
IL RACCONTO / Preti cuneesi rientrati da Gerusalemme, “le sirene anche di notte, lo stato continuo di allerta, rafforzano il desiderio di operare per la pace”

La testimonianza di don Giovanni Ferro a Tra Cielo e Terra: “in Terrasanta, ci sono ferite così profonde che ci vorranno generazioni per rimarginarle. Non basta fasciarle, prima occorre ripulirle; non basta semplicemente dire ‘ci deve essere pace’, dobbiamo davvero lavorare perché si crei quella possibilità”. I detriti dei missili nella Città vecchia: “è triste vedere come stiamo distruggendo anche Gerusalemme, la Città Santa per le tre religioni monoteistiche, il luogo dove Dio ha offerto la sua vita per noi”.
Di Antonella Palermo
Ora la pace non è più solo una bella parola. È la condivisione che fa a Tra Cielo e Terra don Giovanni Ferro, parroco di Confreria, frazione di Cuneo, del gruppo di 16 sacerdoti piemontesi rimasti bloccati per nove giorni a Gerusalemme a causa della chiusura dello spazio aereo imposto dalla guerra che li ha “travolti” proprio mentre si accingevano a rientrare in Italia dopo un pellegrinaggio.
Alloggiati nella città vecchia, i preti, guide spirituali dell’Opera Diocesana Pellegrinaggi, struttura dell’Arcidiocesi di Torino, hanno sperimentato la concretezza dell’allarme, fino a lunedì scorso, quando hanno potuto prendere un volo di ritorno: “La guerra per me è sempre stata qualcosa di teorico; in quei giorni invece le sirene anche durante la notte, lo stato continuo di allerta, mi hanno lasciato in cuore il fatto che per me parlare di pace, ora, sentire e agire per la pace è qualcosa di molto più serio”.
“Ci dicevano in quei giorni che, dopo i fatti del 7 ottobre e dopo la distruzione di Gaza, questi due popoli ormai non si fidano più l’uno dell’altro, per cui parlare di pace è molto difficile e ci chiedevano, quando sarà di nuovo possibile, di ritornare per aiutarli. Da una parte torni quindi contento di essere a casa – racconta il sacerdote -, ma dall’altra ti porti in cuore questa tristezza di vedere come una certa mentalità di forza, di violenza stia prendendo piede. Ormai siamo convinti, sia a livello internazionale tra le nazioni, ma anche a livello locale, basta solo guardare le manifestazioni, che i problemi si risolvano con la forza. E, come ci dicevano, la violenza genera sempre violenza, non porta pace, non porta soluzioni, non porta qualcosa di positivo. Per cui torno con il proposito che devo partire da me per essere testimone di questa pace vissuta nel mio ambiente, nella mia realtà, nelle piccole cose”.
Apprendere che anche il nucleo antico di Gerusalemme sia stato investito da detriti di missili “è una tristezza perché la Città Santa per le tre religioni monoteistiche, il luogo in cui Dio ha offerto la sua vita per portarci una parola di pace e di speranza, noi con le nostre azioni lo stiamo distruggendo”. Don Giovanni sottolinea che, se da una parte ce un bisogno estremo di pace, dall’altro “bisogna agire con attenzione, rendendosi conto che non basta fasciare la ferita, prima occorre ripulirla, perché se tu la fasci e la ferita è infetta fai danni. Insomma, non basta semplicemente dire ‘ci deve essere pace’, no, dobbiamo davvero lavorare perché si crei quella possibilità. Ci sono ferite profonde da entrambe le parti, così profonde che, ci dicevano, non si tratta di anni, ci vorranno generazioni per riuscire a superarle, tanto sono incise profondamente nella vita delle persone che sono state colpite da queste guerre”.
La notizia dell’uccisione in Libano del parroco maronita Pierre El Raii assume per questi sacerdoti un sapore particolarmente amaro, loro che proprio dai maroniti a Gerusalemme sono stati ospitati: “Pensi a queste persone, anche se non conoscevi lui direttamente. Non è una notizia che scorre insieme a tutte le altre; l’aver condiviso due settimane insieme fa sì che questa notizia ti tocchi più da vicino”.
[Foto: Unione Monregalese]



