P. Spadaro, “perché la preghiera è sempre la risposta della Chiesa alla guerra?”

Condividi l'articolo sui canali social

“Il silenzio della preghiera ci aiuta a immaginare un futuro diverso e a resistere all’idea che le armi possano risolvere i problemi”. La riflessione di padre Antonio Spadaro, gesuita, sottosegretario al Dicastero vaticano per la Cultura e l’Educazione ed ex direttore di Civiltà Cattolica, nella sua rubrica “Vatican Diary” per l’agenzia cattolica asiatica Uca News.

La scorsa settimana, mentre i titoli dei giornali internazionali sono tornati, con la solita cupezza, a parlare di guerra, le Chiese esortano i fedeli a pregare per la pace.

Mercoledì, Papa Leone ha detto: “Continuiamo a pregare per la pace in Iran e in tutto il Medio Oriente, specialmente per le innumerevoli vittime civili, tra cui molti bambini innocenti”.

Ha ripetuto questo messaggio, in varie forme, quasi senza sosta, come ha fatto all’Angelus dell’8 marzo, quando ha chiesto la fine del “fragore delle bombe” e l’apertura di “percorsi di riconciliazione e di speranza”.

Non si trattava di una posizione politica o di un’analisi strategica. Era qualcosa di molto più semplice: fermarsi, pregare, invocare la pace costringendosi a vedere la sofferenza degli innocenti.

Secondo le stime di Save the Children, i bombardamenti americani e israeliani su Iran e Libano hanno ucciso circa 300 bambini nei primi 10 giorni di guerra, più di un bambino ogni ora.

“Le guerre hanno delle regole. I bambini e le scuole devono essere tenuti fuori dal conflitto”, ha dichiarato Inger Ashing, direttrice generale di Save the Children International, sottolineando che almeno 20 scuole e 10 ospedali sono stati danneggiati.

Il simbolo più straziante della violenza è il bombardamento della scuola elementare femminile di Minab, nel sud dell’Iran, dove, il 28 febbraio, sono state uccise almeno 175 persone, la maggior parte delle quali bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni.

Di fronte a crisi che coinvolgono eserciti, alleanze militari, interessi economici e rivalità regionali, cosa può davvero realizzare una preghiera? Eppure, è proprio in questi momenti che emerge chiaramente la visione della storia della Chiesa. Essa si lascia commuovere dall’orrore dei massacri e risponde con il silenzio e il digiuno. Perché?

La guerra è sempre il risultato di una serie di decisioni politiche, ma le sue radici affondano più in profondità: nella paura, nell’orgoglio nazionale e nell’uso della forza. Per questo la Chiesa continua a sottolineare che la pace non è solo un equilibrio di potere, ma, soprattutto, una questione di cuore.

Questo vale sia per chi detiene le armi e prende le decisioni, sia per i semplici cittadini. Tutti noi rischiamo di cadere nella visione ristretta e distruttiva di chi crede che le armi risolvano i problemi. La guerra non è, e non potrà mai essere, la soluzione; l’uso della forza non può – e non deve – sostituire la pazienza e la diplomazia.

E così, mentre i leader politici dibattono su strategie e deterrenza, una luce silenziosa si accende nelle chiese cristiane di tutto il mondo. Non cambia immediatamente il corso degli eventi, ma rimane fedele alla convinzione che la pace richieda anche uno spazio interiore.

Nella tradizione cristiana, la preghiera è il luogo in cui questo spazio viene custodito.

È anche una questione di linguaggio – come ha affermato lo stesso Leone XIV e come ha ripetutamente sottolineato il suo predecessore, Francesco. In un’epoca in cui il dibattito pubblico sembra dominato dallo scontro, la Chiesa continua a suggerire un gesto antico e semplice: fermarsi e tacere. Forse, oggi, questo è l’unico modo rimasto per iniziare a immaginare un futuro diverso.

[Fonte: Uca News (nostra traduzione); Foto: Holyart]