La religione digitale tra promesse e pericoli

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Pubblichiamo l'articolo dello storico delle religioni Giovanni Filoramo, professore emerito di storia del cristianesimo all’Università di Torino, comparso sul numero di settembre della rivista L'Indice dei Libri del Mese.

L’inattesa vicenda della pandemia, con le conseguenti limitazioni imposte agli stili di vita individuali e collettivi, ha avuto come conseguenza un’imprevista serie di smaterializzazioni dei rapporti sociali in vari ambiti, dal mercato del lavoro e dal mondo della burocrazia con lo smart working a quello della scuola e dell’università con la didattica online. Anche le religioni non sono sfuggite a questo processo. Chi non ricorda, in occasione delle tradizionali cerimonie della settimana santa, la piazza di S. Pietro vuota mentre papa Francesco avanza solo in questo immenso spazio abituato in tali occasioni a contenere decine di migliaia di persone? Una chiesa all’improvviso priva del suo corpo, una religione, fondata sulla fede nel Dio incarnato, costretta a messe domenicali via Skype, a celebrazioni liturgiche in chiese senza fedeli, e così via. In realtà, la pandemia non ha fatto che accentuare in modo vertiginoso un processo in atto ormai da qualche decennio. Il web 2.0 come nuovo strumento di comunicazione è diventato sempre più importante, finendo per realizzare ancora una volta il detto profetico di McLuhan: il mezzo è il messaggio, la rete, con le sue potenzialità tecnologiche straordinarie, fagocita le religioni, che pensavano di poterla utilizzare senza troppi problemi come avevano fatto per altri moderni mezzi di comunicazione, dal telegrafo alla radio alla televisione. In questo modo, la religione diventa sempre più digitale, con conseguenze profonde che soltanto in questi ultimi anni anche in Italia cominciano a essere analizzate e studiate in modo adeguato, ricorrendo inevitabilmente a una prospettiva multidisciplinare, dove la parte del leone finora è toccata agli studiosi di comunicazione sociale e di sociologia, ma che, come dimostrano i libri cui facciamo riferimento, comprende ormai una schiera sempre più ampia di sociologi e antropologi della religione, storici, giuristi, eccetera.

Ma cosa dobbiamo intendere esattamente con “religione digitale”? Secondo Heidi Campbell, professoressa alla Texas A&M University, che, oltre a essere stata una pioniera in questo campo di studi, attualmente è una delle voci più influenti nel dibattito accademico che si occupa di questo fenomeno, le religioni digitali vanno viste come il ponte tra il contesto online e quello offline. Col passare degli anni, infatti, l’espandersi globale delle reti digitali e lo studio più approfondito dei suoi effetti hanno costretto a rendersi meglio conto che una peraltro preziosa tipologia introdotta una ventina d’anni fa da Christopher Helland, quella tra religion online e cioè l’uso della rete da parte delle religioni tradizionali, e la online religion e cioè le forme religiose che nascono e si sviluppano spontaneamente sulla rete che diventa a suo modo un nuovo spazio sacro, non era più sufficiente a spiegare la complessità della trasformazione in atto. Da un lato, gli appartenenti alle religioni tradizionali che usano sistematicamente internet per la loro vita religiosa risultano inevitabilmente influenzati dalla particolare logica di questa realtà. Dall’altro, chi vive un’esperienza religiosa in rete indipendentemente da un legame con una religione tradizionale finisce prima o poi per riportare questa particolare esperienza nella vita quotidiana. Si viene così a creare una nuova realtà ibrida i cui due volti - religion online e online religion - appaiono sempre più collegati: due volti della stessa medaglia, appunto la religione digitale.

I libri in questione si interessano alla religione digitale a partire dal modo in cui le religioni tradizionali (nella fattispecie, il cattolicesimo), vivendo sempre più online, stanno diventando anch’esse religioni digitali, naturalmente ognuna secondo modalità dettate dal proprio profilo. D’altro canto, vi sono problemi di fondo che le accomunano in questa trasformazione. Mi limito ad accennare a due che mi sembra abbiano nel contesto attuale la maggiore rilevanza. Il primo è quello dell’autorità: come gruppi religiosi o individui costruiscano e rappresentino la loro autorità online e come nello specifico nuove forme di autorità o nuovi leader religiosi emergenti possano sfidare le istituzioni tradizionali. Nel caso del cristianesimo, la religione che ha inventato la teologia e ne ha fatto l’asse portante della sua tradizione, la sfida può essere mortale. Un esempio significativo, approfondito in una sua ricerca sempre da Campbell, è fornito dai theoblogians. I teologi sono persone che hanno delle credenziali per insegnare teologia, sono riconosciuti nella loro professione e i loro blog servono per trascrivere le loro idee in un contesto non professionale, diverso da quello degli articoli o dei paper accademici. Volendo semplicemente rendere il loro lavoro un po’ più pubblico e accessibile, i teologi blogger non fanno altro che riproporre online quella che è la loro autorità offline (l’attuale direttore di “Civiltà cattolica”, il gesuita Antonio Spadaro, con la sua cyberteologia, è un esempio particolarmente significativo). Al contrario, i theoblogians sono persone che non hanno fatto studi teologici adeguati, ma raccolgono intorno a sé followers con i quali condividono le stesse idee da discutere online. In realtà, questi vengono riconosciuti al pari dei teologi per il lavoro che fanno intorno al discorso teologico, ricevendo, però, attenzione e legittimità solo sull’online. È una legittimità data esclusivamente dall’ambiente digitale, che potremmo definire autorità algoritmica. Ovviamente tra questi due gruppi si viene a creare tensione soprattutto su argomenti come chi abbia l’autorità, i valori e la legittimità per dare certe interpretazioni in questo contesto teologico, eccetera.

Il secondo problema è quello della comunità. La rete finisce inevitabilmente per potenziare quello che Berry Wellmann ha proposto di chiamare il networked individualism: al centro della struttura sociale non c’è più la comunità o l’istituzione, ma soltanto gli individui. Internet permette alle persone di essere libere di agire, mettendo radicalmente in crisi i vincoli tradizionali che legano una comunità religiosa. Questo significa che anche il rituale, il perno sociale che la regge, entra in crisi. I rituali si smaterializzano, nel contempo universalizzandosi. Si forma così una comunità flessibile e adattabile a ogni contesto, senza bisogno di un tempio, di formule, di un calendario per le celebrazioni. In questo scenario, ognuno si costruisce un tempio invisibile e un complesso di rituali attorno ai quali invitare altri fedeli. Ognuno diventa “chiesa a sé stesso”: una formula celebre di Lutero che sintetizza la sua critica radicale all’istituzione ecclesiastica. Non ci si stupirà, di conseguenza, che alcuni studiosi abbiano visto in queste forme di online religion il compimento del protestantesimo. Del resto, alcune correnti del protestantesimo sono quanto di più vicino vi sia all’attuale spiritualità priva di materialità: il divino si fa presente senza alcun bisogno di fissarsi nelle forme finite del tempo e dello spazio. Il singolo credente comunica con la trascendenza senza bisogno di segni condivisi. Ma allora, come verificare l’autenticità dell’esperienza religiosa online, la sua natura evanescente, senza il controllo e l’impegno della reciproca presenza? Inoltre, il carattere indiretto del mezzo tecnologico ridurrebbe la genuinità dell’esperienza religiosa, che è mistero, immediatezza fisica, emozione diretta. Le esperienze religiose online risulterebbero prive di sostanza, quasi un divertissement della creazione immaginativa.

Per una prima introduzione a questo mondo in rapida trasformazione I religionauti di Alessandra Vitullo costituisce un’utile introduzione. A parte l’uso, nel sottotitolo, di una categoria come homo religiosus desueta e quanto mai intempestiva se applicata alla religione digitale, la prima parte del libro è una preziosa messa a punto della questione, mentre nei due capitoli successivi si affrontano due studi di caso: il modo in cui la comunità esoterica di Damanhur ha affrontato questo problema (confesso che ho trovato questa analisi insoddisfacente per più aspetti) e il caso di una multisite church, una chiesa virtuale come LifePoint Church.

Nella sua parte introduttiva Vitullo sottolinea opportunamente le teorie del reincantamento della tecnologia e il fatto che esso sarebbe stato favorito dalla occulture e cioè dal trionfo della cultura di massa. Infatti, a partire circa dalla metà degli anni ottanta queste teorie hanno iniziato a osservare come “l’oscuro funzionamento” delle nuove macchine informatiche e dei prodotti digitali abbia spinto gli individui a ricreare una sorta di aura magica intorno alle moderne tecnologie, creando nuove realtà religiose ma, nel contempo, rileggendo in modo digitale più antichi fenomeni. Un banco di prova particolarmente interessante di questo secondo caso è costituito, in ambito cattolico, dal culto dei santi, di cui si occupano i due volumi dei “santi internauti”. Essi contengono gli atti di due incontri di lavoro consacrati a questo tema da un gruppo di lavoro dell’Aissca, l’Associazione italiana per lo studio della santità, dei culti e dell’agiografia, tenutisi rispettivamente in presenza il 19-20 aprile del 2018 e online nella primavera del 2020 e del 2021. Si tratta di un ventaglio di contributi che offrono, attraverso la lente particolare del fenomeno della santità nei suoi molteplici aspetti così come oggi viene vissuto nella religione digitale, ampia materia di riflessione sulla natura in divenire di questa recentissima forma di religione.

I libri
I santi internauti 2. Agiografia, devozioni e icone digitali, a cura di Marco Papasidero e Mario Resta, Viella, 2022
Alessandra Vitullo, I religionauti. Studiare l’homo religiosus al tempo del web, Morcelliana, 2021
I santi internauti. Esplorazioni agiografiche nel web, a cura di Claudia Santi e Daniele Solvi, Viella, 2019
Digital Religion. Understanding Religious Practices in New Media Worlds, a cura di Heidi H. Campbell, Routledge, 2012

(Fonte: L'Indice dei Libri del Mese - Giovanni Filoramo; Foto: Pexels/Cottonbro Studio)