
Il Papa nella Moschea. Poi con Bartolomeo, “mai più violenza in nome di Dio”

ISTANBUL, 29 NOV – Un momento vissuto “in silenzio, in spirito di raccoglimento e in ascolto, con profondo rispetto del luogo e della fede di quanti lì si raccolgono in preghiera”. Così la Sala stampa vaticana ha descritto la storica, e altamente simbolica, visita di stamane di papa Leone XIV alla Moschea Sultan Ahmed, nota anche come “Moschea Blu”, all’inizio di questo suo terzo giorno in Turchia. Secondo il muezzin della Moschea, Asgin Tunca, comunque il Papa nella sua visita, in cui è stato accolto e accompagnato dal capo della Diyanet Safi Arpagus, presidente per gli Affari religiosi, non ha pregato.
“Gli ho detto che questa era la casa di Allah, che se voleva poteva pregare, e lui ha detto ‘no, osserverò in giro'” e ha continuato la visita, ha riferito il muezzin ai giornalisti. Leone, insomma, ha fatto una scelta diversa da Benedetto XVI e Francesco che avevano avuto un momento di raccoglimento silenzioso, come una preghiera. Anche Prevost ha visitato il luogo di culto senza scarpe, come vuole la regola islamica.
La “Moschea Blu” di Istanbul, tra le più celebri al mondo, venne costruita tra il 1609 e il 1617 dal sultano Ahmed I, su parte del sito del Gran Palazzo di Costantinopoli, per diventare il luogo di culto più importante dell’Impero Ottomano. Il soprannome deriva dalle 21.043 piastrelle di ceramica turchese inserite nelle pareti e nella cupola. Pareti, colonne e archi sono ricoperti dalle maioliche di Iznik, decorate in toni che vanno dal blu al verde, e rischiarate dalla luce che filtra da 260 piccole finestre. La Moschea Blu è l’unica ad avere sei minareti (di solito sono quattro), superata in questo solo dalla moschea della Ka’ba, alla Mecca, che ne ha sette.
Dopo il momento in Moschea, papa Leone ha continuato la sua intensa giornata incontrando privatamente i capi della Chiese e delle comunità cristiane presso la Chiesa ortodossa siriaca di Mor Ephrem. Quindi nel primo pomeriggio si è trasferito alla Chiesa patriarcale ortodossa di San Giorgio, al Fanar, accanto al Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, dove dapprima – accolto dal patriarca Bartolomeo – ha pregato nella particolare lode liturgica della “doxologia”. “Sono certo che questo incontro contribuirà anche a rafforzare i legami della nostra amicizia, che hanno già iniziato ad approfondirsi quando ci siamo visti, per la prima volta, all’inizio del mio Ministero come Vescovo di Roma, specialmente durante la solenne celebrazione della santa Eucaristia, alla quale Vostra Santità ha avuto la gentilezza di essere presente”, ha detto il Pontefice nel suo saluto.
Poi, nel corso dell’incontro privato con Bartolomeo nel Palazzo patriarcale, ha firmato un’importante Dichiarazione congiunta. “Seguendo l’esempio dei nostri Venerabili Predecessori e in ascolto della volontà di nostro Signore Gesù Cristo, continuiamo a camminare con ferma determinazione sulla via del dialogo, nell’amore e nella verità (cfr Ef 4,15), verso l’auspicato ripristino della piena comunione tra le nostre Chiese sorelle”, vi si legge. Il Concilio di Nicea, tenutosi nel 325 d.C., la cui commemorazione di ieri a Iznik viene definita “uno straordinario momento di grazia”, “fu un evento provvidenziale di unità – prosegue la dichiarazione congiunta -. Lo scopo di commemorare questo evento, tuttavia, non è semplicemente quello di ricordare l’importanza storica del Concilio, ma di spronarci ad essere costantemente aperti allo stesso Spirito Santo che parlò attraverso Nicea, mentre affrontiamo le numerose sfide del nostro tempo”.
E “oltre a riconoscere gli ostacoli che impediscono il ripristino della piena comunione tra tutti i cristiani – ostacoli che cerchiamo di affrontare attraverso la via del dialogo teologico – dobbiamo anche riconoscere che ciò che ci unisce è la fede espressa nel Credo di Nicea”. “Siamo convinti che la commemorazione di questo significativo anniversario possa ispirare nuovi e coraggiosi passi nel cammino verso l’unità”, dicono il Papa e Bartolomeo. E se “tra le sue decisioni, il Primo Concilio di Nicea fornì anche i criteri per determinare la data della Pasqua, comune a tutti i cristiani”, che peraltro quest’anno l’intero mondo cristiano ha celebrato nello stesso giorno, “è nostro comune desiderio proseguire il processo di esplorazione di una possibile soluzione per celebrare insieme la Festa delle Feste ogni anno”, si afferma.
Secondo Leone e Bartolomeo, “l’obiettivo dell’unità dei cristiani include il fine di contribuire in modo fondamentale e vivificante alla pace tra tutti i popoli. Insieme alziamo fervidamente le nostre voci invocando il dono divino della pace sul nostro mondo. Tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone. Ci appelliamo a coloro che hanno responsabilità civili e politiche affinché facciano tutto il possibile per garantire che la tragedia della guerra cessi immediatamente, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di sostenere la nostra supplica”.
In particolare, aggiungono, “rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza di popoli appartenenti a tradizioni e culture diverse”. “Memori del 60° anniversario della dichiarazione Nostra Aetate – si legge ancora nel documento comune -, esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia“.
Ultimo momento della giornata, la messa del Papa per la piccola comunità cattolica turca, davanti a 4.000 persone venute da tutto il Papa, nella Volkswagen Arena di Istanbul. Ricordando nell’omelia il monito del profeta Isaia – “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra” – Leone ha esclamato: “quanto sentiamo urgente, oggi, questo richiamo! Quanto bisogno di pace, di unità e di riconciliazione c’è attorno a noi, e anche in noi e tra noi! Come possiamo contribuire a rispondere a tale domanda?”.
E usando la grande metafora dei tre ponti sul Bosforo, gettati tra Asia ed Europa, Prevost ha voluto richiamare “l’importanza dei nostri sforzi comuni per l’unità a tre livelli: dentro la comunità, nei rapporti ecumenici con i membri delle altre Confessioni cristiane e nell’incontro con i fratelli e le sorelle appartenenti ad altre religioni”. Ecco quindi che l’unità nella Chiesa cattolica e tra le diverse tradizioni liturgiche “come i ponti sul Bosforo, ha bisogno di cura, di attenzione, di ‘manutenzione’, perché il tempo e le vicissitudini non ne indeboliscano le strutture e perché le fondamenta restino salde”.
A livello ecumenico, anche davanti ai rappresentanti delle altre confessioni cristiane e dopo la preghiera di ieri a Iznik, “rinnoviamo, oggi, il nostro ‘sì’ all’unità, ‘perché tutti siano una sola cosa’ (Gv 17,21), ‘ut unum sint‘”. Non certo ultimo, papa Leone ha ricordato infine il legame “con gli appartenenti a comunità non cristiane”. “Viviamo in un mondo in cui troppo spesso la religione è usata per giustificare guerre e atrocità”, ha nuovamente denunciato. “Perciò vogliamo camminare insieme, valorizzando ciò che ci unisce, demolendo i muri del preconcetto e della sfiducia, favorendo la conoscenza e la stima reciproca, per dare a tutti un forte messaggio di speranza e un invito a farsi ‘operatori di pace’ (Mt 5,9)”, ha concluso.
[Foto: Vatican News]



