
L’ANALISI / Quando un Papa che parla di pace diventa il benvenuto anche in un’Università laica

Sembra passato un secolo dall”incidente’ che fece rinunciare a Benedetto XVI di intervenire alla Sapienza. Ma in realtà, in mezzo c’è stato solo il pontificato di papa Francesco, che ha reso il papato un’istituzione amata anche dai non credenti. E nel suo impegno costante per la pace, anche Leone XIV non appare più come il capo di una Chiesa arroccata sui dogmatismi e sui “valori non negoziabili”: difesa della vita sì, ma di tutti, anche e soprattutto di quella “dei popoli che invocano pace e giustizia”.
CITTA’ DEL VATICANO, 15 MAG – Era solo il gennaio 2008, ma sembra passato un secolo. Alla luce della festosa visita di Leone XIV ieri all’Università La Sapienza di Roma, grande appare la distanza dall”incidente’ – in realtà finora mai sanato – in cui 18 anni or sono si consumò la rinuncia di Benedetto XVI di intervenire all’apertura dell’Anno accademico dell’Ateneo romano, a cui era stato romano.
Diversi sono i tempi, oggi forse meno ideologizzati in senso anti-clericale e anti-papale. Diversi sono i personaggi: non più l’arcigno teologo custode dell’ortodossia cattolica, l’ex ‘panzerkardinal’, guida di una Chiesa arroccata sui dogmatismi e i “valori non negoziabili”, bensì un bonario pastore di radice agostiniana, non certo digiuno a sua volta di finezze teologiche, ma a cui la cosa che più sta a cuore è mediare, sfuggire alle polarizzazioni in un senso o nell’altro, favorire l’unità.
E diverse sono anche le circostanze: non un’inaugurazione solenne dell’Anno accademico, in cui evidentemente l’impronta papale poteva essere mal tollerata almeno in una parte del corpo docente e dello studentato, niente ‘lectio magistralis’, ma una semplice “visita pastorale”, come ieri papa Leone ha tenuto subito a precisare, a scanso di equivoci sul coté scientifico e accademico.
Lo sottolinea, parlando a Famiglia Cristiana, anche uno dei firmatari della lettera dei 60 professori contrari nel 2008 alla presenza di papa Ratzinger alla Sapienza, il fisico Giorgio Parisi, nel frattempo diventato Premio Nobel. Tra i due Papi “certamente c’è una diversità – osserva -, ma la cosa più importante, secondo me, è proprio il contesto differente. Questa è stata una visita pastorale. Allora fu diverso. Come non si invita il Presidente della Repubblica ad aprire l’Anno Santo, così non si invita un Papa ad aprire un anno accademico. In ogni caso, sono contento di tutto quello che questo Papa sta facendo”.
E il risultato ieri è stato sotto gli occhi di tutti: nessuna protesta neanche a cercarla, una calorosa accoglienza da parte degli studenti (anche se non di massa) e dei docenti, l’incontro toccante in cappella di papa Leone con gli studenti appena giunti da Gaza, la standing ovation e gli applausi a scena aperta nell’Aula Magna al discorso del Pontefice, che ha lasciato il segno per la sua sonora denuncia del “mondo storpiato dalle guerre e dalle parole di guerra” che stiamo lasciando ai giovani, dell'”enorme crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa”, del riarmo che guai a chiamarlo “difesa”, laddove “aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune”. Fino addirittura al richiamo a un'”alleanza” in cui essere tutti e insieme “costruttori di pace”. Argomenti che non potevano non fare breccia nelle menti e nelle sensibilità dei presenti.
Papa Leone è apparso come non mai l’erede del suo predecessore Francesco, ed è qui la principale chiave della differenza da quanto accaduto in passato: è stato il pontificato di Bergoglio, infatti, a rendere il papato un’istituzione amata anche dai non credenti. E ieri erano tanti i non credenti che hanno applaudito il Papa, in una visita che ha voluto mantenere accuratamente un carattere “laico”, senza alcun cedimento, neanche lontano, al confessionalismo (benché si fosse in un’Università, oggi sì di stampo laico, ma fondata da un Papa, Bonifacio VIII, nel 1303). E senza, soprattutto, nessuna grancassa da revanscismo cattolico.
Un aspetto apprezzato anche dallo storico della Chiesa Alberto Melloni, che si è meravigliato di chi nel mondo cattolico avrebbe voluto più squilli di trombe, più tam tam fra i giovani, più manifesti, più campagne online a sostegno della visita. “Come se ci fosse una nostalgia geddiana o una nostalgia dei papaboys – ha scritto Melloni sui social -. Io vedo le cose in modo diverso. Leone XIV sta tornando a frequentare la sua diocesi e questa università era un luogo difficile per l’ostracismo inflitto al Papa e al prof. Ratzinger in un gesto di luddismo reputazionale del 2008, mai sanato fino ad oggi. E la rettrice Antonella Polimeni ha fatto un grande regalo al Papa e all’Italia voltando pagina. Un maggior chiasso papaboy per di più confessionale mentre Prevost cercava di attingere ad un altro registro non mi sembra troppo desiderabile”.
Siamo comunque ad anni luce, ormai, e sono definitivamente alle spalle le polemiche che nel gennaio 2008 spinsero Benedetto XVI a rinunciare al suo intervento alla Sapienza, a causa delle proteste e delle contrarietà manifestate in una lettera ad uso interno indirizzata all’allora rettore e firmata da 67 docenti (su circa 4 500) dell’Università. Lettera sottoscritta successivamente da altri 700 tra professori e scienziati, italiani e non.
All’origine del dissenso, esplicitato nella lettera, sia il discorso di papa Ratzinger nel 2006 all’Università di Ratisbona (il docente Marcello Cini sostenne che il Pontefice appoggiava la teoria del “disegno intelligente”, e criticò in particolar modo la scelta del rettore della Sapienza di non aver discusso l’invito con il Senato accademico), sia il suo precedente intervento da cardinale, nel 1990, proprio alla Sapienza, quando le sue parole avevano sollevato forti polemiche nel mondo scientifico, in particolare per la citazione del filosofo della scienza Paul Feyerabend al quale era parso venisse attribuito un giudizio positivo dell’operato della Chiesa nel processo a Galileo. Da qui, il giudizio che Joseph Ratzinger non fosse una personalità adatta dal punto di vista scientifico a inaugurare l’anno accademico dell’università, mentre proteste ci furono anche da parte di frange studentesche.
Tutto questo fa quindi parte del passato. Ma se vogliamo, a margine di quest’ultima visita del Papa, di controversia ce n’è stata un’altra, benché di tutt’altro tipo, che potrebbe – magari semplicemente per ragioni di spazi – configurare una sorta di ‘ostracismo’ al contrario, rivolto verso una parte dei docenti. A sollevarla la professoressa Donatella Di Cesare, nota filosofa, editorialista e saggista, ordinaria di Filosofia teoretica alla Sapienza.
“Dopo decenni di insegnamento in questa università, di cui porto il nome ovunque, non sono mai stata invitata a un’inaugurazione di anno accademico né a eventi ufficiali dell’Ateneo. Anche oggi, malgrado una richiesta esplicita, non mi è consentito essere presente”, ha scritto ieri sui social. “E’ una scelta emblematica che non colpisce solo me – ha proseguito Di Cesare -. Negli anni molti colleghi hanno sperimentato la progressiva trasformazione dell’università in uno spazio gerarchico sempre più ristretto, rappresentato quasi esclusivamente dalla ‘governance’ e da pochi selezionati”.
“La comunità universitaria – docenti, studiosi, persone che hanno dedicato la vita all’ateneo – viene sempre meno riconosciuta nei momenti pubblici e simbolici. Lo scrivo senza spirito polemico, ma con amarezza. Perché un’università dovrebbe essere innanzitutto una comunità aperta e democratica”, ha concluso.
[Foto: Vatican Media]



