Quando il Papa parlava già di “delitti contro l’umanità” in Ucraina

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Papa Francesco parlava già di “delitti contro l’umanità” in Ucraina ben prima che la Corte penale internazionale dell’Aja, il 17 marzo scorso, emettesse il suo mandato d’arresto contro Vladimir Putin per il “crimine di guerra” di “deportazione illegale” in Russia di bambini dalle zone occupate dell’Ucraina. E il Papa lo faceva non in un semplice discorso o in un’intervista, ma in un contesto che più ufficiale non si potrebbe: l’udienza di inizio d’anno agli ambasciatori di tutto il mondo accreditati presso la Santa Sede.

Era il 9 gennaio di quest’anno, nell’Aula della Benedizione - in quello che è uno dei discorsi più importanti dell’anno per un Pontefice, in cui si tirano le fila della politica internazionale della Santa Sede, delineandone anche i programmi –, quando davanti al Corpo Diplomatico Francesco ha ricordato che “oggi è in corso la terza guerra mondiale di un mondo globalizzato, dove i conflitti interessano direttamente solo alcune aree del pianeta, ma nella sostanza coinvolgono tutti. L’esempio più vicino e recente è proprio la guerra in Ucraina, con il suo strascico di morte e distruzione; con gli attacchi alle infrastrutture civili che portano le persone a perdere la vita non solo a causa degli ordigni e delle violenze, ma anche di fame e di freddo”.

La condanna della ‘Gaudium et Spes’ agli attacchi contro i civili

E al riguardo ha fatto riferimento al Concilio Vaticano II, citando in particolare alla Costituzione conciliare Gaudium et spes, per affermare che “ogni atto di guerra, che mira indiscriminatamente alla distruzione di intere città o di vaste regioni e dei loro abitanti, è delitto contro Dio e contro la stessa umanità e va condannato con fermezza e senza esitazione” (n. 80). “Non dobbiamo dimenticare poi che la guerra colpisce particolarmente le persone più fragili - i bambini, gli anziani, i disabili - e lacera indelebilmente le famiglie. Non posso che rinnovare quest’oggi il mio appello a far cessare immediatamente questo conflitto insensato, i cui effetti interessano intere regioni, anche fuori dall’Europa a causa delle ripercussioni che esso ha in campo energetico e nell’ambito della produzione alimentare, soprattutto in Africa ed in Medio Oriente”, ha quindi aggiunto.

Ancora col pensiero rivolto agli anni del Concilio – e delle crisi internazionali di quei tempi caratterizzati dalla “guerra fredda” – il Pontefice ha ricordato che “quest’anno ricorre il sessantesimo anniversario dell’Enciclica Pacem in terris di S. Giovanni XXIII, pubblicata poco meno di due mesi prima della sua morte”, cioè l’11 aprile 1963. “Negli occhi del ‘Papa buono’ – ha rievocato Bergoglio con un riferimento quanto mai ancora attuale - era ancora vivo il pericolo di una guerra nucleare, provocato nell’ottobre 1962 dalla cosiddetta crisi dei missili di Cuba. L’umanità era a un passo dal proprio annientamento, se non si fosse riusciti a far prevalere il dialogo, consapevoli degli effetti distruttivi delle armi atomiche”.

La ‘Pacem in terris’ e il ritorno della minaccia nucleare

“Purtroppo, ancora oggi la minaccia nucleare viene evocata, gettando il mondo nella paura e nell’angoscia”, ha sottolineato. “Non posso che ribadire in questa sede che il possesso di armi atomiche è immorale poiché – come osservava Giovanni XXIII – ‘se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico’ (Pacem in terris, 60). Sotto la minaccia di armi nucleari siamo tutti sempre perdenti, tutti!”. Da questo punto di vista, ha evidenziato, “particolare preoccupazione desta lo stallo dei negoziati circa il riavvio del Piano d'azione congiunto globale, meglio noto come Accordo sul nucleare iraniano. Auspico che si possa arrivare al più presto ad una soluzione concreta per garantire un avvenire più sicuro”.

I tanti fronti della “terza guerra mondiale a pezzi”

Nel suo discorso agli ambasciatori accreditati in Vaticano, Bergoglio non ha mancato di aggiungere che “la terza guerra mondiale a pezzi che stiamo vivendo ci porta a considerare altri teatri di tensioni e conflitti. Anche quest’anno, con tanto dolore, dobbiamo guardare alla Siria come a una terra martoriata. La rinascita di quel Paese deve passare attraverso le necessarie riforme, anche costituzionali, nel tentativo di dare speranza al popolo siriano, afflitto da una povertà sempre crescente, evitando che le sanzioni internazionali imposte abbiano riflessi sulla vita quotidiana di una popolazione che ha già sofferto tanto”.

La Santa Sede, ha proseguito, “segue anche con preoccupazione l’aumento della violenza tra palestinesi e israeliani, con la conseguenza drammatica di molte vittime e di una totale sfiducia reciproca. Particolarmente colpita è Gerusalemme, città santa per ebrei, cristiani e musulmani. La vocazione iscritta nel suo nome è di essere Città della Pace, ma purtroppo si trova ad essere teatro di scontri”. “Confido che essa possa ritrovare tale vocazione ad essere luogo e simbolo di incontro e di coesistenza pacifica, e che l’accesso e la libertà di culto nei Luoghi Santi continui ad essere garantito e rispettato secondo lo status quo - ha rimarcato il Pontefice -. Allo stesso tempo, auspico che le autorità dello Stato d’Israele e quelle dello Stato di Palestina possano ritrovare il coraggio e la determinazione nel dialogare direttamente al fine di implementare la soluzione dei due Stati in tutti i suoi aspetti, in conformità con il diritto internazionale e con tutte le pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite”.

Il viaggio di pace in Congo e Sud Sudan

Francesco ha allora ricordato al Corpo Diplomatico che “alla fine del mese, potrò finalmente recarmi pellegrino di pace nella Repubblica Democratica del Congo, con l’auspicio che cessino le violenze nell’est del Paese e prevalga la via del dialogo e la volontà di lavorare per la sicurezza e il bene comune. Il pellegrinaggio proseguirà in Sud Sudan, dove sarò accompagnato dall’Arcivescovo di Canterbury e dal Moderatore Generale della Chiesa Presbiteriana di Scozia. Insieme desideriamo unirci al grido di pace della popolazione e contribuire al processo di riconciliazione nazionale”.

E ancora: “Non dobbiamo neppure dimenticare altre situazioni in cui continuano a pesare le conseguenze di conflitti non ancora risolti. Penso in particolare alla situazione nel Caucaso meridionale. Esorto le parti a rispettare il cessate il fuoco, ribadendo che la liberazione dei prigionieri militari e civili sarebbe un passo importante verso un desiderato accordo di pace”. “Penso, altresì, allo Yemen – è continuato il drammatico elenco del Papa -, dove regge la tregua raggiunta nell’ottobre scorso ma tanti civili continuano a morire a causa delle mine, e all’Etiopia, dove auspico che continui il processo di pacificazione e si rafforzi l’impegno della Comunità internazionale per affrontare la crisi umanitaria che interessa il Paese”.

“Seguo con apprensione pure la situazione in Africa Occidentale, sempre più afflitta dalle violenze del terrorismo. Penso, in particolare, ai drammi che vivono le popolazioni del Burkina Faso, del Mali e della Nigeria e auspico che i processi di transizione in corso in Sudan, Mali, Ciad, Guinea e Burkina Faso si svolgano nel rispetto delle aspirazioni legittime delle popolazioni coinvolte”, ha detto ancora. E “parimenti con particolare attenzione” il Papa ha assicurato di seguire “la situazione del Myanmar, che ormai da due anni sperimenta violenza, dolore e morte. Invito la Comunità internazionale ad adoperarsi per concretizzare i processi di riconciliazione ed esorto tutte le parti coinvolte a riprendere il cammino del dialogo per ridonare speranza alla popolazione di quell’amata terra”. “Penso, infine, alla penisola coreana – ha soggiunto -, per la quale auspico che non vengano meno la buona volontà e l’impegno per la concordia, al fine di costruire la tanto desiderata pace e la prosperità per l’intero popolo coreano”.

“Nessuna pace possibile dove dilagano strumenti di morte”

“Tutti i conflitti - è stata la conclusione di Francesco - pongono comunque in rilievo le conseguenze letali di un continuo ricorso alla produzione di nuovi e sempre più sofisticati armamenti, talvolta giustificata ‘adducendo il motivo che se una pace oggi è possibile, non può essere che la pace fondata sull’equilibrio delle forze’ (Pacem in terris, 59). Occorre scardinare tale logica e procedere sulla via di un disarmo integrale, poiché nessuna pace è possibile laddove dilagano strumenti di morte”.

(Photo: Vatican Media)