
“Non usare Dio”: fede, potere e l’arte della pace

Abusare del nome di Dio, oppure custodirlo: tra fede che lega e fede piegata al potere, come riconoscere le manipolazioni e disinnescarle. A margine di un talk a “Conversazioni sul futuro” di Lecce. Ne riferisce Giovanni Tridente per Anima digitale.
Dal palco di Lecce
Venerdì 17 ottobre 2025 sono stato a Lecce al festival Conversazioni sul Futuro e ho dialogato con Chiara Organtini, Bruno Mastroianni e Paolo Iabichino sull’“abuso del nome di Dio”: quando il richiamo al divino viene piegato per legittimare identità politiche, ostilità, potere.
La “scusa” del talk era il libro di Riccardo Dal Ferro (noto sui social come Rick DuFer), Dio era morto. Riscoprire il divino senza cadere nelle superstizioni, che mette a nudo derive spiritualistiche e fanatismi travestiti da fede: un ottimo innesco per distinguere tra religione come legame e religione come grimaldello.
Che cosa intendiamo per “abuso”
In preparazione all’incontro di Lecce avevo letto alcuni testi e interventi su fede, pace e uso distorto del fenomeno religioso. Questi mi sono stati utili per mettere a fuoco che “abusare” significa sostanzialmente piegare ai propri fini il trascendente, forzandolo e manipolandolo. Significa ridurre il Mistero a ideologia e così trasformare la fede in uno strumento di controllo, costruendosi un “dio” a misura delle paure umane e delle convenienze.
L’alternativa, perciò, non sarebbe quella di “difendere Dio” – Dio non ha bisogno di difese – ma di salvare la fede dalle nostre proiezioni, tornando al suo nucleo relazionale (re-ligare). Qui si trova anche la chiave per dare qualità ai rapporti tra gli esseri umani, per generare prossimità e disinnescare le ostilità.
Il filo che tiene insieme Assisi e la ragione
Ad Assisi, nell’incontro interreligioso del 1986, Giovanni Paolo II mostrò che il ritrovarsi in preghiera tra appartenenti a confessioni comunque differenti apre una dimensione altra della pace e chiama le coscienze alla verità, al servizio e alla responsabilità verso tutti. Fu una scena nuova per il mondo: le religioni come risorsa di pace, non motivo di scontro, in un’epoca che di lì a poco – guarda caso – avrebbe visto cadere il Muro di Berlino.
Benedetto XVI, a Ratisbona (2006), ricordò che “non agire secondo ragione, non agire con il logos, è contrario alla natura di Dio”; e sempre ad Assisi (venticinque anni dopo il primo incontro del predecessore, nel 2011) riconobbe, “con vergogna”, che la violenza compiuta “in nome” della fede è un uso abusivo, opposto alla sua vera natura.
Il Documento sulla Fratellanza umana
Nel 2019, ad Abu Dhabi, Papa Francesco e il Grande Imam di al-Azhar, Ahmad al-Tayyeb, hanno firmato il Documento sulla Fratellanza Umana, che condanna senza mezzi termini integralismo ed estremismo, e chiede conoscenza reciproca, collaborazione e tutela dei più fragili.
Il coinvolgimento di al-Azhar è decisivo in questo momento storico: si tratta dell’istituzione accademica e religiosa sunnita più autorevole al mondo; la firma del Grande Imam assume dunque un peso storico e dottrinale di enorme portata per i musulmani.
Leone XIV: sinergia che disarma
In continuità con questa traiettoria, Leone XIV chiede una “sinergia per la pace” tra leader religiosi: non appiattire le differenze, ma farle lavorare insieme per la dignità umana, la riconciliazione e la cura della casa comune (in linea con la Laudato si’ di Papa Francesco).
Ad esempio, nei suoi interventi di settembre a leader religiosi e politici, ha insistito che la religione, quando è autentica e ben coltivata, migliora i rapporti sociali perché educa al legame e rende concreta la pace tra i popoli. Di questo ho scritto anche sul numero di ottobre di OMNES.
Il caso italiano
Nel panorama italiano, risalta un recente Appello interreligioso (29 agosto 2025) – firmato, tra gli altri, dal Cardinale Matteo Zuppi, Noemi Di Segni (UCEI), Yassine Lafram (UCOII) e altri leader musulmani – in cui vengono denunciati polarizzazione, fanatismo, propaganda e uso politico della religione.
L’invito è a purificare il linguaggio, evitare generalizzazioni tra identità politiche, nazionali e religiose, e a “tessere la pace” con fatti e toni responsabili.
Come se ne esce
Se l’abuso consiste nel sostituire Dio con un’idea o una sua caricatura interessata, la cura sta nel tenere insieme cultura (conoscenza), educazione (rispetto) ed incontro (dialogo).
Un Dio “ragionevole” (il Logos di Benedetto) e “Padre di tutti” chiede di conoscersi, mettersi al servizio, lavorare alla riconciliazione tra fratelli. Quando le religioni cooperano – evidentemente senza confondere le specifiche identità – possono diventare sorgente di guarigione e non di conflitto.
Detto ciò, l’idea che mi sono portato a casa da Lecce – e che spero il pubblico abbia intercettato – è molto semplice: chi usa la fede, Dio e la religione per sopraffare, in qualunque forma (cruenta o meno), un proprio simile sta compiendo un’azione abusiva e distorta, che va assolutamente smascherata e biasimata.
Prima di “difendere Dio”, allora, lasciamo che sia Dio a educarci alla libertà e alla convivenza pacifica, colmando di senso la nostra — inevitabile — finitezza.
Lasciamo fare Dio, a Dio.
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