
L’ANALISI / I vescovi italiani, “il vero antidoto alla deriva bellica? L’Unione Europea come ‘esperimento’ di pace”

ROMA, 8 DIC – Mentre nel mondo il discorso ‘bellico’ imperversa a tutte le latitudini, condizionando le scelte dei governi e indirizzando le politiche economiche e sociali, i vescovi italiani vogliono parlare di pace. E proprio mentre l’Europa è sotto il fuoco incrociato di potenze come gli Stati Uniti di Trump (“fra vent’anni la civiltà europea potrebbe essere cancellata”) o la Russia di Putin (“se l’Europa vuole la guerra noi siamo pronti”), di nazionalismi e sovranismi assortiti, nonché di magnati e mega-influencer trilionari come Elon Musk (“l’Ue va abolita, è praticamente il quarto Reich”, ha detto dopo essere stato multato dalla medesima), sempre per i vescovi italiani è all’Europa che bisogna guardare come esempio per lungo tempo capace di costruire e mantenere la pace.
Nell’ampia e importante Nota pastorale della Cei “Educare a una pace disarmate e disarmante”, approvata dall’81ma Assemblea generale il 19 novembre scorso ad Assisi e diffusa venerdì 5 dicembre, i vescovi – dopo i capitoli sulla crisi del sistema globale, sul dilagare dei nazionalismi, sugli odi contrapposti e a sfondo religioso, sulla “guerra mondiale a pezzi” e la minaccia nucleare, o sull’impatto della Rete e dell’intelligenza artificiale -, ne dedicano uno particolarmente approfondito proprio all’Unione Europea “come esperimento di pace”. “Non si possono leggere nel nostro presente solo le fratture e i conflitti nati dal fallimento di un ordine mondiale. Vi sono anche esperimenti esemplari da valorizzare, vie possibili da percorrere”, dicono infatti.
Ed è qui che sottolineano come nei decenni, la Comunità Economica Europea prima e l’Unione Europea poi abbiano “portato a donne e uomini europei la possibilità di costruire democrazie solide, che hanno operato per garantire diritti, consentendo una ricostruzione materiale e morale dell’Europa”. Si sono così superate “logiche di conflitto fra popoli e Stati, per dare forma a uno spazio in cui vivere, lavorare, studiare, progettare futuro, vedendosi riconosciuti come persone umane, coi diritti e i doveri che tale dignità comporta”. Quanto ci sarebbe bisogno oggi di un’analoga prospettiva! Quanto lontana appare, invece, di fronte a tanti particolarismi, agli squilli di tromba anti-Ue, o ai ‘flirt’ di stampo ideologico con nazioni e potenze tutt’altro che ben intenzionate, e che l’Europa non vorrebbero altro che destabilizzarla e sgretolarla.
Certo, oggi l’Unione Europea è al centro di critiche radicali e affronta una crisi di fiducia fra i cittadini dei Paesi membri. I vescovi, nel loro documento, rievocano però il lungo e faticoso percorso storico e politico che è all’origine dell’Ue, a partire dal 9 maggio 1945, con la fine della Seconda guerra mondiale. “Quel che restava dell’Europa erano solo le macerie delle città, la ferita della dignità morale rappresentata dai totalitarismi e dalla Shoah, gli effetti spaventosi di un nazionalismo fattosi distruzione dell’altro”, ricordano. La pace “non era solo un’opzione, era necessità”, ma “per raggiungerla non bastava il tacere delle armi”: “serviva far pace, servivano scelte che disinnescassero le possibilità di conflitto armato, trasformando le tensioni fra interessi statuali diversi in occasioni per condividere responsabilità e dar forza alla pluralità di culture europee, unendole in un futuro comune”.
Anche oggi, purtroppo, “il processo è incompiuto; forti e numerose restano le contraddizioni”. E tuttavia, concordano fra loro i vescovi italiani, “in un tempo in cui si tornano a invocare il conflitto e la guerra, guardando all’altro solo come nemico e minaccia, l’Unione Europea testimonia che un’altra strada è possibile, che la logica della violenza non è inevitabile”. E “non è casuale” – aggiungono individuando un sintomo significativo – “che contro di essa si volgano molti nazionalismi, ostacolando il processo di costruzione di una realtà politica comune”. Descritta come realtà che comprime i ‘diritti’ delle singole nazioni, alcuni vorrebbero semplicemente abbandonarla, mentre altri la ridurrebbero a mero mercato.
Anche per questo, per i presuli del Bel Paese, “è invece importante oggi proseguire il cammino di quanti, dopo la guerra, scelsero con coraggio una via di pace da costruire insieme”. “Cruciale” diviene allora “il contributo dei cristiani all’affermazione di appartenenza ad una ‘patria’: l’Europa – costruita in questi settant’anni non con rivendicazioni o sopraffazioni, ma come cammino condiviso – va coltivata espandendone tutte le potenzialità di pace”. Ecco quindi che la proposta di un rinnovato “Codice di Camaldoli” esteso sul piano europeo è “una proposta importante in tal senso”.
L’accento critico dei vescovi è sul fatto che “appaiono invece contraddittorie rispetto a tale orizzonte quelle proposte di pesanti investimenti sul piano degli armamenti e delle tecnologie militari che hanno fatto seguito all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia”. Secondo la Nota pastorale Cei, “le necessità della difesa non devono diventare occasione per contribuire al riarmo globale di questi anni, distraendo risorse dalla costruzione di una comunità più umana”.
La visione di “un’Europa libera e forte”, che “ritrova le proprie radici profonde per unire le Nazioni”, e l’idea di una “Camaldoli europea”, sono al centro anche del videomessaggio che il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, ha inviato sabato scorso al convegno nazionale del Meic (Movimento ecclesiale di impegno culturale), l’organizzazione degli intellettuali cattolici. L’idea della Camaldoli europea, spiega Zuppi, è quella di “ritrovare le motivazioni, il fondamento, l’ideale, l’anima dell’Europa, perché non diventi soltanto qualcosa di economico, un condominio che però non ha più la spinta per pensarsi insieme e quindi per risolvere i problemi”.
Un’Europa libera e forte, prosegue, “dove la forza è proprio nel ritrovare le radici profonde: questa è la vera forza dell’Europa. In un periodo, in un tempo, in una stagione in cui prevale la forza dell’imporci sugli altri, l’Europa non deve perdere gli ideali, quelli sì che devono invece, al contrario, legare, unire la complessità delle Nazioni, questa è la vera forza dell’Europa”.
Una ricerca di “vie diverse”, dunque, come quella di cui i vescovi italiani parlano nella loro Nota pastorale, perché “alla violenza non possiamo assuefarci; non possiamo accettare che essa divenga parte di una normalità in cui sia abituale anche la guerra”. “Un’educazione alla pace dovrà partire anche da qui – aggiungono -: da una resistenza al negativo che si annida anche nelle relazioni più fondamentali e deborda in ogni ambito, rischiando di diventare cultura dominante”.
Ecco perché “la Chiesa cattolica italiana avverte la responsabilità di pronunciare oggi parole di pace”. Dinanzi a quel “crinale apocalittico” (un’immagine di Giorgio La Pira) su cui oggi ci troviamo, “più che mai occorre sostenere speranze di pace capaci di futuro”, dicono i vescovi; “occorre essere lucidi nell’analizzare le contraddizioni della nostra realtà storica e la violenza che le muove, ma soprattutto decisi nel contrastarne la logica”.
[Foto: Conferenza Episcopale Italiana]



