Liliana Segre, il Giorno della Memoria non è un regalo per gli “ebrei buoni”

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Il 30 gennaio 1944, oltre 600 cittadini ebrei, tra cui Liliana Segre e la sua famiglia, venivano trascinati dagli aguzzini nazifascisti nei sotterranei della Stazione Centrale di Milano. Lontano dagli sguardi della città, nel binario 21 – usato per i carri postali – donne, uomini, bambini e anziani furono spinti dentro una fila di vagoni-bestiame e deportati ad Auschwitz. Quasi tutti furono assassinati nel lager nazista.

“È difficile ancora una volta trovare le parole, perché quando mi trovo qui non sono la vecchia di adesso, ancora stranamente in vita, ma torno a essere quella ragazzina milanese abituata a partire in vacanza dalla stazione”, ha ricordato la senatrice a vita Liliana Segre al pubblico raccoltosi ieri al Memoriale della Shoah di Milano per commemorare l’ottantesimo anniversario della deportazione del 30 gennaio ’44.

Un’iniziativa – di cui riferisce Moked/Pagine Ebraiche – organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con il Memoriale, la Comunità ebraica di Milano e il Comune. Una celebrazione diversa dalle altre, come ha tenuto a sottolineare Segre, trovando le parole per denunciare le distorsioni della memoria della Shoah.

Distorsioni acuitesi dopo il 7 ottobre, con paragoni impossibili tra il genocidio compiuto dai nazifascisti e la reazione d’Israele alle stragi di Hamas. “Lo scorso 27 gennaio sono successe cose che mi hanno lasciato sgomenta, ma io non penso proprio di dover rispondere, di dovermi discolpare, in quanto ebrea, di quello che fa lo stato di Israele. Trovo sbagliato mescolare cose completamente diverse, come hanno fatto tanti che hanno pensato di mettere in discussione il 27 gennaio per quello che sta succedendo a Gaza”, ha denunciato Segre.

Per la senatrice le false equiparazioni storiche sono mosse “evidentemente da un un bisogno spasmodico di fare pari e patta con la Shoah, di togliere agli ebrei il ruolo di vittime per antonomasia, di liberarsi da un inconscio complesso di colpa”. Un comportamento autoassolutorio, prosegue Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, che fa emerge un doloroso “fallimento educativo” in oltre vent’anni di celebrazioni e iniziative attorno al 27 gennaio. “Sembra che qualcuno abbia scambiato il Giorno della Memoria per una specie di regalo fatto agli ebrei, da revocare se gli ebrei si comportano male. Ma allora siamo davanti ad una catastrofe culturale”.

Un’amarezza esplicitata più volte dalla senatrice e ribadita al New York Times. “Temo di aver vissuto invano: perché avrei sofferto per 30 anni a condividere fatti intimi della mia famiglia, del mio dolore, della mia disperazione? Per chi? Perché?“. Domande condivise nel corso del suo intervento al Memoriale dal rabbino capo di Milano, Alfonso Arbib, che ha denunciato il riemergere di pregiudizi antiebraici “che pensavamo confinati al passato”. Siamo tornati all’immagine dell’ebreo “vendicativo, crudele, assetato di sangue”. Un’immagine “devastante” che apparteneva “alla propaganda nazifascista”.

Un’immagine contro cui è necessaria una reazione. “Vorrei che la nostra preoccupazione, di noi ebrei, fosse condivisa da tutti. Vorrei che qualcuno reagisse in maniera veemente a chi, come alcuni intellettuali, esponenti religiosi, giornalisti, accusa ancora oggi gli ebrei di essere vendicativi”.

Dalla Comunità di Sant’Egidio sono arrivate rassicurazioni con l’impegno a combattere le diverse forme di antisemitismo e a contrastare le distorsioni della storia. “I paragoni con quanto accade in Medio Oriente sviliscono e svuotano la memoria della Shoah”, ha sottolineato Elisa Giunipero, responsabile delle Scuole della Pace di Sant’Egidio.

A replicare agli interrogativi di Segre sull’effetto della sua testimonianza è stato il presidente del Memoriale della Shoah, Roberto Jarach. “Siamo qui noi, non come memoria statica, ma con una azione quotidianamente dedicata alla memoria formativa e costruttiva”, ha affermato Jarach. “I 145 mila visitatori al Memoriale dell’anno scorso sono la testimonianza che il messaggio verrà trasmesso, i giovani non vengono in gita ma sono preparati, hanno un percorso formativo che porteranno con sé nella società del futuro”.

All’indomani della commemorazione, per la quinta volta il murales commissionato all’artista aleXsandro Palombo dal Memoriale della Shoah è stato nuovamente deturpato. Questa volta con la scritta “Palestina libera”.

(Fonte e Foto: Moked/Pagine Ebraiche)