
Pennacchio, “costruire pace in un mondo di conflitti, questa è la missione della Santa Sede”

Il presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica illustra l’azione diplomatica della Santa
Sede, l’importanza delle Nunziature e il ruolo dei Rappresentanti pontifici in quest’epoca
caratterizzata da cambiamenti e tensioni e da una “realtà sempre più globalizzata e
interconnessa”. Su questo tema si tiene oggi nel Palazzo Apostolico un convegno alla
presenza del cardinale Parolin. L’intervista di Salvatore Cernuzio per Vatican News.
“Costruire ponti di pace e di giustizia, ricomporre legami autentici e promuovere una civiltà
fondata sull’amore e sul rispetto della dignità di ogni persona”. Sintetizza così, monsignor
Salvatore Pennacchio, Presidente della Pontificia Accademia Ecclesiastica, la missione e
l’azione diplomatica della Santa Sede di fronte alle nuove e molteplici sfide che oggi il mondo
presenta. Proprio questo è il tema di un convegno che si terrà oggi, sabato 17 gennaio, nel Palazzo
Apostolico vaticano, alla presenza del cardinale segretario di Stato, Pietro Parolin.
Monsignor Pennacchio, qual è l’azione diplomatica della Santa Sede di fronte alle nuove
e anche tante sfide del mondo odierno?
Il servizio diplomatico della Santa Sede è un servizio di comunione che trae forza da Cristo e
dal Vangelo e si esprime nella vicinanza concreta, nell’ascolto attento e nel dialogo costante.
Oggi, in un mondo segnato da conflitti, mutamenti geopolitici, cambiamenti culturali e
dell’ambiente, la diplomazia vaticana è chiamata a confrontarsi ogni giorno con una realtà
sempre più globalizzata e interconnessa. La sua missione è rispondere a un’esigenza urgente:
costruire ponti di pace e di giustizia, ricomporre legami autentici e promuovere una civiltà
fondata sull’amore e sul rispetto della dignità di ogni persona. Per chi coopera con il
Successore di Pietro è fondamentale sviluppare uno sguardo attento, lungimirante e operativo,
capace di ascoltare la voce di Dio e di tradurla in azioni concrete soprattutto a servizio degli
ultimi.
Quale valore ha, in quest’epoca segnata da conflitti, la presenza capillare nei cinque
continenti della rete costituita dalle Nunziature apostoliche?
La presenza delle Nunziature apostoliche nei diversi contesti del mondo, alcuni così
duramente segnati da conflitti e divisioni, esprime concretamente l’attenzione costante del
Papa per la Chiesa universale e le Chiese particolari, rendendo visibile una sollecitudine che
non si realizza da lontano, ma che si radica nei contesti reali in cui i popoli vivono. Il servizio
diplomatico, come ha sottolineato il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, nel contesto
dell’Anno giubilare della Pontificia Accademia Ecclesiastica, è parte viva del ministero
petrino attraverso il quale il Pontefice esercita una prossimità capace di raggiungere tutti,
testimoniando il volto di una Chiesa che è madre attenta e misericordiosa. L’impegno dei
Rappresentanti pontifici, dunque, è quello di consolidare un ascolto diretto e continuo delle
realtà locali che permetta alla Santa Sede di svolgere un ruolo di mediazione discreta e
paziente, orientando la propria azione verso la pace, il dialogo e il rispetto della dignità della
persona umana.
Nell’aprile 2025, Papa Francesco con un chirografo ha aggiornato il percorso degli
alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica, comunemente definita la “Scuola dei
Nunzi”. Questa riforma come ha cambiato la formazione dei futuri rappresentanti
pontifici? E quale aiuto o nuovo impulso ha offerto?
Con il chirografo Il Ministero Petrino Papa Francesco ha strutturato l’Accademia come
Istituto di Alta Formazione nelle Scienze Diplomatiche, adeguandola alla visione proposta
dalla Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium e con gli standard internazionali degli studi
universitari. L’avvio dell’anno accademico 2025-2026 ha visto già iniziare l’attuazione della
riforma, consentendo l’accesso dei nuovi alunni a percorsi formativi studiati per coniugare la
necessaria formazione canonica e le scienze diplomatiche, con la storia delle relazioni
internazionali, lo stile diplomatico, il diritto e la prassi internazionale, e non ultimo lo studio
delle lingue moderne. Il rinnovamento non si limita, però, a un approccio puramente tecnico,
volto all’esclusiva acquisizione di conoscenze teoriche, ma delinea un itinerario completo e
complesso che promuove la formazione integrale degli Accademici. Restiamo convinti che
egli debba anzitutto essere un uomo di Dio, capace di farsi strumento della comunione
ecclesiale, mandato ad accompagnare il cammino degli Episcopati locali e di tutti i battezzati,
e quindi un qualificato rappresentante, che sappia affrontare il compito che lo attende con
profondità umana, sensibilità istituzionale e qualificata competenza.
L’Accademia Ecclesiastica vanta una storia plurisecolare. In che modo è riuscita ad
attraversare i cambiamenti d’epoca e le epoche di cambiamento?
L’anno giubilare che quest’anno vive la Pontificia Accademia Ecclesiastica è anzitutto
un’occasione per rendere grazie a Dio per il cammino intrapreso nel 1701 per volontà di Papa
Clemente XI. Questa significativa ricorrenza non è solo il momento per celebrare gli eventi
del passato, ma rappresenta anche un’opportunità per incarnare quella disposizione propria
del governo centrale della Chiesa, il semper reformanda, adeguando e aggiornando la
formazione dei sacerdoti destinati al servizio diplomatico della Santa Sede. L’anniversario
non segna solo un importante traguardo temporale, ma invita ciascuno di noi a una rinnovata
dedizione dell’Accademia alla sua missione. Stiamo vivendo un tempo di memoria e di
ringraziamento che, da un lato, conforta e sostiene l’Istituzione, dall’altro sprona a
confrontarsi con le novità del nostro tempo. Crediamo che la forza dell’Accademia nel guidare
i futuri diplomatici attraverso i cambiamenti d’epoca risieda proprio nella fedeltà al Vangelo.
È attraverso questa fedeltà che l’istituzione può servire il Papa e la Chiesa, trovando sempre
strumenti attuali per leggere e interpretare la storia con gli occhi della fede.
In occasione del Giubileo dei collaboratori di ruolo presso le Rappresentanze pontificie,
Papa Leone XIV ha offerto indicazioni preziose per il servizio diplomatico e ha esortato
a portare speranza anche nei contesti di conflitto e assenza della pace. Com’è possibile
farlo?
Nel corso dell’incontro, Papa Leone XIV ha richiamato l’urgente necessità della pace, non
solo per la Chiesa, ma per il mondo intero. Per i diplomatici della Santa Sede, questo impegno
trova radice nella virtù della speranza, nella convinzione che la pace nasce soprattutto come
dono di Dio. È compito del Rappresentante pontificio alimentare questa speranza alla luce di
Cristo, con una vita spirituale fondata sull’ascolto quotidiano della Parola di Dio e sulla
preghiera. Come ha ricordato il Papa, la diplomazia vaticana non è solo tecnica, ma nasce dal
Vangelo, che la ispira, la guida e la sorregge. Anche nei contesti di conflitto o dove è più
difficile costruire ponti di pace, il diplomatico è chiamato a testimoniare l’amore del Padre,
portando vicinanza a chi soffre e attenzione ai più poveri e agli scartati della società. Come
ricordava San Paolo VI, “è un servizio unico e privilegiato, spesso oscuro e ignoto”, che fa
germogliare semi di speranza anche nelle situazioni più difficili.
[Fonte: Sala Stampa della Santa Sede; Foto: Vatican News]


