
L’ANALISI / La diplomazia pontificia secondo papa Leone: “non cercare vincitori né vinti, ricomporre legami dove si alzano muri”

CITTA’ DEL VATICANO, 18 GEN – “Non tattica, ma carità pensante”. Se ci si pensa un attimo, è una definizione fulminante quella che papa Leone XIV dà della diplomazia pontificia, dei suoi mezzi e delle sue finalità. Al di là di ogni scaltrezza o artificio diplomatico, e con alle spalle la lunga storia delle relazioni estere della Sede di Pietro, l’attuale Pontefice mette al centro della politica internazionale vaticana nient’altro che “l’arte evangelica dell’incontro, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze”.
Un punto fermo di come papa Prevost vede l’azione diplomatica della Santa Sede è la lettera inviata oggi alla comunità della Pontificia Accademia Ecclesiastica – l’istituzione che forma i sacerdoti destinati al servizio diplomatico nelle varie nunziature o alla segreteria di Stato – in occasione del 325° anniversario di fondazione.
In pochi tratti, senza lungaggini né ambiguità, il Papa delinea i compiti e i princìpi di un settore istituzionale determinante come non mai per la presenza della Chiesa cattolica e della Sede apostolica nel mondo. Innanzitutto, “il servizio diplomatico non è una professione, ma una vocazione pastorale”, avverte: “è l’arte evangelica dell’incontro – scandisce quindi -, che cerca vie di riconciliazione là dove gli uomini innalzano muri e diffidenze”. Per papa Leone, “la nostra diplomazia, infatti, nasce dal Vangelo: non è tattica, ma carità pensante; non cerca né vincitori né vinti, non costruisce barriere, ma ricompone legami autentici”.
Seguono anche indicazioni, sintetiche ma precise, a chi si forma a questo servizio, agli stessi allievi dell’Accademia Ecclesiastica, la cosiddetta “scuola dei nunzi”, fondata nel 1701 e riformata da papa Francesco con il Chirografo Il Ministero Petrino, del 25 marzo 2025, che l’ha qualificata come centro avanzato di alta formazione accademica e ricerca nelle Scienze Diplomatiche, quale diretto strumento dell’azione diplomatica della Santa Sede.
“Per edificare questa comunione – spiega infatti papa Leone -, ogni parola pronunciata richiede di essere preceduta dall’ascolto: ascolto di Dio e ascolto dei piccoli, di coloro la cui voce spesso non viene udita”. Ecco allora che “i diplomatici del Papa – sottolinea – sono chiamati a essere ponti: ponti invisibili per sostenere, ponti saldi quando gli eventi sembrano difficili da arginare e ponti di speranza quando il bene vacilla”.
L’esortazione di Leone XIV è quindi che, “imitando sant’Antonio Abate, vostro patrono, che seppe trasformare il silenzio del deserto in dialogo fecondo con Dio, siate sacerdoti dalla profonda spiritualità, per attingere dalla preghiera la forza dell’incontro con gli altri”.
Ma come tradurre questi princìpi e valori nell’azione concreta di ogni giorno, in un mondo devastato da un numero sempre crescente di tensioni e conflitti, in una “terza guerra mondiale a pezzi”, profeticamente così designata da papa Bergoglio, ma che oggi si mostra ancor più come un unico focolaio senza apparenti confini? E in cui – secondo papa Leone – “a una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza” e in cui “la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando”?
Interpellato in specifiche occasioni dai giornalisti, il Papa ha fatto capire di non credere troppo a un ruolo diretto come sede di “mediazione” da parte del Vaticano nei casi di conflitti, quanto piuttosto come sostenitore e fautore dell’azione pacificatrice che può essere portata avanti da altri Stati, non ultimo l’Italia.
Ma a parte la lectio magistralis tenuta oggi dal cardinale segretario di Stato Pietro Parolin sul tema “Pace e giustizia nell’azione della diplomazia della Santa Sede di fronte alle nuove sfide”, nel corso del convegno della Pontificia Accademia Ecclesiastica di cui è gran cancelliere, altre significative indicazioni le si possono trarre dal discorso di Leone XIV del 10 giugno scorso nell’udienza nella Sala Clementina a un centinaio di nunzi apostolici, in occasione del Giubileo della Santa Sede.
“Voi siete, già con le vostre persone, un’immagine della Chiesa cattolica, perché non esiste in nessun Paese del mondo un Corpo diplomatico così universale come il nostro!”, affermò il Papa. Però, nello stesso tempo, “credo si possa dire altrettanto che nessun Paese del mondo ha un Corpo diplomatico così unito come voi siete uniti: perché la vostra, la nostra comunione non è solo funzionale, né solo ideale, ma siamo uniti in Cristo e siamo uniti nella Chiesa”. E secondo il Pontefice, “è interessante riflettere su questo fatto: che la diplomazia della Santa Sede costituisce nel suo stesso personale un modello – non certo perfetto, ma molto significativo – del messaggio che propone, quello cioè della fraternità umana e della pace tra tutti i popoli”.
Il ministero di Pietro “è creare relazioni, ponti; e un Rappresentante del Papa è anzitutto a servizio di questo invito, di questo guardare negli occhi”. “Siate sempre lo sguardo di Pietro! – esortò Leone – Siate uomini capaci di costruire relazioni lì dove si fa più fatica. Ma nel fare questo conservate la stessa umiltà e lo stesso realismo di Pietro, che sa benissimo di non avere la soluzione a tutto”.
“Conto su di voi – aggiunse ai nunzi – affinché nei Paesi dove vivete tutti sappiano che la Chiesa è sempre pronta a tutto per amore, che è sempre dalla parte degli ultimi, dei poveri, e che sempre difenderà il sacrosanto diritto a credere in Dio, a credere che questa vita non è in balia dei poteri di questo mondo, ma è attraversata da un senso misterioso”. “Solo l’amore è degno di fede – avvertì ancora -, di fronte al dolore degli innocenti, dei crocifissi di oggi, che molti di voi conoscono personalmente perché servite popoli vittime di guerre, di violenze, di ingiustizie, o anche di quel falso benessere che illude e delude”.
“Abbiate sempre uno sguardo benedicente, perché il ministero di Pietro è benedire, cioè saper vedere sempre il bene, anche quello nascosto, quello che è in minoranza. Sentitevi missionari, inviati dal Papa per essere strumenti di comunione, di unità, al servizio della dignità della persona umana, promuovendo ovunque relazioni sincere e costruttive con le autorità con le quali sarete chiamati a cooperare”, concluse Prevost, indicando a tutti come esempio, affinché “la vostra competenza sia sempre illuminata dalla ferma decisione per la santità”, i santi che sono stati nel servizio diplomatico della Santa Sede, in particolare San Giovanni XXIII e San Paolo VI.
Ecco, appunto, detto in maniera icastica e incontrovertibile: “non tattica, ma carità pensante”.
[Foto: Vatican Media]



