Santa Sede e Vietnam: una svolta che viene da lontano

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Gli incontri di mons. Gallagher ad Hanoi hanno portato alla ribalta la storia singolare delle relazioni tra il cattolicesimo vietnamita e il potere politico. Un tema ripercorso qualche settimana fa a Parigi in un'interessante conferenza dalla prof.ssa Claire Tran presso la sede delle Mep. Partendo dalle "istruzioni" date da papa Alessandro VII nel 1659 al primo vicario apostolico Pierre Lambert de la Motte. Ne riferisce da Parigi Sara Toffano per AsiaNews.

Il viaggio in Vietnam del segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, mons. Richard Gallagher, che si è concluso ieri, è stato un momento di grande gioia per la comunità cattolica vietnamita. Ma è stato anche un nuovo capitolo di una lunga e importante storia di relazioni tra la Santa Sede e le autorità politiche di questa terra. Proprio su questo tema qualche settimana fa a Parigi si è tenuta un interessante conferenza presso la sede delle Missions Etrangères de Paris durante la quale la prof.sa Claire Tran, docente di Storia del Sud-Est asiatico dell’Université Paris Cité, ha affrontato il tema Religioni e poteri in Vietnam: il caso dei cattolici (XIX-XX secolo), sulla base di alcuni studi da lei compiuti presso l’Archivio apostolico vaticano.

La prof.ssa Tran ha sottolineato la particolarità della forte presenza del cattolicesimo in Vietnam, che con i suoi 7 milioni di fedeli si distingue da Paesi vicini come il Laos, la Thailandia e la Cambogia ed è oggi la quinta maggiore comunità cattolica dell’Asia (preceduta solo dal caso unico delle Filippine e da Paesi molto più popolosi come India, Cina e Indonesia). Come spiegare, dunque, questa forte presenza del cattolicesimo in Vietnam?

Una delle ragioni sta proprio nella complessa storia delle relazioni tra la minoranza cattolica e le autorità del Paese e che - a giudizio della studiosa - vive oggi una stagione promettente per l’incontro tra tre fattori: una Chiesa nazionale che ha avuto per molto tempo un’esperienza di dialogo con lo Stato comunista; la diplomazia vaticana, che è stata molto attiva e innovativa nel cercare di portare avanti questo dialogo; la diplomazia vietnamita, che ha voluto mostrare la sua apertura religiosa, naturalmente nell'interesse di quella economica.

Del resto già gli inizi della presenza cattolica in questa regione erano stati interessanti in questo senso. La prof.sa Tran ha citato una missiva del 1659 di papa Alessandro VII al primo vicario apostolico dell’allora Cocincina, p. Pierre Lambert de la Motte, missionario delle Mep. Un testo in cui è possibile vedere come egli volesse, non solo il rispetto delle tradizioni nazionali, ma anche del potere presente sul territorio: “Al popolo - scriveva - predicate l'obbedienza al loro principe; pregate Dio con tutto il cuore per la loro prosperità e salvezza. Rifiutate assolutamente di seminare i semi di qualsiasi partito spagnolo, francese o turco, persiano o altro. Non usate nessun argomento per convincere questi popoli a cambiare la loro vita e la loro cultura, a meno che non sia palesemente contrario alla religione e alla morale, non introducete le nostre idee tra di loro, ma la fede”.

Questo non significa che i rapporti con i poteri locali furono semplici. Fin dall’inizio i missionari furono osteggiati per il rifiuto a veicolare il culto dell’imperatore e degli antenati. E costantemente lo sguardo delle autorità sui cattolici ha oscillato tra l’interesse per una presenza mediatrice e la repressione di un potenziale pericolo. A complicare le cose si sarebbero poi inseriti, a partire dal XIX secolo, anche i colonizzatori francesi - che giustificavano il loro arrivo e la loro permanenza per salvare i missionari da un regime a loro ostile - e poi le potenze coinvolte nella guerra fredda, che per legittimare la lotta contro il comunismo e la difesa del mondo libero, guardavano ai missionari stranieri occidentali come al cavallo di Troia dell'Occidente per entrare nell'impero.

Il risultato fu l’esperienza del martirio per la Chiesa in Vietnam: si stima che siano stati ben 300mila i cattolici uccisi per la loro fede. Di questi sono 117 i martiri beatificati tra cui vescovi, sacerdoti, seminaristi, catechisti e laici: 96 vietnamiti, 11 spagnoli e 10 francesi tra cui otto missionari delle Mep.

Ma già dal 1919, alla fine della Prima guerra mondiale, il Vaticano aveva accolto i primi sei seminaristi vietnamiti inviati a Roma per formarsi nella prospettiva di una Chiesa locale che non fosse identificabile con le potenze occidentali. E presto arrivò anche il primo vescovo, in un momento in cui i vietnamiti non avevano accesso alle posizioni più alte della gerarchia politica del Paese. La stessa presenza di un delegato apostolico a partire dal 1924 andava in questa stessa direzione, anche se questo cammino sarebbe stato poi stato drammaticamente interrotto nel 1975 dall’espulsione decretata dal governo comunista alla fine della guerra.

Adesso - con il ritorno ad Hanoi nello scorso mese di dicembre del rappresentante permanente residente mons. Marek Zalewski - questo cammino è ripreso, aiutato proprio dalla vitalità sociale della Chiesa vietnamita. Non a caso – ha concluso la prof.sa Tran - nella sua lettera ai cattolici vietnamiti del luglio 2023, papa Francesco ha insistito su due punti: il ruolo sociale della Chiesa, che deve partecipare a tutti i settori della vita del Paese, e l’impegno ad essere buoni cristiani e buoni cittadini.

(Questo articolo di Sara Toffano è stato pubblicato sul sito di AsiaNews, al quale rimandiamo; Photo Credits: Vietnam Times)