
Migranti: A.Riccardi, “la logica del muro non ci rende sicuri. È il trionfo delle paure nazionaliste”

Il fondatore della Comunità di Sant’Egidio in un’intervista alla Stampa: non si scarica il problema sugli Stati di prima accoglienza. La questione si affronta nella società con processi di integrazione: lingua, lavoro e inserimento in comunità. Serve più lavoro di intelligence contro il business dell’immigrazione illegale e i trafficanti di esseri umani Non si tratta di aprire le porte in maniera indiscriminata ma di garantire strade legali.
«Non sarà la logica del muro a renderci più sicuri. L’Ue non è unita nella politica estera e di difesa, ma si sforza di sembrarlo su quella migratoria. È solo una risposta di breve respiro alle angosce dei cittadini», afferma Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio (protagonista da dieci anni nei corridoi umanitari dall’Africa e dal Medio Oriente), già ministro per la Cooperazione internazionale e mediatore di pace in Mozambico, Guatemala, Costa d`Avorio.
«Non si può scaricare il problema sugli Stati di prima accoglienza. Vanno aiutati quelli di partenza e bisogna offrire vera integrazione a chi arriva».
Perché ora l’Europa chiude le porte ai migranti?
«Sono provvedimenti miopi, presi in un’ottica fuorviante. Si affronta l’immigrazione sulla frontiera, intesa sempre più come un muro protettivo che respinge. Non potendo replicare nel Mediterraneo la “barriera difensiva” edificata tra Stati Uniti e Messico, l’Ue si affida al giro di vite nei regolamenti. Il futuro del continente non sta certo nel creare una rete di protezione per gli europei».
Qual è l’alternativa?
«Servono legalità e serietà nella questione migratoria. Il problema però non si affronta sulla frontiera, ma nella società attraverso processi di integrazione: lingua, lavoro, inserimento in comunità senza ghetti abitativi. E invece si fa muro anche nella società rendendo più difficile ottenere la cittadinanza, come in Italia propone la Lega. È la cultura del sospetto verso l’immigrato. Invece in Italia, come dicono gli imprenditori, c’è fame di lavoratori. La loro presenza è indispensabile per la crescita. Il lavoro da fare è sull’integrazione dentro le nostre società, come rilevato anche da Bankitalia. Non tanto sulle frontiere da proteggere dall’immigrazione clandestina. Al contrario l’attenzione si concentra sulle frontiere più che sulla costruzione di una società capace di coesione perché è più semplice e ad effetto».
La sicurezza non è una priorità in questo quadro?
«Certo che lo è. Non si tratta di aprire le porte in maniera indiscriminata, ma di garantire strade legali e rendere partecipi di una civiltà basata su valori condivisi. Politica restrittiva sulla migrazione a breve termine: non affronta né la carenza di manodopera nell’industria e nell’assistenza né la gravissima crisi demografica».
Identità Ue a rischio?
«No, anzi è una necessità vitale creare integrazione positiva e allargare le vie legali per arrivare in Europa. Si passa la frontiera spesso in modo illegale e con tragici costi umani, attraverso il mare, il deserto, il freddo dei Balcani perché non esistono vie legali. Anche gli stranieri che sono già in Italia sono sottoposti a una politica restrittiva. Devono affrontare file e difficoltà burocratiche per un permesso di soggiorno. Condizioni discriminatorie e umilianti, trattamento diverso rispetto ai cittadini italiani».
E contro gli arrivi illegali?
«Serve più lavoro di intelligence per combattere il business dell’immigrazione illegale e i trafficanti di esseri umani. L’Europa è troppo divisa e deve assumersi la responsabilità di essere un soggetto ora che non conta più sull’ombrello americano. Rispetto a dieci anni fa, Paesi emergenti hanno scalato posizioni nell’economia mentre l’Ue indietreggia. Sulla politica estera e di difesa non si sceglie una linea unitaria, sul problema migratorio sì. Avere un orientamento unico ha lo scopo di giustificare gli Stati nazionali. Così la linea sull’immigrazione viene attribuita all’Europa. Sulle migrazioni i singoli Paesi dell’Ue sono chiamati a una scelta di civiltà e coerenza. Invece muri e cortine di ferro risorgono per proteggere i Paesi europei dalla pressione migratoria. Un errore ».
La frattura Ue-Stati Uniti?
«In un quadro internazionale di tutti contro tutti, gli europei sfuggono la responsabilità di una visione del futuro, tentando di lucrare sulla propria posizione particolare. La Santa Sede sui migranti non ha cambiato atteggiamento nel passaggio da Francesco a Leone, entrambi discendenti di migranti. Non è una visione buonista, ma all’altezza del momento. L’Ue sconta scelte politiche di poca visione che parlano all’ansia e angoscia di settori della popolazione».
Un “giro di vite” miope?
«A differenza di quel che dice il tam tam nazionalista, non è solo un discorso umanitario finalizzato all’accoglienza. Siamo davanti a un’autentica necessità del sistema produttivo e del futuro demografico che peraltro corrisponde alla voglia di una vita migliore di tante persone del Sud del mondo. Negare il futuro a migranti e rifugiati, chiudendo le porte o abbandonandoli a viaggi atroci, significa negarlo anche all’Italia, condannata a essere terra di anziani con un’economia declinante».
Un modello efficace?
«Dieci anni di corridoi umanitari sono un modello di immigrazione legale e dimostrano che la società italiana non è ostile ai migranti. L’arrivo di persone che hanno voglia di lavorare e sete di futuro aiuta l’Italia, mentre sembriamo in caduta libera tra guerre e frattura con gli Usa. Concentrare le paure sullo straniero come fosse un invasore alimenta la falsa narrazione di una civiltà europea che sta per finire. In realtà abbiamo un’identità culturale che fonda la nostra capacità integrativa. Abbiamo un futuro e non siamo deboli come si dice. Veniamo da lontano e se la platea dei cittadini si allarga per l’arrivo degli stranieri saremo più forti, competitivi e adeguati a questo contesto globale».
E la politica italiana?
«Le migrazioni sono una realtà importante e dolorosa, da tempo nel cuore della polarizzazione politica. Sono un problema nazionale serio e una questione umanitaria decisiva, quindi sarebbe un segno di responsabilità se divenisse oggetto di attenzione bipartisan da parte di tutte le forze politiche. È questa la risposta più efficace e civile a chi nel mondo si serve della vita dei più bisognosi per sfruttare o destabilizzare».
Qual è la causa reale?
«Una parte dell’Europa ha paura e si chiede: può il mondo intero rovesciarsi sul Vecchio Continente? Dalla paura nasce la politica dei muri che conduce a trattamenti disumani, non degni di Stati di diritto. I centri di accoglienza in Albania restano una scelta incomprensibile. Perché costruirli lì e non in Italia? E non capisco come mai gli albanesi abbiano accettato strutture sotto la giurisdizione italiana. Una risposta sbagliata mentre c’è la necessità di condurre una politica con i Paesi da cui partono i migranti. Ci vuole un reale impegno politico internazionale, fatto di creatività e responsabilità. Non serve attestarsi spaventati e aggressivi sui muri. Ci dimostriamo indifferenti alla sofferenza e passivi di fronte alla storia. C’è bisogno di un’alleanza fra i Paesi europei. Ritornano toni e discorsi aggressivi contro gli “altri”: gruppi della popolazione o nazioni».
[Fonte: Comunità di Sant’Egidio/La Stampa; Foto: Comunità di Sant’Egidio]


