
L’eredità di Francesco: Spadaro, “un ospedale da campo in prima linea nella guerra mondiale combattuta a pezzi”

Il grande e prezioso lascito morale del Pontefice scomparso un anno fa quanto mai attuale per il mondo di oggi, per la Chiesa e per papa Leone XIV. Padre Spadaro, gesuita, sottosegretario al Dicastero per la Cultura e l’Educazione, ex direttore di Civiltà Cattolica, persona tra le più vicine a papa Bergoglio, ne parla nella sua rubrica Vatican Diary per l’agenzia cattolica asiatica Uca News.
Di p. Antonio Spadaro, SJ, da UcaNews
Papa Francesco, scomparso un anno fa, viene ricordato per due sue intuizioni: la Chiesa come “ospedale da campo” e la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”.
Un anno fa, il lunedì di Pasqua, papa Francesco ha lasciato questo mondo. Ed è proprio in questi giorni che l’attacco di Donald Trump a Leone XIV ha offerto al mondo un’immagine nitida: un presidente che, incapace di contenere una voce morale, la insulta sui social media, arrivando persino a presentarsi come un messia dispensatore di guarigioni.
Definire il Papa “debole” per aver invocato la pace significa ammettere che la grammatica del potere non sa più cosa fare del Vangelo, se non piegarlo astutamente al proprio servizio, distorcendolo per adattarlo.
Ed è proprio su questo campo di battaglia – politico, mediatico, spirituale – che risuonano due delle intuizioni di Francesco: la Chiesa come “ospedale da campo” e la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. Insieme, rappresentano una diagnosi della nostra epoca e una cura proposta, e in questo momento cruciale vanno considerate nello stesso respiro.
L’immagine dell’ospedale da campo nacque nell’agosto del 2013, quando lo intervistai per La Civiltà Cattolica. Alla domanda su cosa servisse di più alla Chiesa, rispose: “La vedo come un ospedale da campo dopo una battaglia. Le ferite vanno curate”.
Fu una diagnosi drammatica: uomini e donne moderni feriti da un’economia dell’esclusione, dalla minaccia alla nostra casa comune e da una solitudine decisamente digitale. La Chiesa doveva abbandonare la pretesa di essere una fortezza dogmatica e diventare una tenda mobile, pronta a infangarsi nel fango della storia.
L’altra intuizione profetica – la “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”, pronunciata nell’agosto del 2014 durante il volo di ritorno dalla Corea – si è rivelata tragicamente azzeccata. Il 2025 ha visto il più alto numero di conflitti armati dalla Seconda Guerra Mondiale; La tendenza non si è invertita nel 2026. Il diritto internazionale è sotto assedio.
I pezzi della guerra si stanno saldando insieme, avvertiva Francesco prima di morire. La guerra frammentaria è la diagnosi; l’ospedale da campo è la cura. Se il mondo è un campo di battaglia, la risposta non è ritirarsi in sacrestia, ma uscire, piantare una tenda dove si combatte, curare i feriti senza chiedere prima i documenti e accogliere tutti, tutti, tutti. Questo legame ha un nome: fraternità. Non un vago sentimento, ma una categoria politica radicale in cui l’altro è riconosciuto come fratello, sempre e senza riserve.
L’eredità di Francesco è fatta anche del suo corpo trasformato in messaggio: il silenzio ad Auschwitz, l’altare di Ciudad Juárez, a ottanta metri dal muro, i piedi dei politici del Sud Sudan baciati in Vaticano.
Per lui, il tatto era il più religioso dei sensi. Il mondo del 2026, sconvolto da signori della guerra che pensano al riarmo piuttosto che alla fame, ha bisogno di quella santa follia, ora incarnata nel coraggio di Leone.
[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto d’archivio]


