Incontro “Osare la pace”: la testimonianza di una ‘hibakusha’ sull’atomica in Giappone

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Odiare la guerra, non le persone: la lezione di Hiroshima. L’intervento di Koko Kondo, sopravvissuta al bombardamento atomico, ieri all’Assemblea inaugurale del meeting internazionale delle religioni e culture per la pace promosso dalla Comunità di Sant’Egidio. “Possiamo scegliere un futuro senza armi nucleari. Facciamo in modo che ciò che è accaduto a Hiroshima non si ripeta mai più, in nessun luogo e per nessuno”.

Distinti ospiti, cari amici,

mi chiamo Koko Kondo e sono una sopravvissuta al bombardamento atomico di Hiroshima. Avevo solo otto mesi quando la bomba fu sganciata il 6 agosto 1945.

La nostra casa si trovava a poco più di un chilometro dall’ipocentro. Mio padre, il reverendo Kiyoshi Tanimoto, era un ministro cristiano e ha dedicato la sua vita ad aiutare gli altri a sopravvivere a quel terribile giorno.

Per quanto mi riguarda, ero troppo piccola per ricordare l’esplosione, ma sono cresciuta circondata dalle sue conseguenze.

Quando avevo tre o quattro anni, alcune ragazze adolescenti che avevano subito ustioni vennero nella nostra chiesa. Mi trattavano come la loro sorella piccola. 

Una ragazza trovò un pettine e mi pettinò delicatamente i capelli. Solo allora notai che le sue dita si erano fuse insieme. 

Alcune ragazze non riuscivano a chiudere gli occhi, altre avevano le labbra fuse come anche le gengive. 

Anche da bambina, sapevo che non dovevo chiedere cosa fosse successo. Ma capivo una cosa molto chiaramente: una sola bomba aveva reso orfani tanti bambini e sfigurato tante ragazze.

Crescendo, ho portato nel cuore una profonda rabbia. Mi dicevo che le persone sull’aereo, l’equipaggio del B-29, erano cattive, e che io, la bambina a terra, ero buona. Un giorno li avrei trovati e mi sarei vendicata, magari con un pugno o un calcio. Ma mio padre era un pastore e predicava sempre amore e perdono. 

Così, mentre l’odio cresceva dentro di me, provavo anche senso di colpa e confusione. Come potevo odiare quando mio padre continuava a dirmi di amare?

Questa contraddizione era dolorosa ed è rimasta nel mio cuore per anni.

Poi, dieci anni dopo il bombardamento, nel 1955, accadde qualcosa di inaspettato. Mio padre ed io fummo invitati negli Stati Uniti per partecipare a un popolare programma televisivo chiamato This Is Your Life (Questa è la tua vita).

Senza dirgli nulla, i produttori portarono sul palco un ospite a sorpresa: il capitano Robert Lewis, il copilota dell’Enola Gay, l’aereo che sganciò la bomba atomica su Hiroshima.

Quando sentii il suo nome, mi bloccai. Era l’uomo che avevo odiato per così tanto tempo, l’uomo che avevo immaginato come un mostro. Ma quando lo guardai negli occhi, vidi qualcosa di completamente diverso. Era umano. Tremava e i suoi occhi erano pieni di dolore. Quando il conduttore gli chiese come si sentiva dopo il bombardamento, lui rispose sommessamente: 

“Mio Dio, cosa abbiamo fatto”.

In quel momento, tutto dentro di me cambiò. Capii che se avessi continuato a odiarlo, avrei soltanto continuato a odiare la violenza che è dentro tutti noi.

Dopo la fine dello spettacolo, mi feci strada tra la folla, come un piccolo granchio, e mi avvicinai a lui. Gli toccai la mano e dissi nel mio cuore: “Mi dispiace”.

Non so esattamente perché ho detto quelle parole, ma sapevo che erano sincere. 

Quel semplice momento è diventato uno dei più importanti della mia vita. È stato il momento in cui l’odio ha cominciato a trasformarsi in comprensione. Da allora, ho pensato spesso: se quell’incontro non fosse mai avvenuto, anche adesso, all’età di settantacinque anni, forse continuerei a dire:

“L’altra parte è cattiva. Gli Stati Uniti sono cattivi. Io ho ragione”. 

Ma il capitano Lewis mi ha insegnato qualcosa di fondamentale: è la guerra che dovremmo odiare, non le persone.

Questo non significa dimenticare ciò che è successo, ma rifiutarsi di trasmettere il dolore alla generazione successiva. Perché in ogni guerra sono i bambini a soffrire di più. Sono loro che perdono le loro case, le loro famiglie e il loro futuro. Nessun bambino, in nessun luogo, che sia Hiroshima, l’Ucraina, Gaza o qualsiasi altro posto, dovrebbe mai più vivere un dolore simile.

Ecco perché oggi parlo, non come vittima, ma come testimone.

Non possiamo cambiare il passato, ma possiamo cambiare il modo in cui lo ricordiamo.

Possiamo ricordarlo con compassione, non con odio.

E possiamo scegliere un futuro senza armi nucleari.

Facciamo in modo che ciò che è accaduto a Hiroshima non si ripeta mai più, in nessun luogo e per nessuno.

Grazie.

[Foto: Comunità di Sant’Egidio]