
Il Papa ricorda i 60 anni della Nostra Aetate, “la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte”

CITTA’ DEL VATICANO, 29 OTTOBRE – “Sessant’anni fa, il 28 ottobre 1965, il Concilio Vaticano II, con la promulgazione della Dichiarazione Nostra aetate, aprì un nuovo orizzonte di incontro, rispetto e ospitalità spirituale. Questo luminoso Documento ci insegna a incontrare i seguaci di altre religioni non come estranei, ma come compagni di viaggio sulla via della verità; a onorare le differenze affermando la nostra comune umanità; e a discernere, in ogni ricerca religiosa sincera, un riflesso dell’unico Mistero divino che abbraccia tutta la creazione”. Così papa Leone XIV, nell’udienza generale di oggi in Piazza San Pietro, ha ricordato i 60 anni della dichiarazione conciliare che aprì la Chiesa cattolica al dialogo interreligioso, in primis con il modo ebraico.
“In particolare – ha infatti sotolineato -, non va dimenticato che il primo orientamento di Nostra aetate fu verso il mondo ebraico, con cui San Giovanni XXIII intese rifondare il rapporto originario. Per la prima volta nella storia della Chiesa doveva così prendere forma un trattato dottrinale sulle radici ebraiche del cristianesimo, che sul piano biblico e teologico rappresentasse un punto di non ritorno”. “Da allora, tutti i miei predecessori hanno condannato l’antisemitismo con parole chiare – ha aggiunto -. E così anch’io confermo che la Chiesa non tollera l’antisemitismo e lo combatte, a motivo del Vangelo stesso”.
Secondo papa Leone, “oggi possiamo guardare con gratitudine a tutto ciò che è stato realizzato nel dialogo ebraico-cattolico in questi sei decenni”. E se “non possiamo negare che in questo periodo ci siano stati anche malintesi, difficoltà e conflitti”, essi “però non hanno mai impedito la prosecuzione del dialogo”. “Anche oggi non dobbiamo permettere che le circostanze politiche e le ingiustizie di alcuni ci distolgano dall’amicizia, soprattutto perché finora abbiamo realizzato molto”, ha aggiunto.
Per il Pontefice, “lo spirito della Nostra aetate continua a illuminare il cammino della Chiesa”. E se “possiamo chiederci: cosa possiamo fare insieme? La risposta è semplice: agiamo insieme”. Più che mai, secondo papa Prevost, “il nostro mondo ha bisogno della nostra unità, della nostra amicizia e della nostra collaborazione. Ciascuna delle nostre religioni può contribuire ad alleviare le sofferenze umane e a prendersi cura della nostra casa comune, il nostro pianeta Terra. Le nostre rispettive tradizioni insegnano la verità, la compassione, la riconciliazione, la giustizia e la pace”.
“Dobbiamo riaffermare il servizio all’umanità, in ogni momento. Insieme, dobbiamo essere vigilanti contro l’abuso del nome di Dio, della religione e dello stesso dialogo, nonché contro i pericoli rappresentati dal fondamentalismo religioso e dall’estremismo – ha argomentato -. Dobbiamo anche affrontare lo sviluppo responsabile dell’intelligenza artificiale, perché, se concepita in alternativa all’umano, essa può gravemente violarne l’infinita dignità e neutralizzarne le fondamentali responsabilità. Le nostre tradizioni hanno un immenso contributo da dare per l’umanizzazione della tecnica e quindi per ispirare la sua regolazione, a protezione dei diritti umani fondamentali”.
Nostra aetate, sessant’anni fa, “ha portato speranza al mondo del secondo dopoguerra – ha concluso -. Oggi siamo chiamati a rifondare quella speranza nel nostro mondo devastato dalla guerra e nel nostro ambiente naturale degradato. Collaboriamo, perché se siamo uniti tutto è possibile. Facciamo in modo che nulla ci divida”.
“Apparteniamo a un’unica famiglia umana. La Chiesa non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo nelle altre religioni”
Il Papa ha commemorato i 60 anni della Nostra Aetate anche ieri sera nell’Aula Paolo VI, nell’evento “Camminando insieme nella speranza”, promosso dal Dicastero per il Dialogo Interreligioso, e dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo. Vi hanno partecipato 3.000 persone, tra cui 523 appartenenti a delegazioni delle diverse tradizioni religiose, 22 della Rete Donne, 107 “fratelli ebrei”, 20 Ambasciatori presso la Santa Sede, 895 rappresentanti di associazioni e movimenti ecclesiali, 400 tra relatori e convegnisti della conferenza sul medesimo argomento in corso in questi alla Pontificia Università Gregoriana, 24 della delegazione della Comunità di Sant’Egidio.

“In primo luogo, Nostra Aetate ci ricorda che l’umanità sta convergendo sempre di più, e che è compito della Chiesa promuovere l’unità e l’amore tra gli uomini e le donne, e tra le nazioni” -“, ha sottolineato Leone XIV nel suo discorso. In secondo luogo, “indica ciò che tutti condividiamo. Apparteniamo a una sola famiglia umana – una nell’origine e una anche nel nostro fine ultimo”. In terzo luogo, “le religioni di tutto il mondo cercano di rispondere all’irrequietezza del cuore umano. Ognuna, a modo proprio, offre insegnamenti, modi di vita e riti sacri che aiutano a guidare i propri fedeli verso la pace e il senso della vita”.
E in quarto luogo, “la Chiesa cattolica non rifiuta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni: le considera con sincera riverenza e invita i suoi figli e le sue figlie, attraverso il dialogo e la collaborazione, a riconoscere, preservare e promuovere ciò che è spiritualmente, moralmente e culturalmente buono in tutti i popoli”.
Leone ha anche rilevato come nella Nostra Aetate il quarto capitolo, dedicato all’ebraismo, sia “il cuore e il nucleo generativo dell’intera Dichiarazione”. E “per la prima volta nella storia della Chiesa, abbiamo un testo dottrinale con una base esplicitamente teologica che illustra le radici ebraiche del Cristianesimo in modo biblicamente fondato”. Allo stesso tempo, Nostra Aetate “prende una posizione ferma contro tutte le forme di antisemitismo”.
Così, nel capitolo seguente, Nostra Aetate “insegna che non possiamo veramente invocare Dio, Padre di tutti, se ci rifiutiamo di trattare in modo fraterno ogni uomo e ogni donna, creati a immagine di Dio”. In effetti,” la Chiesa respinge tutte le forme di discriminazione o molestie per motivi di razza, colore, condizione di vita o religione”. Questo documento storico, quindi – ha proseguito il Pontefice -, “ci ha aperto gli occhi su un principio semplice ma profondo: il dialogo non è una tattica o uno strumento, ma un modo di vivere, un cammino del cuore che trasforma tutti i suoi protagonisti, chi ascolta e chi parla”. Inoltre, “percorriamo questo cammino non abbandonando la nostra fede, ma restando saldamente al suo interno”.
Per papa Leone, “sessant’anni dopo, il messaggio di Nostra Aetate rimane più urgente che mai”. E “come capi religiosi, guidati dalla saggezza delle nostre rispettive tradizioni, condividiamo una responsabilità sacra: aiutare il nostro popolo a liberarsi dalle catene del pregiudizio, dell’ira e dell’odio; aiutarlo a elevarsi al di sopra dell’egoismo e dell’autoreferenzialità; aiutarlo a sconfiggere l’avidità che distrugge sia l’animo umano sia la terra”.
In questo modo, “possiamo guidare i nostri popoli a diventare profeti del nostro tempo, cioè voci che denunciano la violenza e l’ingiustizia, curano le divisioni e proclamano la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle”. Secondo il Pontefice, “è un compito sacro per tutta l’umanità mantenere viva la speranza, mantenere vivo il dialogo e mantenere vivo l’amore nel cuore del mondo”.
“In questo momento cruciale della storia, ci è stata affidata una grande missione: risvegliare in tutti gli uomini e le donne il loro senso di umanità e del sacro”, ha concluso, “avendo la grande responsabilità, come capi religiosi, di portare speranza a un’umanità spesso tentata dalla disperazione”. Ricordiamo che la preghiera ha il potere di trasformare i nostri cuori, le nostre parole, le nostre azioni e il nostro mondo. Ci rinnova da dentro, riaccendendo in noi lo spirito di speranza e di amore”.
[Foto: Vatican Media]


