Migranti: Centro Astalli, “la via maestra è investire nell’inclusione. La cura dei più fragili non si fa con i decreti sicurezza”

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Presentato il Rapporto 2026 del servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia. “Inclusione a ostacoli, lavoro povero, diritti rallentati”.

ROMA, 29 APRILE – “Dall’esperienza quotidiana del Centro Astalli, maturata in 45 anni di lavoro accanto ai rifugiati, emerge con chiarezza che la via da percorrere è investire nell’inclusione. Non come risposta emergenziale o atto di generosità, ma come scelta di responsabilità e lungimiranza, capace di valorizzare il contributo che le persone rifugiate possono offrire al Paese”. Per questo “è necessario rafforzare politiche pubbliche coerenti e strutturali, che garantiscano accesso ai diritti, al lavoro e alla casa. Le sfide che abbiamo davanti possono diventare fattori di divisione oppure un’opportunità per costruire una società più coesa: la direzione dipende dalle scelte che siamo chiamati a compiere oggi”. E’ quanto ha detto padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia, alla presentazione oggi a Roma del Rapporto 2026.

Secondo il Rapporto, “i dati lo dimostrano: l’inserimento lavorativo funziona quando è accompagnato; i livelli di istruzione, acquisiti o già posseduti, permetterebbero alle persone rifugiate di offrire un contributo significativo al Paese; un sistema di accoglienza orientato all’inclusione fin dal primo giorno produce risultati concreti”.

Ciò che non funziona è “il contesto: un mercato immobiliare poco accessibile, procedure di asilo sempre più lunghe, un welfare sempre più fragile e politiche che continuano a privilegiare il controllo delle frontiere rispetto all’inclusione”. Inoltre, “l’instabilità geopolitica, le disuguaglianze globali, il declino demografico italiano e la trasformazione del mercato del lavoro possono diventare fattori di disgregazione, oppure l’occasione per costruire un futuro diverso. La scelta spetta alla politica, alle istituzioni e alla società civile. Spetta a noi”.

Intanto, “ogni giorno, migliaia di persone si mettono in fila lungo via degli Astalli a Roma. Non è un’emergenza stagionale: è una domanda strutturale, costante, che non si esaurisce”.

Nel 2025 il Centro Astalli ha seguito 21.000 utenti, di cui 11.000 a Roma (gli altri nelle sette sedi di Bologna, Catania, Palermo, Grumo Nevano, Trento, Vicenza e Padova), contando su 877 volontari nella rete nazionale, di cui 306 a Roma; i pasti distribuiti presso la mensa di Via degli Astalli sono stati 62.162; le persone ospitate in strutture d’accoglienza 1.118; gli studenti incontrati nell’ambito dei progetti ‘Finestre e Incontri’ 31.243.

Il 49% degli utenti della mensa è richiedente asilo, “una quota in aumento per il secondo anno consecutivo a dimostrazione che l’incertezza giuridica si traduce direttamente in vulnerabilità materiale”. Inoltre, 154 persone vi hanno fatto ricorso più di 100 volte, “fotografia di una marginalità persistente che non si risolve da sola e che interpella le politiche pubbliche”. Il servizio legale ha gestito 2.480 azioni, il 29% ha riguardato persone con vulnerabilità multiple (vittime di tortura, nuclei monoparentali, neomaggiorenni). I dati sulla salute mentale dei minori, 1.057 visite per 151 bambini e ragazzi, rappresentano forse il segnale più urgente che emerge dal Rapporto, perché riguarda storie e bisogni che non possono essere rimandati.

Nel Rapporto, alla cui presentazione oltre a padre Ripamnti sono intervenuti mons. Gian Carlo Perego, presidente della Commissione Cei per le migrazioni e della Fondazione Migrantes, e la giornalista Fiorenza Sarzanini, viene sottolineato come il quadro globale che fa da sfondo al Rapporto 2026 sia quello di un multilateralismo indebolito e di una polarizzazione geopolitica crescente. “I tagli massicci ai fondi Usaid e le misure analoghe adottate da altri governi occidentali hanno tradotto l’indifferenza politica in conseguenze immediate e concrete: programmi umanitari sospesi, organizzazioni costrette a ridurre le operazioni sul campo, popolazioni in fuga private di servizi essenziali”. E “le ricadute hanno raggiunto anche il Terzo settore italiano, mettendo a rischio la continuità di servizi indispensabili per l’accoglienza e l’inclusione”.

In Europa, la diminuzione degli arrivi cosiddetti “irregolari” è andata di pari passo con “un inasprimento delle norme che ha ampliato i criteri di inammissibilità delle domande d’asilo e ridefinito il concetto di Paese terzo sicuro: misure che non affrontano le cause delle migrazioni forzate, ma erigono barriere sempre più sofisticate all’accesso alla protezione”.

L’Italia si è mossa in linea con questo orientamento, “privilegiando il controllo delle frontiere rispetto all’inclusione, in un contesto in cui le persone migranti continuano a fare i conti con marginalità, alti livelli di povertà, lavoro a bassa qualifica e percorsi di cittadinanza tardivi. Un potenziale sprecato, a danno di tutti”.

“L’inclusione non è un intervento isolato, ma un processo articolato che richiede tempo e strumenti: apprendimento della lingua, accesso al lavoro, soluzioni abitative, reti sociali e servizi”, sottolinea il Rapporto 2026 del Centra Astalli, servizio dei Gesuiti per i rifugiati in Italia.

Nel 2025 il Centro Astalli ha accompagnato 934 persone allo sportello lavoro, realizzando 2.344 azioni di orientamento (634 in più rispetto all’anno precedente) e favorendo 230 inserimenti lavorativi. Parallelamente, la scuola di italiano ha attivato 9 classi per 224 studenti; il 38% è laureato, un dato che evidenzia la presenza di competenze elevate spesso penalizzate da ostacoli linguistici e burocratici.

“Questi numeri mettono in luce una contraddizione strutturale – dice il Rapporto -: da un lato, le persone migranti partecipano attivamente al mercato del lavoro, con livelli di istruzione in crescita e figli che ottengono buoni risultati scolastici; dall’altro, come rileva il rapporto Ocse sull’integrazione in Italia (2026), l’occupazione resta concentrata in mansioni a bassa qualifica, mentre persistono alti livelli di povertà e condizioni di sovraffollamento abitativo. A ciò si aggiungono norme sulla cittadinanza che continuano a rallentare i percorsi di piena inclusione”.

Il servizio di accompagnamento sociale ha seguito 810 persone attraverso 644 interventi, molti dei quali dedicati all’accesso ai servizi digitali della Pubblica Amministrazione che, nella sede di Roma, hanno raggiunto 516 persone: una barriera sempre più rilevante, che colpisce in particolare le donne. “Tra le principali criticità emergono inoltre le lungaggini amministrative, la carenza di alloggi, la diffusione di lavori poco tutelati e l’assenza di misure efficaci di conciliazione tra lavoro e cura per i nuclei monoparentali, che rappresentano circa il 30% delle famiglie incontrate”, viene spiegato.

Nelle altre città della rete si riscontrano dinamiche analoghe: a Trento cresce il fenomeno del lavoro povero; a Catania e Grumo Nevano si rafforzano le attività di doposcuola per minori; a Palermo proseguono i percorsi di apprendimento linguistico e accompagnamento all’autonomia. Un elemento trasversale riguarda le difficoltà di accesso ai servizi digitali pubblici.

“Nel corso del 2025 ha preso forma il Patto per le Migrazioni e l’Asilo, che entrerà in vigore il prossimo giugno. Strettamente connesso a questo l’elaborazione della lista dei Paesi sicuri. Alcuni ritengono che queste misure siano necessarie per contrastare l’immigrazione irregolare e i trafficanti, ma in realtà esse rappresentano un graduale indebolimento del diritto d’asilo, che dovrebbe fondarsi su valutazioni individuali anziché su criteri geografici”, ha rilevato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, presentando il Rapporto 2026.

“In assenza di politiche efficaci per l’immigrazione regolare e l’inclusione, questo sistema rischia di tradursi in una forma di ostilità istituzionale nei confronti dei migranti, alimentando tendenze nazionaliste già diffuse – ha osservato -. L’Italia, da parte sua, si inserisce pienamente in questo orientamento, anticipandone talvolta le direttrici e privilegiando un approccio fortemente securitario. Tale impostazione finisce per indebolire concretamente le politiche di accoglienza, protezione e inclusione”.

Secondo padre Ripamonti, che ha citato l’enciclica Fratelli tutti di papa Francesco, “siamo analfabeti nell’accompagnare, curare e sostenere i più fragili e deboli delle nostre società sviluppate”, e “questo analfabetismo si fa indifferenza. Molte persone rifugiate sono per la strada e continuano a esserlo per una incapacità di vedere un futuro insieme, non perché manchino strumenti, servizi o competenze, ma perché fatichiamo a riconoscere il significato profondo dell’accompagnare dentro una relazione quotidiana, continua, non spettacolare. Esiste una precomprensione ideologica del fenomeno migratorio che preclude risposte possibili, impoverisce i servizi privandoli delle risorse necessarie”.

In altre parole, “continuiamo a leggere le migrazioni forzate, ma direi la migrazione in generale, con categorie inadeguate. Trasformiamo la fragilità in emergenza, la marginalità in questione di sicurezza, la persona migrante in problema da contenere”. In questo contesto, “l’accompagnare diventa più complesso e più isolato. Non solo per la gravità delle situazioni – dipendenze, disagio mentale, traumi – ma per la difficoltà di costruire reti efficaci tra servizi, istituzioni e comunità”.

Quindi, “il nostro analfabetismo sta qui: nell’incapacità di vedere la cura come responsabilità condivisa e strutturale”, quando essa “è, prima di tutto, un fatto politico e culturale. Significa decidere che nessuno sia scarto, che i servizi non possono limitarsi a tamponare, ma devono essere sostenuti da visioni lungimiranti. Ma queste non si ottengono a colpi di decreti sicurezza. Se non impariamo questo linguaggio, continueremo a rincorrere le emergenze senza mai trasformarle. E accetteremo colpevolmente che l’invisibilità resti il destino di molti”.

[Questo articolo è stato pubblicato oggi dall’ANSA; Foto: Stranieri in Italia]