L’INTERVISTA / Wael Farouq, “insegnare arabo via per l’incontro e il dialogo, liberati da ogni conflitto”

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“Insegnare arabo in occidente significa offrire una via alternativa all’incontro e al dialogo interculturali, liberati da ogni conflitto, sia esso politico, economico o ideologico”. Così il professor Wael Farouq, docente di lingua e letteratura araba e direttore dell’Istituto di Cultura Araba dell’Università Cattolica di Milano, sintetizza il significato dell’attività sua personale e dell’Istituto che dirige: attività che tra l’altro gli è valsa in questi giorni l’assegnazione del Premio internazionale “Eccellenze del Mediterraneo” nella sede del Ministero della Cultura. Lo abbiamo intervistato. “L’incontro con l’altro – afferma – è l’unica cosa che permette di conoscere davvero se stessi”.

Professore, che cosa significa per lei essere premiato come “eccellenza del Mediterraneo” per il lavoro dell’Istituto di Cultura Araba di Milano, che dirige?

Essere premiato come “Eccellenza del Mediterraneo” è per me un onore profondo e un riconoscimento che va ben oltre la mia persona. È un premio all’accoglienza, all’amicizia e allo spazio che l’Università Cattolica ha sempre garantito, e continua a garantire, alla crescita culturale nel e per il mondo. Questo premio ha per me un valore unico anche perché è legato al Mediterraneo: un mare abitato da narrazioni che intrecciano culture diverse in un unico volto umano, in cui ciascuno può riconoscere se stesso e la propria identità. È un premio all’amicizia, all’affetto e alla collaborazione con persone straordinarie provenienti da quasi tutti i paesi del Mediterraneo.

Ci può descrivere in breve le attività che svolge l’Istituto di Cultura Araba?

Il punto di partenza di ogni attività dell’Istituto è la convinzione che la bellezza sia lo spazio privilegiato del dialogo, il miglior modo per abbattere stereotipi e pregiudizi. La bellezza, però, non si trova solo nell’arte, nella letteratura e nella religione, si trova soprattutto nelle persone. Per questo, il servizio principale dell’Istituto è riunire le persone per scoprire la bellezza della propria cultura e di quella altrui. In questa prospettiva, abbiamo realizzato numerose iniziative culturali, ma anche servizi nel settore del turismo, dell’educazione e persino in carcere, coinvolgendo pubblici di ogni età, dall’infanzia all’età adulta.

Pertanto, la missione dell’Istituto è rappresentare un punto di riferimento significativo per la cooperazione culturale tra il mondo arabo e l’Occidente, favorendo partenariati con istituzioni, reti e organizzazioni culturali, sia a livello locale che internazionale. Attraverso conferenze, workshop, festival e corsi di formazione, offre i propri servizi a istituzioni, studenti, accademici, professionisti, artisti, giornalisti e membri delle comunità locali, creando uno spazio vitale di incontro tra culture, come il cinema club, il reading club e il workshop di calligrafia araba, solo per fare alcuni esempi.

Che cosa significa e cosa comporta insegnare lingua e cultura araba in un Paese dell’Occidente?

Insegnare arabo in occidente significa offrire una via alternativa all’incontro e al dialogo interculturali, liberati da ogni conflitto, sia esso politico, economico o ideologico, perché parte dal desiderio dei giovani di conoscere e incontrare l’Altro. Per questo, è una via che porta a una grande scoperta del sé, perché l’incontro con l’altro è l’unica cosa che permette di conoscere davvero se stessi. Infatti, noi siamo “fatti” degli altri, non esiste nessuna civiltà o cultura che non abbia preso in prestito elementi di altre culture. Insegnare lingua e cultura araba aiuta a capire la presenza degli altri dentro di sé.

Per questo, l’insegnamento della lingua araba richiede un’apertura accogliente di questo desiderio e una profonda conoscenza della nostra storia comune che lega i nostri rispettivi popoli. Come il caffè (dalla parola araba qahwa, che significa “vino”), che sebbene sia nato nel mondo arabo oggi è diventato un elemento essenziale dell’identità italiana.

E dirigere un Istituto di Cultura araba in un’Università cattolica?

Forse per alcuni suona strano avere un istituto arabo dentro un’università cattolica, ma io credo che il successo dell’Istituto sia proprio dovuto al fatto di essere dentro l’Università Cattolica. Come ha affermato più volte la rettrice Elena Beccalli, l’Università Cattolica vuole essere “per il mondo”, cioè “a servizio del mondo”.

L’Istituto di Cultura Araba non è stato l’inizio, ma la conclusione di un lungo cammino, iniziato nel 2012, di molteplici attività culturali e collaborazioni con varie istituzioni del mondo arabo, soprattutto la Sharjah Book Authority negli Emirati Arabi. A un certo punto, si è sentita la necessità di istituzionalizzare queste attività e servizi per farle arrivare a un pubblico più ampio. Dunque, le attività legate alla cultura araba svolte all’Università Cattolica negli anni hanno generato l’Istituto e non viceversa. Dirigere questo Istituto, oggi, significa quindi proseguire questo cammino di incontri e scambi culturali.

Secondo la sua esperienza, come viene recepito in Italia lo studio della cultura araba?

Direi che viene recepito molto bene, considerando il fatto che ci sono migliaia di persone che hanno usufruito dei nostri servizi e delle nostre attività nel primo anno di vita dell’Istituto. Significa che l’interesse è grande.

Negli ultimi tempi, anche in conseguenza dei conflitti in corso, sono cambiati i rapporti tra le culture? In che modo?

Sono cambiati in meglio, perché questi conflitti provocano la curiosità e il desiderio di capire meglio cosa c’è dietro. Certamente, a livello politico e mediatico, sembra esistere una grande polarizzazione e radicalizzazione delle posizioni, ma in realtà sono aumentati i libri, gli eventi, i film sulle culture dell’Altro che riscontrano grande interesse. È questo che resterà e fiorirà in futuro, non le prese di posizione emotive, legate agli eventi del momento.

Sempre sulla base della sua attività ed esperienza, quali sono le cose più importanti da fare affinché si abbiano sempre migliori rapporti tra le diverse culture e religioni?

Secondo la mia esperienza, non solo qui in Italia, ma anche negli USA e in altri paesi europei, la miglior cosa da fare per accogliere l’altro, la sua cultura con le sue tradizioni è approfondire la propria. Sono sempre le persone che hanno una profonda conoscenza della propria cultura e storia a essere più accoglienti verso l’altro. L’accoglienza della chiesa cattolica ai migranti è un ottimo esempio.

[Foto: Joaquín Peiró Pérez/CNA]