L’EVENTO / Clima e conflitti: la “giustizia” per dare una tregua al pianeta

Condividi l'articolo sui canali social

Mastrojeni, “non è lo sviluppo che crea il degrado ambientale, ma lo sviluppo ingiusto”. La Pacem in Terris, sorella gemella della Laudato si’, e le “strutture di pace” ancora faro contro l’auto-distruzione e per un futuro sostenibile. L’incontro “Geostrategia del collasso climatico” organizzato a Roma da Hòros Aps e da Tra Cielo e Terra.

ROMA – “In pratica il vero problema che porta il clima è che un sistema in equilibrio, e che quindi presentava delle regolarità su cui organizzare la nostra società, su cui organizzare la nostra produzione – ed è ancora vero, non è che adesso con la tecnologia possiamo farne a meno -, e delle regolarità che consentivano alla biodiversità di funzionare come un sistema interconnesso e simbiotico, stanno saltando molto rapidamente. Quindi il vero danno del cambiamento climatico è il caos”. L’imprevedibilità dei fenomeni climatici, la “randomizzazione” degli eventi, che rende non più programmabili procedure millenarie come ad esempio quelle agricole e non solo, è il vero spettro che ci attende per il futuro.

“Sì, certo, le alluvioni che ci fanno fuori i ponti o le ondate di calore che mettono in pericolo le vite dei nostri anziani sono cose gravissime, ma il vero problema è che ci salta tutta la regola, tutta la strutturazione, tutta la prevedibilità del nostro sistema”, ha ben chiarito il professor Grammenos Mastrojeni *, diplomatico di carriera ed esperto di cambiamenti climatici di fama internazionale, docente di Geostrategia e Ambiente in vari Atenei, nell’incontro “Geostrategia del collasso climatico: i rischi del caos ambientale su povertà, migrazioni forzate e conflitti”, organizzato lunedì 11 maggio nella Sala dell’Assunta della Chiesa del Gesù, a Roma, dall’associazione Hòros Aps e dal sito Tracieloeterra.blog, nell’ambito del Festival dello Sviluppo sostenibile. A dialogare con Mastrojeni, i giornalisti Fausto Gasparroni e Antonella Palermo.

E questo caos ambientale prossimo venturo è anche alla base di fenomeni di vasta scala, come l’inabitabilità di ampie aree del pianeta, la mancanza di risorse per le popolazioni, le migrazioni forzate, il dilagare dei conflitti all’interno delle nazioni e tra nazioni diverse, per il controllo, appunto, delle risorse.

Secondo quanto rilevato da un rapporto commissionato dai Paesi del G7 all’istituto tedesco Adelphi, sono stati ben 111, a partire dal dopoguerra, i conflitti determinati da fattori di natura ambientale. Di questi, 79 sono attualmente in corso e 19 di essi sono classificati come conflitti di alta intensità (livello 4 in una scala da 1 a 4). Un esempio per tutti? L’ultradecennale guerra in Siria esplose sì come repressione alla “primavera araba”, ma secondo recenti rapporti è stata proprio la grave siccità nel Paese un fattore determinante nella rivolta iniziata nel 2011.

Ampia e approfondita, nutrita di esempi concreti e di dati, la trattazione di Mastrojeni su cosa sia davvero il cambiamento climatico, che si auto-alimenta e auto-accelera a dismisura, sulla perdita di un equilibrio che si trasforma in caos, sull’impennata di estinzioni delle specie, nonché della fame e delle migrazioni, sul rapporto con i conflitti in vaste regioni del pianeta, su “un ordine mondiale da non sotterrare”. Ma anche su “come venirne fuori” in campo geo-strategico, laddove l’approccio classico, “si vis pacem, para bellum”, cioè quello dell'”equilibrio di potenza”, inasprisce e accelera a sua volta il caos, senza vinti né vincitori, e gestisce il conflitto, non le cause, ma facendolo le moltiplica.

“Dobbiamo ripianificare la nostra strategia rispetto a questa nuova normalità e nessuno veramente si rende conto che in realtà noi siamo appena all’inizio dell’accelerazione di un ciclo che rende tutto più imprevedibile e più caotico – spiega il relatore -. E ancor meno ci si rende conto del fatto che la risposta conflittuale a questi cambiamenti questo ciclo lo accelera ancora di più, in un panorama in cui, per quanto si sia dei geni nella geostrategia, è impossibile pianificare di diventare vincitori perché tante saranno le reazioni e correlazioni interne al sistema che diventano ingestibili, non pianificabili”.

La ricetta sul “come uscirne”, su come trovare una “tregua universale” per il Pianeta suggerita da Mastrojeni è in qualche modo inaspettata, e prende le mosse da un documento a dir poco profetico come l’enciclica ‘Pacem in terris’ di Giovanni XXIII, che a più di 60 anni di distanza riesce a tracciare ancora le vie per il nostro futuro. La risposta alla “policrisi” e alle sue cause – che generano tensioni all’interno degli Stati e tra gli Stati – sono infatti le “strutture di pace”: in sostanza la giustizia economica (contro le disparità di reddito), la giustizia sociale (contro la disparità socio-politica), la giustizia di genere (contro le ineguaglianze di genere), la giustizia intergenerazionale (contro la mancanza di futuro per i giovani), l’armonia ambientale (contro il degrado dell’ambiente). E per Mastrojeni è proprio l’ingiustizia la vera causa anche del degrado ambientale. “Non è lo sviluppo che causa il degrado ambientale, ma lo sviluppo ingiusto”, scandisce.

Ecco allora che “si vis pacem, para pacem”. Il relatore parla ad esempio delle Nazioni Unite, che “sono un paradosso perché hanno un unico obiettivo, cioè mantenere la pace. All’interno delle Nazioni Unite c’è un organismo, un organo che è specificatamente dedicato a mantenere la pace, che è il Consiglio di sicurezza. Al Consiglio di sicurezza lavorano fra 40 e 50 persone, però il sistema delle Nazioni Unite ha circa un po’ meno di 300 mila dipendenti. Allora tutti gli altri cosa fanno? Sono cugini dei dittatori che li hanno raccomandati? No, gli altri si occupano proprio dei fondamenti della pace: integrano nell’equazione della pace, del conflitto, quello che mancava, cioè la gente comune. E’ per questo che le Nazioni Unite, che sembra che abbiano perso la ragione se il loro obiettivo è la pace, ma perché si occupano di comunicazioni postali? Perché si occupano di salute? Perché si occupano di meteorologia? Perché si occupano addirittura di pesi e misure? Diritti dell’infanzia? Diritti dell’uomo? Perché si è capito che ciò che consolida la pace non è tanto il fatto che non nascano più dittatori folli, ma che la gente attorno a loro sia in condizioni di dignità sufficienti, di istruzione sufficiente, di tranquillità sufficiente, per non autorizzare i folli quando si affacciano sulla scena politica”.

Mastrojeni spiega che “abbiamo una ramificazione con le Nazioni Unite, io parlo anche di tutte le Ong, parlo della cooperazione allo sviluppo, che è stata una scelta pragmatica, ma a un certo punto è arrivata una maniera di sistematizzarla. Su questa scelta una riflessione l’abbiamo trovata in un’enciclica che abbiamo un po’ dimenticato la Pacem in terris, sorella gemella della Laudato sì, perché alla fine i criteri sono gli stessi. La Pacem in terris diceva che la pace è un attributo dell’uomo. la non belligeranza, cioè una nozione puramente negativa di pace, può essere un attributo dello Stato, ma la pace è un attributo dell’uomo, quindi bisogna puntare sull’uomo. Ora noi ci troviamo in questa fase in cui ci sono tutte le spinte ad abbandonare la nozione stessa di struttura di pace, nella sua elaborazione dell’enciclica, anche nella sua elaborazione molto pragmatica che ti dice che la cooperazione al sviluppo non è soltanto perché siamo buoni, ma anche perché ci aiuta a renderci tutti quanti più sicuri, a diminuire la criminalità e via dicendo”.

“E vi stiamo assistendo – prosegue – esattamente nel momento in cui l’accelerazione della risposta conflittuale, sposandosi con l’accelerazione di un degrado climatico, ci porta al ‘loop dei loop’, cioè quei cicli viziosi che iniziano a risuonare, ad accelerare nel sistema naturale: accelerano e vengono accelerati dai cicli viziosi che creiamo noi con le nostre risposte istintive, che vanno dai condizionatori ai conflitti passando per tante altre cose. Perché la nostra risposta istintiva che sembra una soluzione oggi, ma crea il problema o lo peggiora per il futuro, è molto diffusa. Vi dico, se aumenta il livello del mare la prima risposta è creare dei muraglioni di cemento, creare dei muraglioni di cemento significa emettere una sproposito di CO2, mentre nella loro saggezza di società tradizionali le Isole del Pacifico hanno detto ‘noi no, ci date i soldi per le mangrovie’. Ma non è la risposta istintiva quella per le mangrovie: la risposta istintiva è che se si estinguono le api noi dobbiamo fabbricare i droni impollinatori, invece di proteggere le api”.

Mastrojeni propone “un cambiamento di paradigma, ma anche di terminologia, per cui ormai parlare di cambiamenti climatici è qualcosa che è stato già superato, perché appunto parliamo di caos. Se andiamo a vedere il periodo attuale, sembra una collezione di problemi che casualmente tutti accelerano ma sono assolutamente slegati l’uno dall’altro: si fondono i ghiacciai e le mie prospettive di avere una pensione dignitosa si fonde allo stesso modo, una cosa sembra che non c’entra con l’altra, invece c’entrano. Questo significa che i vari fronti di questa ‘policrisi’ si giustificano vicendevolmente e si accelerano vicendevolmente. Però ci offre anche una grande speranza: ma non è che ci sarà una causa di tutto che mette in moto tutti questi rivoli, che poi si amplificano reciprocamente? E questa causa c’è, in realtà l’avevamo capito da tanto tempo, ed è l’ingiustizia. Se noi vediamo i vari aspetti dell’ingiustizia, sono la causa di tutti i problemi: la disparità di reddito porta a conflittualità da tutte le parti, la disparità sociopolitica sappiamo bene che cosa crea e via dicendo. Ma una cosa da sottolineare è che noi abbiamo una percezione che il degrado ambientale sia il prezzo dello sviluppo, che è una risposta disfunzionale e una gigantesca balla: quello che distrugge l’ecosistema non è lo sviluppo, lo sviluppo è perfettamente compatibile con l’ecosistema, non è compatibile l’ecosistema con lo sviluppo ingiusto”.

Secondo lo studioso, “se oggi noi abbiamo una crescita di possibilità che distrugge l’ecosistema è semplicemente perché ci siamo scelti un approccio che non coincide con il sistema naturale. E questo lo possiamo vedere con due spiegazioni che sembrano diverse ma sono faccia alla stessa medaglia. Il primo aspetto è che Madre Terra ha distribuito le risorse in maniera differenziata ma equa, nel senso che non abbiamo tutti le stesse cose ma abbiamo tutti grosso modo un potenziale equivalente: se non ho le mucche ho i cammelli, se non ho il sole ho il vento, ovviamente con qualche alternanza di generosità, però c’è una equa distribuzione differenziata delle risorse”.

“Il progresso che ci siamo scelti in buona fede, perché poi lo stiamo scoprendo adesso che abbiamo fatto un errore – osserva Mastrojeni -, punta invece alle economie di scala. E’ iniziato in agricoltura nel 1944 con l’agricoltura industriale, per esempio. L’agricoltura è un caso molto emblematico, che sì effettivamente ha, come dire, disinnescato degli scenari malthusiani, ha fatto aumentare la produttività nei brevi termini, ma nel lungo termine che cosa ha fatto? Ha determinato delle concentrazioni delle monoculture, su un mercato globale in cui bisogna concorrere al minor prezzo possibile, che devono negare la natura dei luoghi, prima cosa: e non è solo la profonda malvagità delle multinazionali quando noi improvvisamente diventiamo tutti folli per l’avocado, ma per fare tutti questi avocado noi dobbiamo andare a spianare dei terreni che erano invece fatti per una palma o qualcosa del genere”.

“Questo crea concentrazione di possibilità – continua lo scenario tratteggiato da Mastrojeni -: spiana la natura perché non rispetta le potenzialità dei luoghi, spiana la ricchezza della diversità, e così noi andiamo a perdere tantissima varietà, tantissima ricchezza, tantissima tradizione, tantissima cultura. Ma andiamo anche a perdere la giusta sovranità di ciascuno sui propri luoghi, la sovranità valorizzante. In pratica le stesse ragioni che ci portano alla guerra. L’ingiustizia, quella che ha sospinto la classe media tedesca a votare per Hitler, quella che ha portato i popoli della sponda sud del Mediterraneo a scatenare le primavere arabe – che non erano così politiche, erano moti per la fame legati al cambiamento climatico -, quindi tutto ciò che crea le cause del conflitto nella sfera umana è anche tutto ciò che distrugge l’ambiente. Uno sviluppo ben distribuito è perfettamente compatibile con l’ambiente. E anche questa percezione dei movimenti ambientalisti che ci sia un trade-off tra sviluppo e ambiente è assolutamente falsa. Voglio svilupparmi, diventare ricco, parolaccia, crescere addirittura, parolaccia per gli ambientalisti: la miglior garanzia che ho di farlo è tutelare la catena delle mie risorse, quindi proteggere lo sviluppo sostenibile, il cui perno è la giustizia”.

Quindi, secondo Mastrojeni, “noi abbiamo identificato qual è la vera misura strategica, ma c’è un problema: che noi la giustizia cerchiamo di crearla da quando esiste l’organizzazione umana, dalla rivoluzione di Spartaco lo schiavo, passando per le varie ideologie. Noi stiamo alla ricerca della giustizia e non ci siamo mai riusciti, perché? Perché quando si inizia a parlare di questo grande valore, iniziano le contrapposizioni dottrinali ideologiche, marxismo, liberismo, le teorie, eccetera. E chi deve guadagnare deve essere più forte. Tutte queste cose qui, in questa fase, non possiamo più permettercele, perché quello che abbiamo davanti non è che io oggi perdo la guerra e la vinci tu, e poi però domani, dopo un po’ di tempo, mi rimetto in sesto e ti faccio di nuovo la guerra io e vinco io: che già era un’atrocità senza senso, ma quello che stiamo creando è un caos così ingestibile, un’accelerazione per motori umani e naturali della distruzione del contesto da cui dipendiamo. E non voglio essere catastrofista, perché queste cose le diciamo perché possiamo rimediare, però se non facciamo niente è veramente apocalittica. E soprattutto se neanche ne parliamo”. Cosa che purtroppo avviene oggi, dato che di queste catastrofi incombenti nessuno ne parla.

“E’ che noi oscilliamo fra ciò che sarebbe, in astratto buonsenso, la cosa giusta da fare, e ciò che è realistico fare – spiega ancora Mastrojeni -. Se noi facciamo un passo indietro, e per ipotesi ci considerassimo veramente degli esseri razionali, la cosa da fare è evidente: se noi guardassimo una casa che brucia con dentro gli abitanti che da circa cinque anni litigano per chi si fa prima la doccia, che continuano a litigare per la doccia mentre la casa brucia, concluderemo che sono dei deficienti, no? Siamo d’accordo? Beh, facciamo un passo indietro e guardiamo il nostro pianeta: noi stiamo facendo esattamente questo. Allora la risposta più banale, evidente, per la quale ci guadagnerebbero tutti è: ragazzi, stiamo a un passo dal collasso, una tregua universale per il pianeta non vogliamo farla per noi stessi? almeno facciamola per casa nostra. no? Se crolla, crolla sulla testa di tutti”.

Per lo studioso, “non riusciremo mai a mettere tutti d’accordo sul fatto che dobbiamo fare una tregua universale, non riusciremo mai a mettere tutti d’accordo su che cos’è la giustizia nell’economia, e via dicendo. Ma se noi semplicemente ci rendessimo conto che iniziare è una buona scuola per tutti, che significa mettere tutti quanti se non altro nelle condizioni di comprendere che quando entrano in questo loop (uso il condizionatore perché fa più caldo, o mi metto in guerra perché fa più caldo), se ho gli strumenti per comprendere che mi sto facendo del male forse non lo faccio e cerco una soluzione diversa”.

L’altra cosa “è accelerare sulle azioni ripristino nella natura: noi stiamo distruggendo la natura, la biodiversità, abbiamo visto. La nostra tentazione è di surrogare tutto quello che distruggiamo con dei sostituti artificiali: le api spariscono, facciamo i droni impollinatori; il mare si alza, facciamo la diga. In realtà tutte queste misure sono costose, di solito meno efficienti che non semplicemente ridare una mano alla natura in tutti i servizi. Ma c’è qualcosa di molto più importante: che quando uno va verso la soluzione infrastrutturale di problemi così vasti non fa nient’altro che esacerbare la disparità. La diga è alla portata della multinazionale, invece piantare le mangrovie è alla portata delle comunità. Nell’area della desertificazione si possono recuperare i terreni: basta scavare delle pozzette di decantazione, fatte in un certo modo. Quando si fa, si riattiva la biodiversità, come conseguenza si riattiva la fertilità, e si ricomincia la produzione, con tantissime cascate di ottimi effetti”.

La terza cosa da fare, nel quadro delineato da Mastrojeni, “è scardinare questa polarità della ricchezza che ci siamo scelti, quella per cui qualcuno deve produrre milioni di tonnellate di pomodori di cui il 30% devono essere buttati via, violentando le caratteristiche della terra. Perché se la grande distribuzione mi porta in giro solo il grano di varietà ucraina, anche dove si fa il Sassicaia, piuttosto che quella meravigliosa pera che c’ha soltanto quel villaggio, devo spianare tutto e fare il grano ucraino. Noi in Italia ci abbiamo una bella spinta in questo senso, ma tanto per dire slow food, accelerare su queste tre cose diventa forse la misura geostrategica più, come dire, rapida, efficace e capace non tanto di gestire il conflitto, anche se fa anche quello, ma soprattutto di risolvere la questione. Fantascienza? Sì, è un po’ fantascienza, perché andare a parlare a chi si occupa di geostrategia, sicurezza e cose del genere, di piantare le mangrovie, ti prende un po’ per deficiente. Però non è fantascienza, perché tutte queste cose qui sono già state identificate come importanti. Su queste tre misure due sono state sposate, adottate, pompate dalla Fao. Una è sposata, adottata e pompata dall’Unesco e dall’Unicef”.

“E la mia conclusione è solo questa – aggiunge lo studioso -: ma davvero dobbiamo dichiarare la morte del vecchio ordine internazionale in questa fase? L’ordine internazionale che ci ha fatto capire che, se vogliamo la pace e non ci accontentiamo della non belligeranza, dobbiamo puntare sull’uomo, che la dignità dell’uomo è l’unica soluzione possibile ai cicli, ai feedback loop del permafrost. E’ inutile che andiamo a cercare tante cose sofisticate: l’unica maniera per risolverlo ce l’abbiamo nell’enciclica, ce l’abbiamo nell’idea di chi, anche con tutte le peggiori seconde intenzioni, ha tirato fuori una cosa come le Nazioni Unite. C’è soltanto un gruppo che può fermare la follia che sta emergendo adesso: noi”.

Allora, “paradossalmente la sfida climatica, noi possiamo affrontarla secondo il nostro istinto: il pozzo si è spostato lì, me lo devo riprendere, quindi vado a menare. E’ il nostro adattamento spontaneo. Oppure possiamo fare un ragionamento: se noi mettiamo insieme le nostre risorse, le nostre diversità, ci ritroviamo con gli strumenti migliori per affrontare questo cambiamento del clima, ma allo stesso tempo creiamo un’economia integrata. Cosa fa l’economia integrata? Ridistribuisce il reddito, e ridistribuendo il reddito riequilibra la demografia. Non è impossibile, non sono solo follie utopistiche degli idealisti, si sta provando. Però la politica non ci riesce. Bisogna che noi iniziamo ad esigerlo”.

* Grammenos Mastrojeni, già vicesegretario generale della sezione “Energy and Climate Action” presso il Segretariato dell’Unione per il Mediterraneo a Barcellona, è stato diplomatico per il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e coordinatore per l’ambiente della Cooperazione allo Sviluppo. Tra le sue pubblicazioni: Effetto serra effetto guerra, Vola Italia, Strutture di pace per il terzo millennio, Scambi interculturali: un’occasione per dare radici alla pace.

[Foto: Tra Cielo e Terra]