L’INTERVISTA / Bongiovanni (Magis), “lotta a povertà e ingiustizie oggi in secondo piano, riarmo farà crescere emarginazione anche nei Paesi ricchi”

Condividi l'articolo sui canali social

Sull’attuale quadro internazionale, irto di conflitti che mettono pesantemente a rischio anche l’assistenza umanitaria alle popolazioni più povere e disagiate e la cooperazione al loro sviluppo, Tra Cielo e Terra ha sentito il parere del professor Ambrogio Bongiovanni, docente alla Pontificia Università Gregoriana, dove dirige il Centro Studi interreligiosi, e presidente della Fondazione MAGIS Ets, l’opera missionaria e di cooperazione internazionale della Provincia Euro-mediterranea dei Gesuiti, con decine di progetti seguiti nei vari continenti.

Prof. Bongiovanni, il mondo d’oggi è costellato di conflitti e tensioni, nuovi fronti di scontro armato si aprono in continuazione, mentre gli Stati a ogni latitudine si aprono alle spinte per un sempre più massiccio riarmo. In più vengono tagliati drasticamente i fondi per gli aiuti internazionali e le convenzioni per la cooperazione allo sviluppo. In questo drammatico contesto chi paga più le spese sono i poveri, i già emarginati, i diseredati. E’ così?

Certamente è così! Scoraggia vedere come negli ultimi anni si stiano calpestando tutti i valori etici sottesi nelle dichiarazioni ed impegni delle varie istituzioni internazionali costituite a partire dalla seconda guerra mondiale. Negli ultimi mesi si sta rischiando di smantellare quelle stesse istituzioni che vigilano sugli Stati e intervengono come organi di mediazione e giudizio ma che possiamo considerare anche come presidi di libertà e democrazia.

Per me comunque si tratta di una crisi sistemica globale che nasce da una profonda crisi etica delle società contemporanee. La cooperazione internazionale allo sviluppo dei popoli (non dimentichiamoci questa specificazione che sembra sempre più indebolirsi) è in profonda crisi in termini di investimento delle risorse e di contributi da erogare, di gran lunga lontani dall’obiettivo dello 0,7% del prodotto interno lordo di ciascun Paese, a fronte di un progressivo aumento di spese militari e ormai apertamente di riarmo e che tra l’altro graverà sul welfare dei cittadini dei Paesi più ricchi, come l’Italia.

Questi stessi Paesi vedranno crescere al loro interno situazioni di povertà e di emarginazione. Oltre alle tragedie delle permanenti situazioni di conflitto e di orrore (siamo passati dal terrore all’orrore) si aggiungeranno le tensioni provocate da situazioni di emarginazione. È necessario chiedersi come trattare a livello globale la terribile ed iniqua concentrazione della ricchezza nazionale ed internazionale nelle mani di pochissimi accompagnata da un conseguente potere e controllo sull’informazione. I poveri non sono persone “sfortunate” ma vittime di certi “sistemi” di sfruttamento, ingiustizia, discriminazione.

Opere come quelle della Fondazione MAGIS sono chiamate a rispondere continuamente a richieste di emergenza da varie parti del mondo e a fare appello alla sensibilità di benefattori e donatori. Nello stesso tempo, nonostante possa apparire una lotta impari, sentiamo la necessità ed il dovere come cittadini e come cristiani di denunciare gli squilibri e le forme di ingiustizia che le determinano e di continuare a proporre e costruire modelli alternativi di comunità e società con quella speranza che caratterizza l’impegno per i poveri, la giustizia e la pace.

In un quadro internazionale in fiamme, anche a livello di opinione pubblica l’attenzione verso i più poveri e la volontà di interventi sociali e umanitari vengono meno in modo sempre più evidente. E’ possibile arrestare o meglio ancora invertire questa tendenza?

Penso che in generale l’opinione pubblica sia consapevole degli sconvolgimenti mondiali, della crisi ambientale e migratoria, dei crimini contro interi popoli. Molte manifestazioni pubbliche, soprattutto quelle dei giovani, mostrano che esiste un movimento ed una sensibilità controcorrente agli egoismi. Ma spesso non si ascolta seriamente il dissenso, anzi… si tenta in tutti i modi di reprimerlo. Il problema è da una parte il tipo di informazione e la narrazione che si dà su tutto questo e dall’altra sia la mancanza di una leadership capace di farsi interprete dei bisogni delle persone specialmente dei più poveri, sia che parte della leadership attuale, pur avendo buone intenzioni, alla fine abdica di fronte al potere economico-finanziario e alla cosiddetta realpolitik. E ancora, assistiamo ad una crescente divisione, aggressività, settarismo di tutta la sfera pubblica.

L’opzione preferenziale per i poveri perseguita, vissuta e promossa dalla Chiesa, l’attenzione ai migranti, ai temi della pace, giustizia, salvaguardia del creato purtroppo non trovano poi di fatto un consenso ed un riscontro attivo e serio soprattutto nelle scelte politiche importanti anche dalle parti che amano identificarsi come di ispirazione cristiana. Il ruolo delle comunità ed organizzazioni cristiane, come la Fondazione MAGIS, qui è fondamentale perché attraverso l’impegno in vari ambiti testimoniano l’esperienza del Dio dei poveri attraverso la vita e le opere. Certo dovrebbe essere a mio parere più incisiva la denuncia delle strutture di peccato e di ingiustizia che generano discriminazione, povertà e morte. C’è bisogno di una vera e propria “conversione” personale e strutturale. Papa Francesco ha denunciato chiaramente le responsabilità dell’attuale sistema tecnocratico e mi pare che già dai primi passi Papa Leone stia seguendo quel cammino. Ma la questione della povertà è una responsabilità di tutti. È un cammino in salita e “rischioso”.

Il Giubileo appena trascorso aveva fatto dell’aiuto e della vicinanza ai più deboli, ai poveri, a chi è costretto a emigrare uno dei suoi leit-motiv anche a livello politico, con forti richiami contro le ingiustizie economiche, contro le disuguaglianze sociali, e anche in favore di forme di ‘riparazione’ come la remissione del debito. Cosa resta di tutto questo?

Da questo punto di vista, è stato a mio avviso un Giubileo in un tempo di grandi contraddizioni. Dicevo in una mia precedente intervista che ero preoccupato di dover assistere ad “un giubileo dei poveri e un giubileo dei ricchi”. Mi sembra che in parte sia stato così. Da una parte il giubileo ha riunito il popolo dei fedeli (tra cui anche persone di altre tradizioni religiose che sono venute a Roma per le varie iniziative giubilari) come segno di universalità – quasi simbolicamente in contrasto alle ideologie nazionaliste ed identitarie cui stiamo assistendo – che ha cercato di vivere un tempo di fede e di pellegrinaggio, di riflessione sulla propria fede come singoli e comunità ed una particolare affezione alla Chiesa soprattutto intorno a due Pontefici. Dall’altra, l’aumento delle tensioni internazionali, in primis la drammatica situazione a Gaza e la guerra russo-ucraina, con il rischio di una guerra mondiale su vasta scala. Per cui purtroppo quei temi centrali del giubileo – e di tutti i giubilei – sono passati quasi in secondo piano.

In particolare, il contesto europeo occidentale, che ha visto in passato il rimarcare da più parti le radici cristiane dell’Europa, le ha di fatto tradite ampiamente nel momento in cui ha scelto di seguire una cultura del riarmo (mascherata dallo spauracchio della “difesa” o della deterrenza), investendo enormi risorse per riempire gli arsenali per generare una nuova economia di guerra e dunque rinunciando ad altri strumenti di negoziazione o dialogo. I leader politici pur alternandosi nelle loro visite giubilari (o per gli eventi legati ai Pontefici) in Vaticano hanno di fatto ignorato gli appelli alla pace della Santa Sede. Durante il giubileo si è diluito il significato profondo e storico di questo evento… ma resta quell’indicazione e quel faro di speranza.

Come si può e si deve intervenire affinché chi ha bisogno non perda l’aiuto necessario e possa continuare a godere di progetti per lo sviluppo e per una vita migliore? Cosa possono fare le organizzazioni della cooperazione missionaria?

Come dicevo prima, bisogna essere più incisivi. C’è bisogno di coraggio. Non bisogna accontentarsi degli insufficienti aiuti o fondi governativi (che poi, non dimentichiamo appartengono ai cittadini) che potrebbe sembrare ci siano concessi quasi come un ‘contentino’ per portare avanti i vari progetti umanitari e disturbare il meno possibile. Ricordiamo il riferimento dello 0,7% di cui sopra. Anzi, bisogna accompagnare il lavoro nei progetti con un’azione di informazione, di formazione e di denuncia dell’ingiustizia promuovendo percorsi di sussidiarietà e di advocacy a diversi livelli, anche con le istituzioni preposte e aiutare il cambiamento. Si tratta di una responsabilità morale che deve avere delle conseguenze politiche con scelte concrete.

Anche i singoli possono contribuire in maniera determinante? E come?

Penso che la regola ecclesiale riproposta in questi ultimi anni sia in tre verbi ‘vedere-giudicare-agire’. A questi aggiungerei il verbo ‘ascoltare’: ascoltare il grido dei poveri e della terra, le preoccupazioni dei giovani del mondo che aspirano ad un mondo diverso e più sostenibile per camminare con tutti loro. Ciò si traduce nell’essere operatori di pace e giustizia, essere più attivi nei processi, sia come singoli che come comunità, cercando strade alternative, mantenendo un pensiero critico ma costruttivo.

[Foto: RomaSette, Fondazione MAGIS]