Il Papa, “al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace”

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Leone XIV, alla presenza del presidente Mattarella chiude la Porta Santa di San Pietro, e con essa il “Giubileo della Speranza”. “Basta deliri di onnipotenza”, afferma. E all’Angelus: “la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova”.

CITTA’ DEL VATICANO, 6 GEN – “Attorno a noi, un’economia distorta prova a trarre da tutto profitto. Lo vediamo: il mercato trasforma in affari anche la sete umana di cercare, di viaggiare, di ricominciare. Chiediamoci: ci ha educato il Giubileo a fuggire quel tipo di efficienza che riduce ogni cosa a prodotto e l’essere umano a consumatore? Dopo quest’anno, saremo più capaci di riconoscere nel visitatore un pellegrino, nello sconosciuto un cercatore, nel lontano un vicino, nel diverso un compagno di viaggio?”.

Interpella fortemente le coscienze la domanda posta da papa Leone XIV nell’omelia della messa nella Basilica Vaticana subito dopo la chiusura della Porta Santa: evento che stamane, anche alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha chiuso l’Anno Santo 2025, il “Giubileo della Speranza”.

In questa ultima celebrazione giubilare, papa Leone ne ripercorre i significati, anche alla luce dell’odierna solennità dell’Epifania. “Amare la pace, cercare la pace, significa proteggere ciò che è santo e proprio per questo è nascente: piccolo, delicato, fragile come un bambino”, afferma. “Questo è l’inizio della speranza – spiega il Pontefice proprio sul senso dell’Epifania -. Dio si rivela e nulla può restare fermo. Finisce un certo tipo di tranquillità, quella che fa ripetere ai malinconici: ‘Non c’è niente di nuovo sotto il sole’  (Qo 1,9)”.

Tracciando un sintetico bilancio dell’Anno Santo che si conclude, che ha portato a Roma circa 33 milioni e mezzo di pellegrini, Prevost ha ricordato che “la Porta Santa di questa Basilica, che, ultima, oggi è stata chiusa, ha conosciuto il flusso di innumerevoli uomini e donne, pellegrini di speranza, in cammino verso la Città dalle porte sempre aperte, la Gerusalemme nuova (cfr Ap 21,25)”. “Chi erano e che cosa li muoveva? – ha domandato – Ci interroga con particolare serietà, al termine dell’Anno giubilare, la ricerca spirituale dei nostri contemporanei, molto più ricca di quanto forse possiamo comprendere. Milioni di loro hanno varcato la soglia della Chiesa. Che cosa hanno trovato? Quali cuori, quale attenzione, quale corrispondenza?”.

“Sì, i Magi esistono ancora – ha aggiunto -. Sono persone che accettano la sfida di rischiare ciascuno il proprio viaggio, che in un mondo travagliato come il nostro, per molti aspetti respingente e pericoloso, sentono l’esigenza di andare, di cercare”. “Homo viator, dicevano gli antichi. Siamo vite in cammino – ha quindi sottolineato -. Il Vangelo impegna la Chiesa a non temere tale dinamismo, ma ad apprezzarlo e a orientarlo verso il Dio che lo suscita. È un Dio che ci può turbare, perché non sta fermo nelle nostre mani come gli idoli d’argento e d’oro: è invece vivo e vivificante, come quel Bambino che Maria si trovò fra le braccia e i Magi adorarono”. “Chiediamoci: c’è vita nella nostra Chiesa? – ha insistito il Papa – C’è spazio per ciò che nasce? Amiamo e annunciamo un Dio che rimette in cammino?”.

Il Giubileo, secondo Leone XIV, “è venuto a ricordarci che si può ricominciare, anzi che siamo ancora agli inizi, che il Signore vuole crescere fra di noi, vuol essere il Dio-con-noi. Sì, Dio mette in questione l’ordine esistente: ha sogni che ispira anche oggi ai suoi profeti; è determinato a riscattarci da antiche e nuove schiavitù; coinvolge giovani e anziani, poveri e ricchi, uomini e donne, santi e peccatori nelle sue opere di misericordia, nelle meraviglie della sua giustizia. Non fa rumore, ma il suo Regno germoglia già ovunque nel mondo”. “E’ bello diventare pellegrini di speranza. Ed è bello continuare ad esserlo, insieme! La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora”, ha concluso nell’omelia, prefigurando “una magnifica umanità, trasformata non da deliri di onnipotenza, ma dal Dio che per amore si è fatto carne”.

Poi all’Angelus in una Piazza San Pietro bagnata dalla pioggia, il Papa si è affacciato dalla Loggia centrale della Basilica. “Non sappiamo che cosa possedessero i Magi, venuti dall’oriente, ma il loro partire, il loro rischiare, i loro stessi doni ci suggeriscono che tutto, davvero tutto ciò che siamo e possediamo, chiede di essere offerto a Gesù, tesoro inestimabile – ha osservato -. E il Giubileo ci ha richiamato a questa giustizia fondata sulla gratuità: esso ha originariamente in sé stesso l’appello a riorganizzare la convivenza, a ridistribuire la terra e le risorse, a restituire ‘ciò che si ha’ e ‘ciò che si è’ ai sogni di Dio, più grandi dei nostri”.

E “la speranza che annunciamo dev’essere coi piedi per terra: viene dal cielo, ma per generare, quaggiù, una storia nuova”, ha avvertito. “Nei doni dei Magi, allora, vediamo ciò che ognuno di noi può mettere in comune, può non tenere più per sé ma condividere, perché Gesù cresca in mezzo a noi – ha detto ancora papa Leone -. Cresca il suo Regno, si realizzino in noi le sue parole, gli estranei e gli avversari diventino fratelli e sorelle, al posto delle diseguaglianze ci sia equità, invece dell’industria della guerra si affermi l’artigianato della pace. Tessitori di speranza, incamminiamoci verso il futuro per un’altra strada”.

[Foto: Vatican Media]