L’ANALISI / L’abbraccio della folla e il grido del Papa in Spagna, “restate umani”

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CITTA’ DEL VATICANO, 9 GIU – Il motto del viaggio è “alzad la mirada”, “alzate i vostri occhi”, da Giovanni 4,35, ma il filo rosso che si impone in questi primi giorni, trionfali, del viaggio del Papa in Spagna è un altro: “restate umani”. Ed è un vero, accorato appello contro la disumanizzazione che si estende apparentemente senza freni nel mondo contemporaneo, un autentico virus di portata planetaria.

E’ del tutto evidente come Leone XIV la consideri una vera e propria emergenza, che si manifesta in tante forme: ad esempio nelle continue stragi di civili perpetrate nelle guerre in corso, in cui l’altro, il “nemico”, per quanto inerme, per quanto anziano o bambino, va “eliminato”, o comunque la sua morte è solo un “danno collaterale”, non essendo più considerato alla stregua di un essere umano. E oltre a bombardare senza tanti problemi quartieri abitati e palazzi pieni di famiglie, si arriva persino a sparare, lo vediamo, a neonati di sette mesi in braccio alla madre.

Oppure in come si guarda ai migranti, che magari possono affogare in mare nell’indifferenza più totale, o anche essere bruciati vivi in un’auto, solo perché si azzardano a chiedere condizioni più “umane” nel lavoro di braccianti nei campi. Gli esempi in cui oggi la dignità e la vita degli esseri umani viene travolta sono innumerevoli, come anche tanti crimini quotidiani, ma la costante, frutto avvelenato e perverso dell’individualismo imperante, è una sola: la “disumanizzazione” dell’altro.

E i continui richiami del Pontefice a “restare umani” trovano proprio nell’idea di “alzare lo sguardo” il ritorno a una presa di contatto con quella che dev’essere la propria essenza, e che non può che concretizzarsi nei princìpi di fraternità e carità. L’abbraccio che al Pontefice americano ha riservato la Spagna – Paese cattolico ma anche molto secolarizzato e diviso, che attendeva il ritorno di un Papa da Benedetto XVI nel 2011 alla Gmg di Madrid, mentre nel 2010 Ratzinger era stato anche a Santiago de Compostela e Barcellona – è stato persino sorprendente, nelle dimostrazioni di affetto così come nei numeri in questi giorni nella capitale: il mezzo milione di giovani alla veglia di preghiera in Plaza de Lima, il milione e mezzo di fedeli alla messa del Corpus Domini in Plaza de Cibeles, o, su un altro versante, gli otto minuti di standing ovation alla fine del discorso alle Cortes, primo Papa a parlare al Parlamento spagnolo.

E insieme al risalto dato ai temi della spiritualità e della morale cattolica, insieme ai diversi appelli all'”unità”, l’accento sul “restare umani” è stato sempre la vera costante. Già nel discorso alle autorità del Paese nel Palazzo reale, Leone XIV ha sottolineato che “non la cultura dello scontro, ma quella dell’incontro genera stabilità e prosperità”, mentre “la tentazione di guadagnare popolarità soffiando sul fuoco delle polarizzazioni sembra crescere, invece di diminuire; la dignità umana non cessa di essere violata”. Quindi l’invito a “rifuggire quegli approcci identitari che sembrano rendere tutto chiaro, ma popolano il mondo di fantasmi e di nemici”.

“Voglio affidare a tutti voi una  missione: essere umani. Sì, siate umani! Uomini e donne in carne e ossa. Non apparenze, ma volti affidabili”, ha invece detto Prevost ai giovani nella veglia: “persone che cercano la giustizia perché ne hanno fame, come del pane quotidiano. Persone che desiderano una vita onesta e retta, perché fanno volentieri agli altri quel che vorrebbero che gli altri facessero a loro”. “Siate umani come lo è Cristo, l’uomo perfetto (…). Siate missionari del Vangelo davanti alle povertà materiali e spirituali del nostro tempo, ben sapendo che la nostra fede è uno stile di vita, che si compie nella carità. È questa, carissimi giovani, la virtù che più di tutte cambia la storia. Voi potete cambiare la storia! Fatelo con amore!”, ha aggiunto.

Nella messa del Corpus Domini il Papa ha parlato di un Gesù che “cammina per le strade, attraversa le piazze, visita i nostri quartieri, abita i luoghi della nostra vita quotidiana, come il Dio vicino che cammina con il suo popolo, come il Signore della storia, consolazione dei deboli, luce per le famiglia, speranza per i più fragili, pace per chi soffre. Il Cristo che passa per le strade nell’ostensorio è lo stesso che si identifica con i poveri, i malati, i soli e gli scartati”. Quindi “non si tratta solo di portare fuori un ostensorio, quanto di lasciarci noi stessi portare fuori dall’egoismo, dall’indifferenza, da una fede comoda e privata, per rispondere al suo invito alla conversione, a cambiare sguardo, accogliendo la sua presenza che ci cambia e ci rende costruttori di un mondo nuovo”.

E la “consegna per la Spagna di oggi e di domani” è stata che “la religiosità che da secoli anima questo Paese non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi. Una scuola che ci insegna a inginocchiarci davanti a Dio e davanti al prossimo, perché nessuno può inginocchiarsi al Signore e disprezzare il fratello; una scuola che ci insegna la gratuità dell’amore che si fa dono, perché circoli tra di noi e spezzi le catene di ogni egoismo”.

Nel suo discorso in Parlamento, davanti anche al premier Pedro Sànchez, il Papa ha ricondotto il pensiero alla Scuola di Salamanca e alla sua riflessione morale e giuridica, poiché “in quella sede universitaria, cinquecento anni fa, quando si aprivano nuovi mondi e immense possibilità nelle relazioni tra i popoli”, alcuni maestri “introdussero nel discernimento storico la domanda sul valore irriducibile di ogni essere umano e sui limiti morali del potere”. La loro riflessione “ha contribuito a formare una coscienza giuridica e morale capace di ricordare che l’autorità comporta sempre una responsabilità e che ogni essere umano dev’essere riconosciuto come soggetto di diritti e doveri”. E “quell’anelito continua a risuonare anche oggi: che la dignità, la giustizia e il bene comune siano la misura delle relazioni sociali, a livello sia nazionale sia internazionale”.

Tale contributo, secondo papa Leone, “è entrato a far parte di una coscienza più ampia, condivisa dalla comunità internazionale, che continua a chiedersi come costruire la pace sul riconoscimento della persona e non sull’imposizione della forza”. E “quell’eredità vive anche in queste Cortes, ogni volta che il legislatore si chiede come far sì che il possibile sia giusto, che il legale sia veramente umano”. “Ogni società veramente giusta si fonda sul riconoscimento della dignità inviolabile della persona umana”, ha affermato il Pontefice: tale dignità “appartiene a ogni essere umano per il fatto stesso di esistere, e per questo deve orientare ogni ordinamento giuridico positivo”. E sotto tale punto di vista, “il bene comune è, in un certo senso, ‘la forma sociale della dignità umana’”.

Anche “la situazione dei migranti e dei rifugiati richiede una risposta che metta al centro le persone, affronti le cause che le costringono a partire e vada oltre la semplice gestione di flussi”, ha detto il Pontefice, in attesa comunque di dedicare alla questione migratoria, nei due giorni alle Isole Canarie, la tappa finale di questo suo viaggio in Spagna che oggi prevede il trasferimento a Barcellona.

Ma le parole rivelatrici sul rapporto tra l'”alzare lo sguardo” e il “restare umani” sono state pronunciate da Leone durante la visita agli assistiti e operatori del Progetto sociale “Cedia 24 Horas”. Le parole di Gesù ai suoi discepoli, “alzate i vostri occhi”, scelte come motto del viaggio, “ci ricordano che la carità non permette ritardi”, “e questa è la nostra responsabilità di fronte a chi ha bisogno: una responsabilità che consacra ogni incontro con l’altro come un kairos, un momento di grazia unico e irripetibile per amare, da non perdere e da non rimandare. L’amore di Cristo ci spinge verso e i fratelli e la carità e la sollecitudine con cui rispondiamo ai suoi impulsi sono la verifica della nostra fede”.

Le parole di Gesù “sono, poi, anche un invito a coltivare un cuore sensibile di fronte ai bisogni degli altri tenendo vivo in noi il desiderio del bene che Dio ha posto nella nostra stessa umanità e che la fede libera e rafforza”, ha aggiunto. Infine, “l’invito del Signore è anche una chiamata a guardare negli occhi chi soffre e a fare dell’aiuto prima di tutto un incontro di fratelli uniti nell’unico abbraccio del Padre”. Restare umani, quindi, e come tali, fratelli: il vero, grande antidoto contro ogni scontro, disprezzo e disumanizzazione.

[Foto: Vatican Media]