
IL DIBATTITO / La crisi della democrazia: è il ‘forgotten man’, cittadino che si sente inascoltato e dimenticato, l’ingrediente-base dell’ascesa dei populismi

Tra Cielo e Terra ha seguito a ‘Libri come’ il confronto, condotto da Agnese Pini, con Ezio Mauro e il politologo Yascha Mounk.
Di Antonella Palermo
C’è un virus che sta attaccando la democrazia e che non sarà debellato facilmente. Amara constatazione che si è levata ieri, 21 marzo, da uno degli incontri più partecipati della rassegna Libri Come, che si chiude oggi a Roma e che quest’anno ha scelto come tema chiave proprio la parola Democrazia. In un confronto condotto da Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale, gli interventi di Ezio Mauro, già direttore de La Stampa e La Repubblica, e Yascha Mounk, uno dei maggiori studiosi della crisi della democrazia liberale e dell’ascesa del populismo, professore di Practice of International Affairs alla Johns Hopkins University ed editorialista di The Atlantic, hanno spaziato dagli Stati Uniti all’Europa per testare lo stato di salute della democrazia.
L’interrogativo cruciale che ha posto Mounk – si ricordano, tra i suoi libri, “Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale” (2018) e “Il grande esperimento. Etnie e religioni minacciano la democrazia?” (2022), entrambi per Feltrinelli – è stato: perché i popoli hanno sempre di più la sensazione di non essere ascoltati dai propri leader politici? È questa, infatti, la ragione principale che li spinge poi a votare per i populisti i quali, ha precisato, oggi si distinguono da una figura come, per esempio, quella di Mussolini. Mentre questi dichiarava, infatti, apertamente, di essere contro la democrazia, i populisti di oggi affermano di essere loro i veri democratici. Mauro ha approfondito questo vulnus: “Una buona parte di popolo, non solo di diseredati, ma del ceto medio, avverte oggi un misconoscimento, si sente trascurata. Di fronte a questo spaesamento, la politica risponde: ‘Io ho inventato lo Stato sociale, l’ascensore sociale… se non funziona, non è colpa nostra’”. Spiegato così quel paradosso: “Il problema nasce quando le disuguaglianze cambiano di segno”.
Mauro ha inanellato una serie di attributi spiazzanti ma inequivocabilmente veri: “La democrazia è vecchia, costosa, lenta, faticosa, burocratica, improduttiva. Andava bene nella fase del benessere. In epoca di crisi meglio sono i populismi, che eliminano il bilanciamento dei poteri, i corpi intermedi. Meglio parlare dritti alla pancia”. Non ha risparmiato le responsabilità di una parte della sinistra, “ancora conservativa, custodisce qualcosa che invece va cambiato, e dovrebbe aggiornarsi al passo coi tempi”. Sulla composizione sociale e demografica dell’elettorato progressista e su come è cambiato negli ultimi decenni, Mounk ha condiviso quello che avverte come un problema: “Oggi chi vota per i democratici, per esempio chi ha votato Kamala Harris negli Stati Uniti, appartiene all’alta borghesia, mentre il ceto operaio, tradizionalmente di sinistra, ora vota a destra. I democratici hanno insomma perso l’elettorato proletario”.
Insistendo ancora sul profilo del cosiddetto ‘forgotten man‘, Mauro ne ha tratteggiato le caratteristiche: “È la persona spogliata della propria voce, dei propri diritti (come nelle figure di Hopper), coltiva invidia sociale, rancore. Ha la consapevolezza di avere un credito che non verrà mai evaso. È uscito fuori dalla scala sociale e finisce per fidarsi di outsider miliardari”. Ha approfondito così quel paradosso per cui l’uomo ‘dimenticato’ oggi “si fida di chi può rovesciare il tavolo quando e come vuole, perché, alla fine vuole anch’egli questo, vuole questo sgarbo”. Ciò che è successo con la rielezione di Trump ne è l’emblematica espressione portata alle estreme conseguenze: “Cosa è successo nel partito dei repubblicani negli Stati Uniti? È stato sventrato e Trump ci è entrato mantenendo la superficie apparentemente intatta, in realtà da dentro sta rovesciando il regime”. È così che, sull’onda del marchio Maga, si professano proprio loro i veri rivoluzionari. Paradosso nel paradosso. Secondo Mounk, il vento in America sta cambiando tanto che forse nel 2028 i democratici torneranno alla presidenza: “Ma chiediamoci se questa prospettiva, in sé buona, basterà a tenere alta la fiducia nella democrazia. Non è detto”.

E l’Europa? Entrambi hanno lamentato una profonda fragilità politica del vecchio continente: “Non c’è, per esempio, un ministro dell’Interno capace di gestire la questione migratoria come affare europeo”, ha scandito Mauro che, se da un lato ha scoperchiato queste debolezze e le sue origini, dall’altro ha voluto condividere un cauto ottimismo: “L’Europa, nonostante tutte le sue insufficienze, resta una riserva di diritti”. Si tratta dei valori che assegnavamo agli Stati Uniti, ma che oggi non risiedono più là. “Probabilmente il formato sarà ridotto a 4 o a 5 Paesi, ma c’è speranza. Il problema vero è: l’Italia da che parte starà? Purtroppo oggi l’Italia è legata ideologicamente a Trump e, occasionalmente, ai cosiddetti ‘volenterosi’. Questo nodo deve sciogliersi”. La contraddizione che Mauro ha messo in luce sulla destra in Italia è che essa legittimamente è al potere ma costantemente è angosciata dalla possibilità di perderlo e quindi va a cercare quote supplementari fuori dalla Costituzione. “Dobbiamo capire – ha affondato – che la democrazia noi l’abbiamo conquistata, non ci è stata concessa dagli americani. Purtroppo questo dato storico oggi si tende a cancellarlo”.
Il professor Mounk, europeista convinto (genitori polacchi, nato in Germania, studi in Inghilterra, docenza a Parigi, vive molto tempo in Italia…), ha riportato il confronto anche sugli scenari che riguardano l’Ungheria, una cartina al tornasole non di poco conto. Non è affatto sicuro che Orbàn sarà sconfitto alle elezioni parlamentari in aprile, ha detto preoccupato chiedendosi se si possa continuare a tollerare in Europa un dittatore come lui. “È un problema che non si è mai risolto”. E, in sintonia con Mauro, ha aggiunto: “Oggi, purtroppo, l’Europa non ha gambe abbastanza forti per sganciarsi dagli Stati Uniti. Dobbiamo ripensare la politica interna, quella italiana per esempio, per poter essere forti anche fuori. Come si può pensare che uno Stato fermo nell’ambito della crescita economica, scalzato dalla produzione nell’ambito delle nuove tecnologie, potrà giocare un ruolo di primo piano?”.
Le guerre, allora, non fanno altro che diroccare sistemi già indeboliti. Ne è convinto Mauro che in conclusione ha sentito la necessità di avvertire: “Le definizioni di Trump come un pazzo sono fallaci, riduzionistiche. In realtà, siamo noi, e sorprendentemente proprio a sinistra, che stiamo usando la libertà concessa dalla democrazia per arrivare a svalutarla perché ne siamo ormai disaffezionati. Quindi ci permettiamo, anche di ironizzare su Zelensky, per esempio, non sentendo (più) il dovere di difendere un principio per cui varrebbe invece la pena morire”.
[Foto: A. Palermo/Tra Cielo e Terra]

