L’ANALISI / Il Papa, “una delle lezioni di Nicea: la dottrina non è ferma, ma evolve con i tempi”

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Tra i passi, le decisioni, i messaggi di papa Leone in questi suoi primi sei mesi di pontificato, diversi hanno fatto pensare a un Papa non particolarmente innovatore – sicuramente meno del suo predecessore Francesco, almeno a livello di intenzioni – e comunque sensibile ad aspetti cari agli amanti della Tradizione: una per tutte, la sua apertura nei confronti della messa in latino, fortemente osteggiata e limitata da papa Bergoglio.

Ma se si guarda alla sostanza del suo magistero, quello che appare è un Pontefice non certo “conservatore”, tutt’altro, e questo sia nella pastorale che nelle questioni liturgiche, come anche nell’approccio alla dottrina. Se le riforme avviate da papa Francesco, insomma, non vanno certo in frigorifero, né tanto meno in archivio, è lo sguardo del nuovo Papa che si mostra aperto ai cambiamenti e alle evoluzioni, persino in un campo delicato, estremamente sensibile, e a volte scottante, come quello dottrinale.

Una prova se ne è avuta in questo suo viaggio in Turchia, durante il quale ha celebrato ieri pomeriggio a Iznik, con i rappresentanti delle altre Chiese e denominazioni cristiane, i 1700 anni del Concilio di Nicea, il primo Concilio ecumenico della storia, cui si deve tra le altre cose – avendo stabilito esplicitamente la dottrina della consustanzialità del Padre e del Figlio – la formulazione della dichiarazioni di fede: quel “Simbolo niceno” o “Credo niceno” che rappresenta tuttora un momento centrale delle celebrazioni cristiane.

Il Papa ne ha parlato, con parole molto significative, anche nell’incontro di preghiera di ieri mattina con i vescovi, i sacerdoti e i consacrati nella Cattedrale dello Spirito Santo, a Istanbul. Indicando ai presenti le “sfide” poste anche oggi da “un evento sempre attuale” come il primo Concilio di Nicea, Prevost ha menzionato quella della “mediazione della fede” e dello “sviluppo della dottrina”, ricordando come “in un contesto culturale complesso”, il Simbolo di Nicea sia riuscito “a mediare l’essenza della fede attraverso le categorie culturali e filosofiche dell’epoca”. Tuttavia, pochi decenni dopo, nel primo Concilio di Costantinopoli, “vediamo che esso viene approfondito e ampliato e, proprio grazie all’approfondimento della dottrina, si giunge a una nuova formulazione: il Simbolo niceno-costantinopolitano, quello comunemente professato nelle nostre celebrazioni domenicali”.

Secondo Leone XIV, “impariamo anche qui una grande lezione: è sempre necessario mediare la fede cristiana nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo, come fecero i Padri a Nicea e negli altri Concili”. Allo stesso tempo, “dobbiamo distinguere il nucleo della fede dalle formule e dalle forme storiche che lo esprimono, le quali restano sempre parziali e provvisorie e possono cambiare man mano che approfondiamo la dottrina”. In altre parole, detto in maniera comprensibile ai più, la dottrina non è “ferma” nelle sue formulazioni, ma evolve con i tempi: la fede cristiana, infatti, “va mediata” nei linguaggi e nelle categorie del contesto in cui viviamo.

Rievocando poi il neo-dottore della Chiesa – da lui stesso proclamato tale -, San John Henry Newman, il Pontefice ha ricordato che egli “insiste sullo sviluppo della dottrina cristiana, perché essa non è un’idea astratta e statica, ma riflette il mistero stesso di Cristo: si tratta perciò dello sviluppo interno di un organismo vivente, che porta alla luce ed esplicita meglio il nucleo fondamentale della fede”.

Musica per le orecchie, insomma, per chi oggi si oppone a una concezione ‘blindata’ della dottrina, senza possibilità di sviluppi neanche nelle parole – vedi le polemiche di questi giorni su Maria “corredentrice” -, fissa nel forziere inattaccabile della Tradizione e immune da ogni pur labile influsso della modernità.

Il Papa, tra le altre sfide poste tutt’oggi da Nicea, ha voluto mettere in guardia da quello che ha definito un “arianesimo di ritorno”, presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: “quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi”. Secondo il Papa, “il suo essere Dio (…) viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più”. Ma “Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso”.

Insomma, non solo “della stessa sostanza del Padre”, ma neanche “una sorta di leader carismatico o di superuomo“, negandone quindi la divinità e “ignorando la realtà dell’incarnazione”: “un travisamento che alla fine porta alla tristezza e alla confusione”, ha avvertito il Papa proprio durante la commemorazione dell’assise di Nicea. “Se Dio non si è fatto uomo, come possono i mortali partecipare alla sua vita immortale? – ha quindi chiesto – Questo era in gioco a Nicea ed è in gioco oggi”. Anche qui, un tornare al passato non per ‘conservarlo’ e metterlo in una teca, ma per cercarvi le chiavi con cui guardare al futuro.

[Foto: Vatican Media]