L’ANALISI / La diplomazia di papa Leone alla prova del suo primo viaggio

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CITTA’ DEL VATICANO, 3 DIC – Nel suo primo libro-intervista con Elise Ann Allen di Crux, “Leone XIV: Cittadino del Mondo, Missionario del XXI Secolo”, Prevost dice tra le altre cose di avere come Papa “ancora un lungo periodo di apprendimento” davanti a sé, che “l’aspetto totalmente nuovo di questo lavoro è essere catapultato al livello di leader mondiale”, e che, “in un momento in cui la voce della Chiesa ha un ruolo significativo da svolgere”, sta “imparando molto sul ruolo della Santa Sede, nel mondo diplomatico da molti anni”: “sono tutte cose nuove per me, in senso pratico”, avverte Leone, con la semplicità e modestia che caratterizzano la sua personalità.

E un banco di prova sul livello di consapevolezza, perizia e dimestichezza con le questioni diplomatiche e geopolitiche in cui contano “la voce della Chiesa” e “il ruolo della Santa Sede”, raggiunto in questi primi sei mesi di pontificato, poteva e doveva essere per Leone XIV il primo viaggio internazionale, concluso ieri, in Turchia e Libano, peraltro in un’area del mondo per molteplici versi cruciale: e pur tra qualche esitazione e reticenza, non si può dire che questo primo e importante esame non sia stato superato. Con esiti che vedremo in quale direzione porteranno.

Un viaggio che ha avuto sicuramente successo, anche mediatico, questo di papa Leone, ma soprattutto in cui – per quanto la motivazione prima del tour fosse la celebrazione ecumenica a Iznik dei 1700 anni del Concilio di Nicea – le tematiche della pace internazionale, i nodi della “terza guerra mondiale a pezzi”, le grandi questioni di Gaza, dell’Ucraina e dello stesso Libano sono stati tutti toccati con evidente partecipazione dal Pontefice americano, anche nel confronto con personalità che detengono un ruolo e una statura da player internazionale, come il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

E’ lo stesso Prevost a rendercelo noto e a farcelo capire. “Poter parlare anche con il presidente Erdogan della pace penso sia stato un elemento importante, un elemento significativo della mia visita”, ha detto ai giornalisti durante il volo che lo portava da Istanbul a Beirut. A proposito della situazione a Gaza e dell’Ucraina “certamente abbiamo parlato di tutte e due le situazioni – ha proseguito -. La Santa Sede già da diversi anni pubblicamente appoggia la proposta di una soluzione dei due Stati. Sappiamo tutti che in questo momento ancora Israele non accetta questa soluzione, ma la vediamo come unica soluzione che potrebbe offrire – diciamo – una soluzione al conflitto che continuamente vivono”.

“Noi siamo anche amici di Israele – ha aggiunto il Papa – e cerchiamo con le due parti di essere una voce mediatrice che possa aiutare ad avvicinarci a una soluzione con giustizia per tutti. Abbiamo parlato di questo con il presidente Erdogan, lui certamente è d’accordo con questa proposta. La Turchia ha un ruolo importante che potrebbe giocare in questo”.

Lo stesso con l’Ucraina, ha detto ancora: “già qualche mese fa con la possibilità di dialogo tra le parti Ucraina e Russia, il presidente ha aiutato molto a convocare le due parti. Ancora non abbiamo visto purtroppo una soluzione, però oggi di nuovo ci sono proposte concrete per la pace. E speriamo che il presidente Erdogan con il suo rapporto con il presidente di Ucraina, della Russia e degli Stati Uniti, possa aiutare in questo senso a promuovere il dialogo, il cessate il fuoco e vedere come risolvere questo conflitto, questa guerra in Ucraina”.

Emerge in queste dichiarazioni una posizione di “neutralità” della Santa Sede, di “equivicinanza” come la si chiamava già ai tempi di Bergoglio, che Prevost vuole evidente mantenere. Ma anche una capacità di muoversi con cautela e discrezione, a piccoli passi ben meditati, senza uscite eclatanti e tanto meno fughe in avanti che non porterebbero ad alcun esito tangibile.

Se una cosa è cambiata rispetto al passato, la possibilità da parte della Santa Sede di porsi come mediatore diretto in eventuali negoziati. Anche questo Leone lo chiariva già nel libro-intervista con Elise Ann Allen. “Farei una distinzione tra la voce della Santa Sede nel sostenere la pace e il ruolo di mediatore, che ritengo molto diverso e non così realistico come il primo”, affermava: “Pensare al Vaticano come mediatore, anche le due volte in cui ci siamo offerti di ospitare incontri di negoziazione tra Ucraina e Russia, in Vaticano o in altre proprietà ecclesiastiche, sono ben consapevole delle implicazioni di ciò”.

Questa sorta di passo indietro rispetto a ruoli di mediazione è emerso stavolta nella risposta che il Papa ha dato ai giornalisti, durante il volo che lo riportava da Beirut a Roma, sulle tensioni tra Nato e Russia e sulla possibilità di una pace in Ucraina senza l’Europa. “La Santa Sede non ha una partecipazione diretta perché non siamo membri della Nato e di tutti i dialoghi finora. Anche se tante volte abbiamo chiesto il cessate il fuoco, dialogo e non guerra”, ha cautamente premesso.

Per poi aggiungere, sulla presenza dell’Europa: “Specificamente penso che il ruolo dell’Italia potrebbe essere molto importante. Culturalmente e storicamente, la capacità che ha l’Italia di essere intermediaria in mezzo a un conflitto che esiste fra diverse parti. Anche Ucraina, Russia, Stati Uniti… In questo senso io potrei suggerire che la Santa Sede possa incoraggiare questo tipo di mediazione e si cerchi e cerchiamo insieme una soluzione che veramente potrebbe offrire pace, una giusta pace, in questo caso in Ucraina”.

Quindi, per quanto riguarda il Vaticano, più un ruolo di supporto alle iniziative “politiche” di altri Paesi, come in questo caso l’Italia, di incoraggiamento, caldeggiamento e condivisione, più che di partecipazione diretta come mediatore. E al di là del fatto se sia o no percorribile nella partita l’ipotesi di un ruolo cruciale per l’Italia, forse un uscita un po’ estemporanea da parte del Pontefice, la prudenza di Prevost non può non esser lodevole in un mondo in cui si ascoltano ‘sparate’ continue su paci imminenti, seguite poi a stretto giro da penosi retromarcia.

Le tensioni tra Libano e Israele. L’appello a Hezbollah

Se c’è una questione su cui papa Leone avrebbe potuto insistere di più, e con più determinazione, è sicuramente quella delle tensioni tra Israele e Libano, in una situazione in cui territori nel sud del ‘Paese dei Cedri’ vengono sistematicamente occupati e delimitati con muri, e in cui, da parte delle forze israeliane, viene presa di mira persino l’Unifil, la Forza di Interposizione delle Nazioni Unite, colpendo anche le unità militari italiane (nel corso di quest’anno gli attacchi israeliani in Libano hanno provocato la morte di circa 350 persone, tra cui un centinaio di civili). Innanzitutto il papa avrebbe potuto inserire nella visita in Libano anche una tappa nel Sud, che era stata tanto desiderata e invocata dalla popolazione, anche tramite petizioni online, ma che poi non è stato possibile – o non è stato ritenuto opportuno – mettere in programma.

E a parte questo, forse qualche parola più decisa poteva essere pronunciata, su un tema che ha fatto irruzione anche negli incontri ufficiali in programma, come quello ecumenico e interreligioso in Piazza dei Martiri a Beirut. “La nostra grande speranza è che la sua visita al nostro Paese porti con sé ogni possibilità di successo e rechi il frutto del rafforzamento dell’unità nazionale vacillante, in questo Paese piagato, a causa della continua aggressione israeliana contro il suo popolo e la sua terra”, ha detto nell’occasione, rivolto al Papa, il vicepresidente del Consiglio islamico sciita superiore, lo Sceicco Ali El-Khatib. “Poniamo la questione del Libano nelle Sue mani, con tutte le Sue capacità a livello internazionale, affinché il mondo possa aiutare il nostro Paese a liberarsi dalle crisi accumulate, in primis l’aggressione israeliana e le sue conseguenze sul nostro Paese e sul nostro popolo”.

Il Pontefice, che durante gli eventi della visita non ha mai citato pubblicamente Israele, né Hezbollah, prima di lasciare il Libano si è limitato a lanciare “un accorato appello: cessino gli attacchi e le ostilità. Nessuno creda più che la lotta armata porti qualche beneficio. Le armi uccidono, la trattativa, la mediazione e il dialogo edificano. Scegliamo tutti la pace come via, non soltanto come meta”, ha detto nella cerimonia di congedo all’aeroporto internazionale di Beirut. Servono invece “nuovi approcci” in tutto il Medio Oriente perché “la via della reciproca ostilità e distruzione nell’orrore della guerra è stata percorsa troppo a lungo, con i deplorevoli risultati che sono sotto gli occhi di tutti”.

Poi, sollecitato dai giornalisti in aereo, sull’aggressione di Israele al Libano ha affermato: “è possibile che la pace ancora una volta giunga nella regione e giunga nel suo Paese, in Libano. Infatti ho già avuto alcune conversazioni con alcuni dei leaders dei Paesi che lei ha menzionato e intendo continuare a farlo, personalmente o attraverso la Santa Sede, perché il fatto è che abbiamo relazioni diplomatiche con la maggioranza dei Paesi nella regione, e sarebbe la nostra speranza certamente continuare di elevare questa chiamata alla pace di cui ho parlato alla fine della Messa di oggi”.

E ancora: “durante questo viaggio ho avuto anche incontri personali con rappresentanti di diversi gruppi che rappresentano autorità politiche, persone o gruppi che hanno qualcosa a che vedere con i conflitti interni o anche internazionali nella regione. Il nostro lavoro principalmente non è una cosa pubblica che dichiariamo per le strade, è un po’ dietro le quinte. È una cosa che già abbiamo fatto e continueremo a fare per convincere le parti a lasciare le armi, la violenza, e venire insieme al tavolo di dialogo. Cercare risposte e soluzioni che non sono violente ma che possono essere più efficaci”.

E sul messaggio che gli è stato indirizzato da Hezbollah? “Si l’ho visto, evidentemente c’è da parte della Chiesa la proposta che lascino le armi e che cerchiamo il dialogo. Ma più di questo preferisco non commentare in questo contesto”.

Il gruppo armato libanese, in un messaggio indirizzatogli prima del suo arrivo in Libano, ha esortato Papa Leone a respingere l’“ingiustizia e l’aggressione” israeliana contro il Libano. “Noi di Hezbollah approfittiamo dell’occasione della vostra visita di buon auspicio nel nostro Paese, il Libano, per ribadire da parte nostra il nostro impegno alla convivenza“, si legge nel messaggio. Che ha anche affermato l’impegno del gruppo a ”stare al fianco del nostro esercito e del nostro popolo per affrontare qualsiasi aggressione e occupazione della nostra terra e del nostro Paese“, aggiungendo che ciò che Israele ”sta facendo in Libano è un’aggressione inaccettabile e continua”. “Confidiamo nella posizione di Sua Santità nel rifiutare l’ingiustizia e l’aggressione a cui la nostra nazione, il Libano, è sottoposta per mano degli invasori sionisti e dei loro sostenitori”, ha aggiunto la dichiarazione. Ma a parte l’appello a Hezbollah a “lasciare le armi e cercare il dialogo”, Leone ha preferito non fare per ora altri commenti.

[Foto: Vatican Media]