P. Spadaro, la Santa Sede e l’Iran nel nuovo disordine mondiale

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Il rapporto tra la diplomazia papale e Teheran alla luce dell’attuale conflitto in Medio Oriente. Tra Cielo e Terra rilancia l’articolo pubblicato sull’agenzia cattolica asiatica Uca News da parte Antonio Spadaro, SJ, ex direttore di Civiltà Cattolica, dal 1º gennaio 2024 sotto-segretario del Dicastero per la cultura e l’educazione.

La conflagrazione che sta consumando il Medio Oriente dal 28 febbraio potrebbe aver ridisegnato irreversibilmente la geografia politica della regione. Gli attacchi congiunti americano-israeliani contro l’Iran – che hanno causato la morte dell’Ayatollah Ali Khamenei, Guida Suprema della Repubblica Islamica dal 1989, insieme al Ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh e al comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammed Pakpour – hanno aperto un nuovo capitolo di spargimento di sangue in una terra già segnata da decenni di conflitto.

Le raffiche di missili di rappresaglia dell’Iran, che hanno colpito Israele, gli stati del Golfo e le basi statunitensi in tutta la regione, hanno innescato una conflagrazione regionale di portata senza precedenti. In Israele, almeno 12 persone sono morte; in Iran, la Mezzaluna Rossa segnala 787 morti dall’inizio delle operazioni, comprese le 168 vittime dei raid alla scuola femminile Shajareh Tayyebeh a Minab. Il Libano è di nuovo in fiamme: si contano circa 40 morti e oltre 150 feriti a causa dei bombardamenti israeliani nel sud del Paese e nel distretto di Dahiyeh. I numeri continuano a salire.

In questo contesto di devastazione e paura, la voce della Santa Sede si è levata con fermezza e urgenza commisurate alla gravità del momento. Ma per comprendere il peso di quella voce e la sua portata, bisogna prima ripercorrere il lungo e paziente cammino che i papi hanno tracciato nelle loro relazioni con l’Iran e il mondo sciita – un cammino intessuto di incontri, parole attentamente misurate e gesti profetici che, in mezzo alla catastrofe, ora acquisiscono un significato ancora più profondo.

Il rapporto tra la Santa Sede e la Repubblica Islamica dell’Iran è stato segnato da un periodo complesso durante il pontificato di Benedetto XVI, tanto da un autentico desiderio di dialogo quanto da inevitabili tensioni. Il discorso di Ratisbona del settembre 2006, che citava l’imperatore bizantino Manuele II Paleologo sul tema della guerra santa, provocò una dura reazione in tutto il mondo musulmano.

Lo stesso ayatollah Khamenei descrisse le dichiarazioni del papa come “un anello nella catena della cospirazione israelo-americana per fomentare uno scontro tra religioni”, mentre l’ex presidente riformista Mohammad Khatami le definì “insolenti”. Le università coraniche iraniane sospesero le lezioni in segno di protesta e le relazioni tra la Santa Sede e il mondo islamico sembravano precipitare verso una crisi senza ritorno.

Eppure, con la pazienza che è il segno distintivo della diplomazia vaticana, Benedetto XVI è riuscito a ricucire i fili strappati. Il suo discorso all’Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso la Santa Sede, il 29 ottobre 2009, rimane un documento di rara chiarezza. In esso, Ratzinger affermò che “stabilire relazioni cordiali tra credenti di diverse religioni è un’urgente necessità del nostro tempo” e si compiacque “dell’esistenza, da diversi anni, di incontri organizzati regolarmente e congiuntamente dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e dall’Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, su temi di interesse comune”.

Non trascurò di riconoscere la presenza cristiana in Iran “fin dai primi secoli del cristianesimo”, definendo quella comunità “autenticamente iraniana” e la sua “secolare esperienza di armoniosa convivenza con i credenti musulmani” un patrimonio da difendere. Benedetto XVI esortò inoltre le autorità iraniane a “rafforzare e garantire ai cristiani la libertà di professare la propria fede”.

L’approccio di Benedetto XVI ha assunto una forma istituzionale concreta attraverso il dialogo interreligioso coordinato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso. Un momento significativo in questo processo si è verificato nel novembre 2010, quando il cardinale Jean-Louis Tauran, allora presidente del dicastero, si è recato a Teheran per il settimo ciclo di dialogo tra Santa Sede e Iran. In quell’occasione, Tauran ha consegnato un messaggio personale di Benedetto XVI al presidente Mahmoud Ahmadinejad.

La lettera papale, datata 3 novembre 2010, esprimeva la profonda stima del papa per le autorità iraniane ed esprimeva la sua speranza di collaborazione su questioni etiche universali e sulla pace nel mondo. La risposta iraniana è stata di apertura: l’ambasciatore Ali Akbar Naseri ha riferito che Ahmadinejad aveva formalmente invitato il papa a visitare l’Iran, sottolineando che le relazioni erano “molto sincere e cordiali”. L’invito fu ribadito nel febbraio 2012, in seguito alla visita del cardinale Tauran a Teheran, a conferma della volontà del regime di utilizzare il canale vaticano come mezzo per mitigare il proprio isolamento internazionale.

Con l’elezione di Papa Francesco nel marzo 2013, l’approccio della Santa Sede al Medio Oriente e all’Iran assunse una nuova dimensione, plasmata dalla “cultura dell’incontro” che il pontefice argentino pose al centro del suo magistero. Come ho scritto nel mio libro “The Diplomacy of Pope Francis” (di prossima pubblicazione presso la Georgetown University Press), l’impegno della Santa Sede con il mondo durante il pontificato di Francesco è stato caratterizzato da un dialogo a trecentosessanta gradi con i protagonisti della scena internazionale: da Trump a Putin, da Maduro a Rouhani, da Castro ai negoziatori di pace colombiani.

È in questo quadro che va compreso l’impegno della Santa Sede a trattare l’Iran come un interlocutore globale. Di fronte al conflitto intra-islamico tra sunniti e sciiti – che trovò uno dei suoi teatri di sangue in Siria – la Santa Sede dovette guardarsi dal rischio di fare il gioco di coloro che cercavano di contrapporre Riad a Teheran schierandosi con l’una o con l’altra parte. Il quadro era, e rimane, straordinariamente complesso, ma per eliminare la piaga del cosiddetto Stato Islamico era necessario che sunniti, sciiti, Russia e Occidente facessero causa comune.

Il culmine di questa strategia arrivò con la visita del presidente iraniano Hassan Rouhani in Vaticano il 26 gennaio 2016. Quel giorno, il presidente scrisse sul suo account Twitter: “Islam e Cristianesimo hanno bisogno di dialogo più che mai oggi, perché alla radice dei conflitti tra religioni ci sono soprattutto l’ignoranza e la mancanza di comprensione reciproca”.

La sala stampa vaticana ha riferito che “nel corso dei cordiali colloqui sono emersi valori spirituali comuni e si è fatto riferimento al buono stato delle relazioni tra la Santa Sede e la Repubblica Islamica dell’Iran, alla vita della Chiesa nel Paese e all’azione della Santa Sede a favore della promozione della dignità della persona umana e della libertà religiosa. L’attenzione si è poi rivolta alla conclusione e all’applicazione dell’Accordo Nucleare e all’importante ruolo che l’Iran è chiamato a svolgere, insieme ad altri Paesi della regione, per promuovere soluzioni politiche adeguate ai problemi che affliggono il Medio Oriente, per contrastare la diffusione del terrorismo e il traffico di armi. A tale riguardo, le parti hanno sottolineato l’importanza del dialogo interreligioso e la responsabilità delle comunità religiose nel promuovere la riconciliazione, la tolleranza e la pace”.

Con l’Iran, si è trattato di un riconoscimento diplomatico reciproco che è andato ben oltre le cortesie del protocollo: la Santa Sede aveva stabilito regolari relazioni diplomatiche con Teheran – relazioni che, ad esempio, non esistono con il Regno dell’Arabia Saudita. Il legame con Teheran è proseguito con la visita del ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif il 17 maggio 2021.

Oggi, cinque anni dopo quell’incontro profetico, il fuoco è tornato a devastare il Medio Oriente. E la voce del successore di Francesco, Papa Leone XIV, si è levata con l’urgenza che l’ora richiede. All’Angelus del 1° marzo, seconda domenica di Quaresima, il Papa ha dichiarato: “Seguo con profonda preoccupazione quanto si sta verificando in Medio Oriente e in Iran in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, sofferenza e morte, ma solo con un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Di fronte alla possibilità di una tragedia di enormi proporzioni, rivolgo un accorato appello alle parti coinvolte affinché si assumano la responsabilità morale di arrestare la spirale di violenza prima che diventi un abisso irreparabile! Che la diplomazia riscopra il suo ruolo e che sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace”.

Il linguaggio è rivelatore: non si tratta di un appello che si limita a banalità morali, ma piuttosto di un appello che individua una responsabilità specifica: fermare la spirale di violenza prima che diventi un abisso irreparabile.

Poche ore dopo, in visita alla comunità parrocchiale dell’Ascensione nel quartiere Quarticciolo di Roma, Leone XIV tornò sulla tragedia in atto: “Sono molto preoccupato per quello che sta succedendo nel mondo, soprattutto in Medio Oriente, ieri, oggi, e non sappiamo per quanti giorni ancora. Guerra, ancora una volta!”

E ai bambini lì riuniti, ricordò la tragedia di Gaza, “dove tanti bambini sono morti, dove tanti bambini sono rimasti senza genitori, senza scuola, senza un posto dove vivere”. Queste parole nascono dalla tradizione di denuncia che, da Francesco in poi, ha caratterizzato il magistero papale sul Medio Oriente, e che oggi assume un’urgenza ancora più drammatica.

Qualsiasi seria riflessione sul presente non può eludere le domande più radicali che questo conflitto pone. Il problema non è la difesa del regime iraniano e della sua indiscutibile brutalità – dalla repressione del Movimento Verde del 2009 alla feroce repressione di “Donna, Vita, Libertà”, dalle esecuzioni sommarie alla sistematica persecuzione del dissenso. Il problema è che questa guerra non è una guerra tra le forze della giustizia e le forze dell’oppressione: è guidata dal calcolo politico e dagli interessi del potere, e lascia sul campo, soprattutto, civili innocenti – bambini, donne, anziani.

Cosa finisce con Khamenei, e cosa rischia di ripresentarsi in altre forme? Dobbiamo seriamente fare i conti con la tensione apocalittica all’interno della leadership khomeinista – una visione del tempo plasmata non dalla linearità ma dalle collisioni tra il bene e il male, che devono diventare sempre più violente per affrettare il giorno della battaglia finale. La morte della guida suprema non annuncia automaticamente l’alba di una nuova era: lo spettro del caos, della frammentazione e di una possibile guerra intestina tra fazioni rivali del regime incombe su un Paese che potrebbe non disporre delle risorse interne per una transizione pacifica.

Il vescovo Paolo Martinelli, vicario apostolico dell’Arabia meridionale, intervistato mentre i missili iraniani colpivano Abu Dhabi e Dubai, ha offerto la prospettiva ecclesiale con la chiarezza che la situazione richiede: “Non credo che questa possa essere definita una guerra all’Islam. C’è sempre il grande rischio di strumentalizzare la religione per interessi di parte. Dobbiamo continuare a promuovere il dialogo tra persone di fedi diverse”. Ha aggiunto un monito che funge da bussola: “Dobbiamo tornare a guardare al bene dei popoli. Guardare al bene delle persone rivela immediatamente la vacuità degli scontri e delle minacce ideologiche”.

Il presidente Trump ha dichiarato che la guerra contro l’Iran potrebbe durare “da quattro a cinque settimane” e che ha “tre eccellenti scelte” di candidati da insediare alla guida del Paese dopo l’uccisione di Khamenei – parole che evocano i fantasmi di guerre precedenti, dall’Iraq al Libano, dove le promesse di una rapida risoluzione e di un cambio di regime si sono invariabilmente trasformate in decenni di caos e sofferenza.

Abbiamo imparato qualcosa dalla guerra in Iraq, avvenuta appena due decenni fa? Come ha scritto Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, “ogni guerra lascia il mondo peggiore di come lo ha trovato”. La guerra è il fallimento della politica e dell’umanità, una vergognosa capitolazione di fronte alle forze del male. Scegliere la pace non è ingenuo sentimentalismo: è saggezza lungimirante.

Ciò che la Santa Sede ha costruito in questi anni – l’incontro con Rouhani, il viaggio a Najaf, il Documento sulla Fratellanza Umana firmato ad Abu Dhabi, il dialogo instancabile con tutte le parti – non è andato perduto. È il patrimonio spirituale e diplomatico su cui sarà possibile ricostruire quando le armi taceranno.

Come affermò con forza Leone XIV, l’unica via percorribile rimane “un dialogo ragionevole, autentico e responsabile”. L’unica soluzione duratura è quella diplomatica. Ma affinché la diplomazia riacquisti il ​​suo ruolo, i potenti del mondo devono rinunciare a quella che Francesco una volta definì la tentazione di “giocare col fuoco, con missili e bombe, con armi che seminano pianto e morte, coprendo di cenere e odio la nostra casa comune”.

Il destino del Medio Oriente, e con esso il destino della pace mondiale, sarà deciso nelle prossime ore e nei prossimi giorni. La preghiera che Leone XIV elevò dalla finestra del Palazzo Apostolico è anche un programma politico, nel senso più alto del termine: fermare la violenza, ripristinare il primato della diplomazia e guardare al bene dei popoli. È il minimo che la storia ci chieda. Ma in un mondo che sembra aver dimenticato il linguaggio della ragione, è anche il massimo a cui possiamo aspirare.

[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Uca News]