale, poiché la politica richiede di avere uno sguardo ampio sul futuro senza il timore, quando è necessario per il bene comune, di compiere scelte difficili e anche impopolari”. In questo senso, “essa è la ‘forma più alta di carità'”, ha detto citando Pio XI, “poiché può essere interamente dedicata all’edificazione del bene comune”.

Secondo papa Prevost, “perseguire un ideale non significa però esaltare un’ideologia. Quest’ultima infatti è sempre il frutto di una mistificazione della realtà e di una violenza su di essa. Qualunque ideologia distorce le idee e asservisce l’uomo al proprio progetto, mortificandone le vere aspirazioni, il suo ambire alla libertà, alla felicità e al benessere personale e sociale. L’Europa contemporanea sorge proprio dalla constatazione del fallimento dei progetti ideologici che l’hanno distrutta e divisa”.

Perseguire un ideale vuol dire, ha spiegato richiamando De Gasperi, collocare la persona umana al centro “col suo fermento di fraternità evangelica, col suo culto del diritto ereditato dagli antichi, col suo culto della bellezza affinatosi attraverso i secoli, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria”. E “questo è l’orizzonte entro il quale ancora oggi si può fare politica ed al quale occorre ricondurre l’attività politica”.

A proposito della denominazione ‘Partito Popolare Europeo’, il Pontefice ha evidenziato che “il popolo è il centro del vostro impegno e non potete prescindere da esso”. “Il popolo non è soltanto un soggetto passivo, destinatario delle proposte e decisioni politiche – ha osservato -. Esso è anzitutto chiamato ad essere soggetto attivo, compartecipe di ogni azione politica. La presenza in mezzo alla gente e il suo coinvolgimento nel processo politico è il migliore antidoto ai populismi che ricercano solo facile consenso e agli elitismi che tendono ad agire senza consenso: due tendenze diffuse nel panorama politico odierno. Una politica ‘popolare’ richiede tempo, condivisione di progetti e amore alla verità”.

Secondo papa Leone, “uno dei problemi della politica negli ultimi anni è la costante diminuzione di sintonia, collaborazione e coinvolgimento reciproco tra il popolo e i suoi rappresentanti”. “Occorre ricreare un tessuto di ‘popolo’ – ha quindi avvertito -, un contatto personale fra il cittadino e il deputato, per poter rispondere efficacemente alla luce dell’orizzonte ideale ai problemi concreti delle persone”. “Ricorrendo ad una metafora potremmo dire che nell’era del ‘trionfo digitale’, l’azione politica autenticamente orientata al bene comune richiede un ritorno all’’analogico’”, ha aggiunto.

Per il Pontefice, “è forse questo il vero antidoto a una politica spesso urlata, fatta solo di slogan, incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone. Per vincere una certa disaffezione alla politica occorre riconquistare le persone andando ad incontrarle personalmente e ricostruendo una rete di rapporti sul territorio, in modo che tutti si possano sentire parte di una comunità e partecipi del suo destino”.

“Cosa significa concretamente questo per chi si richiama nella propria azione ai valori cristiano-democratici?”, ha chiesto allora Leone XIV. “Anzitutto riscoprire e fare propria l’eredità cristiana dalla quale provenite, senza tuttavia far venire meno ‘la necessaria linea di demarcazione fra la testimonianza religiosa di natura profetica – riservata alla comunità ecclesiale – e la testimonianza cristiana operante sul piano delle concrete opzioni politiche'” (e anche qui ha richiamato De Gasperi).

Ecco allora che “essere cristiani in politica non significa essere confessionali, ma lasciare che il Vangelo illumini le decisioni che devono essere prese, anche quelle che non sembrano raccogliere un facile consenso. Significa lavorare perché non venga meno il nesso fra legge naturale e legge positiva, fra radici cristiane e azione politica”.

“Essere cristiani impegnati in politica – ha detto ancora il Papa – richiede di avere uno sguardo realistico, che parta dai problemi concreti delle persone, che anzitutto si preoccupi di favorire condizioni dignitose di lavoro che favorisca l’ingegno e la creatività delle persone di fronte ad un mercato sempre più spesso disumanizzante e poco appagante; che consenta di vincere la paura, apparentemente molto europea, di costituire una famiglia e di avere figli, di affrontare le cause profonde della migrazione, avendo cura per chi soffre, ma anche tenendo conto delle reali possibilità di accoglienza e integrazione nella società dei migranti. Parimenti richiede di affrontare in modo non ideologico le altre grandi sfide che si pongono ai nostri giorni come la cura del creato e l’intelligenza artificiale. Quest’ultima offre grandi opportunità ma è al contempo irta di pericoli”.

“Essere cristiani impegnati in politica – ha insistito il Pontefice – significa investire nella libertà, non in una libertà banalizzata ridotta a piacere, ma in una libertà ancorata nella verità, che tuteli la libertà religiosa, di pensiero e di coscienza in ogni luogo e condizione umana, evitando di alimentare ‘un ‘corto circuito’ dei diritti umani’, che finisce per lasciare spazio alla forza e alla sopraffazione”.

[Foto: Vatican Media]