Le feste degli "altri" possono farci incontrare? Il caso Pioltello

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Il prossimo 10 aprile un istituto scolastico di Pioltello, nel Milanese, resterà chiuso in occasione di Eid al-fitr, festa che conclude il mese sacro del Ramadan. La decisione è stata motivata dalla prevista assenza degli studenti di fede islamica, che superano il 40% degli iscritti. Suscitando polemiche. In Italia i musulmani sono una presenza in costante crescita che sfiora i 3 milioni. Le feste di altre tradizioni religiose possono diventare occasione d’incontro, oltre che di scontro? Sull'argomento, Paolo Pegoraro ha intervistato per la rivista Credere Ambrogio Bongiovanni, presidente della Fondazione MAGIS ((Movimento e Azione dei Gesuiti Insieme per lo Sviluppo – E.T.S.), Opera missionaria della Provincia Euro-Mediterranea dei Gesuiti. Bongiovanni è anche direttore del Centro Studi Interreligiosi della Pontificia Università Gregoriana, e autore del libro 'La croce e l'islam'.

Le scuole sono la fucina del futuro. Cosa ci dice il caso di Pioltello?

«È un caso pilota che deve essere preso sul serio e farci riflettere. Ci mostra che aumenta non solo la presenza di pluralità religiosa e culturale, ma pure una nuova sensibilità. Il fatto che una scuola arrivi a decidere di rispettare il momento di festa centrale dell’altro è molto positivo».

Episodi del genere sono destinati a crescere?

«In un contesto di crescente pluralità bisogna porsi non solo la questione degli spazi di espressione e di libertà, ma della stessa modulazione della vita. Abbiamo la lezione di altri Paesi che prevedono le feste delle religioni di minoranza, oltre che della maggioranza. Tanto più che alcune delle nostre feste religiose – penso ad esempio al Natale – sono diventate feste civili. Non dare l’opportunità di esprimere la propria gioia alle comunità significa continuare a rinchiuderle nei loro spazi privati. Per generare integrazione non basta la tolleranza, occorre andare incontro all’altro».

Durante il Ramadan ci sono state polemiche in un Comune vicino Gorizia che non avrebbe concesso luoghi per la preghiera. Non è un diritto garantito dalla Costituzione?

«L’articolo 8 ci ricorda la parità, dignità e libertà di tutte religioni davanti alla legge. Gli articoli 17-21 affrontano il diritto d’espressione e di riunirsi. L’articolo 19, in particolare, ricorda il diritto di professare liberamente la propria religione “in qualsiasi forma”, di farne propaganda e di “esercitarne in privato o in pubblico il culto”, se non contrasta col buon costume. Al di là dell’accordo speciale tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica, e indipendentemente dal fatto che il cattolicesimo sia ancora o meno la religione di maggioranza, la nostra cultura costituzionale lascia spazi all’altro. Bisogna quindi trovare il modo per concedere spazi regolamentati, secondo i criteri di legge, che però non possono contraddire il dettato costituzionale».

Cosa scatena l’allarme di quanti gridano all’attacco all’identità e ai valori del Paese?

«La paura di fronte a ciò che sfugge al nostro orizzonte di controllo immediato è parte dell’istinto di sopravvivenza a un cambiamento. In un primo momento è normale… si prende la misura dell’altro, si cerca di capirlo. Quando però la paura diventa patologica, si trasforma in blocco. Ed è pure un’illusione: certi processi non si fermano solo perché ci spaventano! Dobbiamo semmai attivare la virtù chiamata “prudenza”, che significa non essere ingenui, cercare di capire le difficoltà e gli ostacoli che possono sorgere, ma sempre guardando in avanti, progredendo nel percorso, senza mai indietreggiare o chiuderci. L’antidoto è l’educazione, la formazione, la conoscenza e l’esperienza dell'altro. Quale posto migliore della scuola?».

Colpisce che a esprimere queste paure non siano rappresentanti dell’istituzione religiosa (la diocesi di Milano si è detta favorevole all’iniziativa della scuola di Pioltello), ma dello Stato laico, attraverso ministri e politici. Qual è la posizione della Chiesa?

«Sebbene in passato vi siano state chiusure identitarie, oggi la posizione della Chiesa è ben oltre. Il percorso che va dalla dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa del concilio Vaticano II (1965) fino al Documento sulla fratellanza umana firmato insieme al grande imam di Al-Azhar (2019) è chiaro. L’identità cristiana non può accontentarsi di essere solo un’identità culturale. È un’identità spirituale fondata sull’insegnamento del Cristo, il cui Regno “non è di questo mondo”».

Qualcuno le direbbe che è un atteggiamento suicida che condanna i cristiani all’estinzione...

«La stessa morte di Gesù è stata vista come una cosa vergognosa, scandalo e stoltezza. Ma ha la sapienza di Dio, perché è proiettata verso qualcosa di più grande».

Lei ha lavorato a lungo in Paesi dove i cristiani sono minoranza. Non teme accada anche qui?

«Guardando al cristianesimo di minoranza che ho visitato negli ultimi anni - in particolare l’Asia meridionale - credo che i cristiani, anche quando discriminati e perseguitati, rappresentino sempre un punto di riferimento. I valori che ne animano le istituzioni sociali, educative e sanitarie hanno sempre un significato per qualcuno. La nostra presenza è esperienza che nella debolezza - umana, contestuale, fisica, di mezzi - abbiamo qualcosa da dire e da dare al mondo».

(Questo articolo di Paolo Pegoraro è stato pubblicato sulla rivista Credere: Photo Credits: Chiesa di Milano/Agenzia Fotogramma)